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LIVIO

Vita ed opere

Livio nacque nel 59 a.C. a Padova e apparteneva agli optimates, per cui prediligeva la repubblica al principato; ottenne tuttavia l’attenzione di Augusto, il cui rapporto era controverso: alcuni sostengono che il princeps lo chiamasse Pompeianus, riferendosi alla predilezione per la repubblica, mentre secondo la maggior parte degli studiosi erano amici. L’esaltazione degli ideali repubblicani, infatti, non contrastava con l’immagine che Augusto voleva dare di sé, di restauratore delle Istituzioni e di custode dei valori della res publica; tuttavia il pessimismo con cui nella prefazione accenna all’età contemporanea permette di dubitare che egli ritenesse il principato augusteo come la felice soluzione della crisi della res publica. Certo la sua opera con la sua celebrazione delle virtù tipicamente romane, risultava in armonia con i temi della propaganda augustea, costituendo un sostegno ai programmi di riforma avviati dal princeps.

Gli antichi ricordano un’attività letteraria di Livio anche nei campi della filosofia e della retorica, ma nulla ci è pervenuto.
Nella sua opera storica, “Ab urbe condita”, Livio tornò al modello annalistico, narrando tutta la storia di Roma a partire dalle origini. Egli tenne pubbliche letture, completando e pubblicandone via via sezioni staccate per decadi. Dei 142 libri che coprivano il periodo dall’arrivo di Enea in Italia fino alla morte di Druso (figliastro di Augusto) nel 9 a.C , se ne sono conservati solo 35: i primi dieci e la terza, la quarta decade e la prima metà della quinta. Dell’opera ci sono comunque giunti diversi tipi di riassunti: epitomi (compendi), Periochae (sommari) e gli excerta (estratti).
Tra le fonti greche abbiamo Polibio e Posidonio, tra quelle latine la tradizione annalistica e Catone; tra le fonti letterarie c’è il Bellum Poenicum di Nevio, gli Annales di Ennio, l’Eneide di Virgilio, le praetextae (Romulus di Nevio) e gli Antiquitates di Varrone Reatico.
Livio tuttavia non affrontò mai ricerche di prima mano né consultò direttamente documenti originali, ma si fondò esclusivamente sulle opere dei suoi predecessori; il suo apporto originale, infatti, non fu di carattere propriamente storico, ma consistette piuttosto nell’elaborazione letteraria cui sottopose il materiale disponibile e nell’impostazione didascalica, morale e patriottica. Questo impiego di più fonti di valore documentario difforme comporta errori, confusioni e contraddizioni.
Lo scopo della sua opera si deduce dalla prefazione dell’opera; Livio riteneva che il racconto veritiero e imparziale delle vicende passate dovesse adempiere a una funzione didascalica, rifacendosi a Cicerone (historia magistra vitae), anche se l’eccessivo patriottismo gli impedisce di essere imparziale verso gli altri popoli. Dedica la sua opera a dimostrare che la grandezza dello Stato romano è legata al possesso di quelle virtù troppo spesso trascurate nel tempo presente, da ciò traspare il suo carattere patriottico e celebrativo e l’idealizzazione del passato. Livio vuole inoltre ritrovare nel passato della Roma repubblicana le motivazioni della formazione di questo nuovo regime e in che modo Roma sia diventata grande e come mantenerla tale, rispondendo così all’appello augusteo.
Si tratta comunque di un testo narrativo più che storiografico, infatti, il talento di Livio non è tanto scientifico quanto letterario, ed egli lo usa per costruire un racconto vario, avvincente, drammatico. In particolare, è evidente la scarsa preparazione scientifica e geografica; le descrizioni delle battaglie sono brevi e di svolgimento sempre uguale, Livio inoltre elimina molti particolare tecnici e concentra piuttosto l’attenzione sullo stato d’animo dei combattenti. Ciò avviene nelle numerose descrizioni di assedi narrati dal punto di vista degli assediati, di cui descrive l’ansia, la paura, la fame. Egli usa molti discorsi diretti, le descrizioni dei paesaggi sono molto artistiche.
Lo stile di Livio non è uniforme: Quintiliano rilevava in lui una certa Patavinitas, una patina linguistica rivelatrice della sua origine provinciale; afferma poi che ciò che lo caratterizza, di contro alla brevitas di Sallustio, uno stile abbondante, fluente e dolce (lactea ubertas), che cade nel difetto della makrologhia, ossia della prolissità. In alcune parti lo stile è ridondante per l’uso di termine con accezioni obsolete, in altre è invece semplice, con frasi brevi e concise e frequenti ellissi delle voci di sum e delle forme composte. È probabile che Livio abbia voluto nobilitare con il colorito poetico quella parte della storia di Roma che prediligeva.

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