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Livio e “Ab urbe condita”

Il contesto storico: l’età di Augusto.
Si considera età di Augusto quella che procede dal 44 a.C. (morte di Cesare) al 14 d.C. (morte di Ottaviano).
Essa si apre con il II triumvirato tra Marco Antonio e Ottaviano, il quale fu molto breve a causa del fatto che Marco Antonio si trasferì in Oriente dove sposò Cleopatra. Questo matrimonio diede inizio alle guerre in Oriente condotte dai Romani, ma non autorizzate dal senato. Infatti Ottaviano fece proclamare guerra da parte del senato (per non essere fautore di una nuova guerra civile, come la precedente tra Cesare e Pompeo) nei confronti di Marco Antonio accusandolo di:
- voler creare un impero orientale
- essere contro le leggi del senato romano
- assecondare gli interessi di Cleopatra, che restava comunque una regina.
La guerra si concluse del 31 a.C. con la battaglia di Azio: Marco Antonio fu sconfitto e Ottaviano vincitore, tornato a Roma nel 29 a.C. si auto-affidò la carica di “imperium”. Essa gli spettava per diritto di eredità in quanto, precedentemente, Cesare, suo padre adottivo, si autonominò “dictator” a vita, dando la possibilità ai suoi eredi di usufruire della carica.

Le riforme di Ottaviano furono:
- chiusura del tempio di Giano = garantire la pace al popolo romano
- assumere le cariche principali della res publica (dal 27-23 a.C.) che sono: tribunicia potestas, Divus Augustus, imperator a vita, pontifex maximus.
- ripristinare la religione pagana
- riformare la società: senato ai nobili, appalti ai ceti equestri, ludi al popolo, terre ai veterani.
- restaurare la città di Roma = architettura, scultura, cultura (biblioteche).
- riformare la legge: contro la corruzione, contro il divorzio, contro l’immigrazione = mos maiorum
- diffondere ed approvare la cultura = circolo di Mecenate i cui intellettuali, tramite le loro opere, senza un’eccessiva oppressione, avevano il compito di propagandare indirettamente le opere politiche di Ottaviano.
Tutto ciò diede inizio al principato.

Tito Livio biografia

Tito Livio nacque a Padova nel 59 a.C. e morì nel 17 d.C. Le sue condizioni furono agiate: poté dedicare tutta la sua vita alla letteratura senza che questo gli fosse consentito da nobili protettori di cui godettero altri letterati. Si mantenne sempre lontano dall’attività politica, tuttavia fu considerato un repubblicano; nonostante il pessimismo con cui nella prefazione della sua opera accenna all’età contemporanea, non risultò un oppositore al principato augusteo,

L’opera: “Ab urbe condita”
(27 a.C.)
La struttura
È un’opera
- storiografica per i suoi contenuti e per la sua struttura annalistica
- epica perché costruita con le leggende e con fonti letterarie indirette = tono celebrativo per la città di Roma.
Originariamente l’opera conteneva 142 libri, di cui oggi ne abbiamo solo 35: la prima, la terza, la quarta decade e metà della quinta, ognuna delle quali è preceduta da una prefazione che contiene commenti, intenzioni e chiarimenti dell’autore. Per ogni libro Livio pubblicò le Periochae, riassunti per lo più molto brevi e di una mole inferiore rispetto ai libri originali, con lo scopo di diffondere i contenuti. L’impianto annalistico e la divisione in sezioni favorirono una diffusione molto rapida dell’opera, la quale fu subito individuata dal princeps per grande stima di Livio.
I contenuti
- I decade (dalle origini al 293 a.C.) = il carattere epico - leggendario è molto accentuato rispetto agli altri libri.
• I libro = prefazione generale che tratta il passaggio dalla monarchia alla repubblica, con l’istituzione del consolato (509 a.C.). In questo libro Livio racconta la storia della monarchia come istituzione, analizzandone gli aspetti positivi e negativi fino alla sua degenerazione in tirannide (Cicerone).
• II – X libro = si sottolinea il passaggio dal regnum alla libertas, quindi fino all’incendio della città ad opera dei Galli. In questi libri lo storico vive con profonda partecipazione la graduale crescita di Roma, che avviene tramite il superamento di ostacoli esterni e le difficoltà interne, presentati come prove a cui è sottoposto il popolo romano da un superiore disegno provvidenziale. Vi sono anche ritratti di personaggi esemplari, seppure dotati di una propria personalità, in cui si incarnano le principali virtutes fautrici della grandezza di Roma.
- III decade (218 – 202 a.C.) = dedicati interamente alla seconda guerra punica e costituiscono un’unità la cui struttura appare più elaborata ed attendibile. I principali nemici del popolo romano, quindi i responsabili del conflitto, sono i Cartaginesi ed, in particolare, il loro comandante Annibale, di cui Livio fornisce alcuni ritratti.

Personaggi in rilievo

- Annibale = al condottiero cartaginese viene dedicato un breve ritratto di tipo sallustiano, con l’elenco delle virtù e vizi del personaggio. Le sue principali caratteristiche sono: la destrezza militare, l’inhumana crudelitas, la perfidia, il non timore né rispetto per gli dei e un’eccessiva fiducia riposta nella fortuna.
- Scipione = egli è l’esatto opposto di Annibale. Tuttavia è altrettanto abile nell’ars militare, dotato di clementia (Sofonisba), lealtà, pietas, rispettoso e timoroso degli dei e legato ad un’idea di fortuna come destino provvidenziale positivo per meritocrazia. La clementia di Scipione è un riflesso di quella del popolo romano, il quale si mostra sempre disponibile ad aiutare gli alleati ricavandone un’espansione del loro dominio; questa è una giustificazione al colonialismo ed è rappresentata non in prima persona, nonostante Livio la condividesse, bensì per bocca dei personaggi.
- Oratio = provocatio ad popolum (Cicerone). Uccide sua sorella Oratia che si dispera per la morte del suo sposo curiazo e nemico dei romani.

- Lucretia = esempio di purezza, virtù riservata alle donne. È stata violentata da Tarquinio che, nonostante fosse un romano, viene descritto come uno spregevole uomo; egli, tuttavia, è il protagonista dell’episodio che segna il passaggio dalla monarchia alla repubblica.
- Le oche del Campidoglio = strumento divino. Erano sacre a Giunone perciò non vengono utilizzate come cibo; questo sacrificio sarà ricompensato ai romani durante un assalto da parte dei Galli, a cui, grazie allo starnazzare delle oche, i Romani reagiranno rapidamente.
- Camillo = riscattare la patria “con il ferro e non con l’oro”.
Il rapporto con le fonti
Prima di comporre l’opera Livio non affrontò personalmente ricerche, né consultò documenti originali, bensì si basò esclusivamente sulle opere dei suoi predecessori (Ennio, Catone, Polibio, Cicerone). Si può quindi sostenere che egli non fu uno storico, ma considerò le opere storiografiche solo come materiale da rielaborare non da sottoporsi ad una verifica. L’incertezza e la non totale attendibilità delle sue fonti emergono dall’uso di formule come “traditum est”, “ut ferunt”, “proditum memoriae”, le quali indicano che lo storico non si rende garante di quanto riferito. Ciò accade soprattutto per quanto riguarda la prima decade, che ha carattere legendario. L’effetto che se ne ricava è un accostamento di dati spesso in contraddizione tra loro, che tuttavia sono compensati da una selezione: Livio predilige il racconto di eventi che possano risultare ai suoi lettori esemplari e rapidamente efficaci. Infatti alla sua opera diede un’impostazione didascalica, morale e patriottica.
L’ idea di Livio di storia, quindi, può essere riassunta nella citazione ciceroniana “opus oratorium maxime”, secondo cui la corrispondenza a fatti reali è secondaria rispetto all’hornatus con cui essi vengono trattati.
Lo stile
Quintiliano nel X libro della “Institutio oratoria” definisce lo stile di Livio come:
- lactea ubertas = abbondantemente fluido
- mira iucunditas = molto piacevole
- clarissimus candor = trasparente, chiaro.
Tuttavia esso non è uniforme: nelle parti moraleggianti dell’opera (gli exempla), su cui l’autore vuole focalizzare l’attenzione, si presenta prolisso, ciceroniano, ricco di arcaismi e locuzioni poetiche; in altre è conciso, più diretto (con ellissi del verbo sum nelle forme composte). La differenza è scandita dai libri: nella prima decade, la quale ha carattere leggendario, eroico e tratta soprattutto la nascita di Roma, Livio utilizza uno stile più elegante con lo scopo di nobilitarne il contenuto; questo è dovuto anche alla scelta delle fonti, congeneri al linguaggio utilizzato. Nelle altre decadi, quando il carattere dell’opera diviene man mano più recente ed attendibile, lo stile è più breve, chiaro e soprattutto ispirato a fonti storiografiche.
La trama usuale del racconto consiste in u
Una tecnica da sottolineare è l’utilizzo dei discorsi, sia diretti che indiretti (oratio obliqua): essi hanno la duplice funzione di individuare le due parti contrapposte (cosi come le personalità degli interlocutori) ma anche di trasmettere il pathos al lettore, il quale si sente immediatamente più coinvolto nella storia. Inoltre i discorsi liviani sono stati paragonati a quelli di Erodoto.
In aggiunta, un’altra tecnica rilevante è l’introduzione di descrizioni di paesaggi, digressioni erudite e curiose, apparizioni di personaggi esemplari o serie di motivi stereotipati (duelli, nebbia improvvisa) all’interno della storia, la quale normalmente comprende un inizio, uno svolgimento ed una fine: è una tecnica greca utilizzata per non rendere monotona e noiosa la narrazione, infatti era riservata soprattutto ai racconti di guerre.
Lo scopo dell’opera
Esso è espresso nella prefazione iniziale: si augura che ogni lettore possa trarre dalla sua opera un insegnamento di carattere morale. Infatti, secondo l’autore, proprio l’oblio e la non curanza dei valori del mos maiorum sono i responsabili della crisi romana. Si può quindi dedurre che il carattere dell’opera è celebrativo, patriottico e, purtroppo, anacronistico. Il pregiudizio patriottico fa sì che Livio guardi al passato, in particolare ai valori classici (pietas, fides, libertas, concordia, iustitia, disciplina, prudentia, frugalitas, pudicitia, gravitas), come unica via d’uscita e tende, alla maniera ciceroniana, a sottovalutare il progresso e le innovazioni ormai insiti in popolo romano che vuole “svecchiarsi”.
Tuttavia il racconto delle virtutes romane sono proprio il motivo per cui “Ab urbe condita” poté godere della stima di Augusto: la sua politica, infatti, si ispirava proprio a questi. Livio, inoltre, fece parte del circolo di Mecenate, istituito da Augusto, i cui letterati aderenti, seppure non oppressivamente, avevano il compito di diffondere e propagandare indirettamente e tramite le loro opere, la politica in vigore.

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