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Vita
Publio Terenzio Afro sarebbe nato nel 185/184 a.C. a Cartagine. Veniva di certo dall’Africa, ma la data di nascita, che coincide con la morte di Plauto e che è derivata dalla Vita Terenti di Svetonio (che Elio Donato, IV d.C., premise al suo commento alle commedie terenziane), insieme alla notizia che avrebbe letto la sua prima opera, l’Andria, al celebre commediografo Cecilio Stazio, ricevendone l’ammirazione, sono probabilmente leggendarie. Terenzio giunse a Roma come schiavo del senatore Publio Terenzio Lucano, che lo affrancò e lo introdusse nell’ambiente del cosiddetto “Circolo degli Scipioni”. Qui Terenzio divenne amico di Scipione Emiliano e Lelio, ma non mancò di avere acerrimi nemici, tra cui il vecchio poeta Luscio Lanuvino, che gli muoveva sostanzialmente quattro accuse:
1. Uso eccessivo della contaminatio
2. Mancanza di vivacità e drammaticità, stile lezioso e scolorito
3. Furto letterario di modelli sia greci che latini

4. Appropriazione indebita del lavoro altrui (le commedie sarebbero state scritte non da lui, ma dai suoi potenti amici). A queste accuse Terenzio rispose nei prologhi. Suo amico fu anche l’impresario e attore Lucio Ambivio Turpione, che contribuì non poco al successo (peraltro modesto, se paragonato a quello plautino) di Terenzio.

Ci restano 6 commedie: Andria (166 a.C.), Hecyra (165 e due volte nel 160), Heautontimorumenos (163), Eunuchus (161), Phormio (161), Adelphoe (160). Se è vero che Terenzio perì nel 159 a.C, nel corso di un viaggio in Grecia, aveva circa 25 anni al momento della morte, ma le circostanze di questa (sarebbe morto per annegamento proprio come Menandro, suo principale modello) ce la rendono sospetta.

GENERE
Scrive solo fabulae palliatae

Titoli
Tendenzialmente, Terenzio non latinizza e non traduce strambamente i titoli delle commedie.

Intrecci
Terenzio si rifà a Menandro ed Apollodoro di Caristo, entrambi autori della Nea. Utilizza la contaminatio, ma in modo diverso, meno traumatico e più coerente, rispetto a Plauto e Nevio: il suo contaminare fabulas non distrugge, ma arricchisce in termini di ritmo e profondità. Trasforma il prologo espositivo plautino in un prologo polemico. In esso, Terenzio si difende così dalle quattro accuse sopracitate:
1. Non è un crimine ricorrere alla contaminatio, poiché di essa si servirono anche Nevio e Plauto.
2. La sua arte si basa sulla levitas e la tenuitas e non aspira né al facile applauso né al consenso della folla.
3. Ciò che dà senso all’arte non è la novità dell’argomento, ma la trasformazione dei caratteri e delle situazioni.

4. Il fatto che le sue commedie vengano attribuite a personaggi così illustri e autentici benefattori della res publica non può che essere un onore per il poeta che gode della loro amicizia.
Terenzio contrappone inoltre, nel prologo dell’Heautontimorumenos, la sua commedia stataria alla commedia motoria plautina: rivendica un’arte basata non sulle diavolerie del servus currens e sul movimento scenico, ma sulla riflessione generata dall’azione drammatica del dialogo.

Trattamento degli originali
Per Terenzio gli originali greci sono modelli non solo letterari, ma anche culturali. Egli rispetta la fisionomia dei testi greci, ma tralascia certi particolari per aggiungerne altri. La sua operazione sembra volta più a universalizzare che a romanizzare. Il mondo della Nea diviene, in Terenzio, un messaggio di cultura, civiltà, umanità.

Personaggi
Quella di Terenzio è stata definita una “commedia di carattere”. I personaggi di Terenzio sono individui, non maschere. L’approfondimento psicologico a cui Terenzio sottopone i suoi personaggi ci spinge, da una parte, ad accostare il suo lavoro a quello del filosofo Teofrasto (i Caratteri), dall’altra a rilevare come Terenzio sia andato anche oltre, creando dei personaggi decisamente anticonvenzionali e non stereotipati: il padre buono e comprensivo, la prostituta dal cuore d’oro, la ragazza onesta e dedita all’amato, la suocera dolce e sinceramente preoccupata della felicità della giovane coppia. Terenzio indaga le sfumature dell’animo umano nella loro complessità, ricorrendo talvolta alla tecnica del contrasto: mette a confronto caratteri opposti per illuminare le diverse connotazioni dell’animo umano. Interviene, come Plauto, nei nomi dei personaggi, ma rispetta sempre la convenientia e le personarum leges, cioè le corrispondenze tra i nomi di persone e gli strati e le mansioni sociali attiche. Soprattutto non inventa, come Plauto, nomi greci fantastici o inverosimili nomi greco-latini. Se ciò sacrifica il comico, di certo però è utile all’unità psicologica e tonale della commedia.

Schema e temi
Gli schemi terenziani sono i medesimi della Nea e richiamano in gran parte il precedente modello plautino, ma Terenzio non è interessato al cibo, al corpo, al sesso, bensì dipinge una nuova umanità, fatta di personaggi spesso votati alla reciproca empatia e al conforto, alla comprensione e alla cortesia. Terenzio esprime di certo il nuovo modello umano che si andava elaborando in ambiente scipionico. S’interessa alle relazioni umane e le analizza con sensibilità e profondità psicologica: il rapporto con la persona amata, con la madre e il padre, la scelta, da parte di quest’ultimo, del modello educativo, la messa in discussione della tradizione, il rapporto tra fratelli, l’amicizia, la solidarietà; tutti questi temi vengono affrontati con acume e profondità, senza mai cedere alla tentazione della maschera di plautina memoria. Qui non conta più il dinamismo dell’intreccio (mythos) quanto piuttosto l’analisi del carattere umano (ethos).

Verosimiglianza
La verosimiglianza era un cardine della poetica menandrea e viene mutuato anche da Terenzio, il quale evita la romanizzazione paradossale di Nevio e Plauto. Non c’è nulla che ricordi i pastiches plautini di realtà geografiche, topografiche, politiche, religiose romane in commedie ambientate in Grecia. Scompaiono, del pari, anche quei riferimenti alla tradizione letteraria greca o ad elementi tipicamente attici, presenti negli originali, che il pubblico romano non avrebbe compreso. Terenzio cura la coerenza e l’impermeabilità dell’illusione scenica: nulla è superfluo o ingiustificato. Scompare così il metateatro: gli spazi di autocoscienza sono riservati al prologo polemico. Qui Terenzio, per acume e coscienza critica, si accosta alla figura d’intellettuale delineata da Ennio e Accio (dicti studiosus).

PUBBLICO
La funzione polemica e critica del prologo ci suggerisce che Terenzio ipotizzasse un pubblico più colto di quello plautino. Il pubblico è chiamato a identificarsi, a prestare attenzione, a riflettere. Egli è quasi pareggiato con il mondo messo in scena dalla commedia: i sentimenti degli attori divengono i suoi, i loro drammi, i suoi drammi. La storia deve apparirgli verosimile e vissuta come vera nello spazio del teatro.

Finalità
Terenzio non è interessato al gioco verbale e scenico da cui scaturisce il comico, quanto piuttosto alla sostanza umana messa in gioco dagli intrecci. Ciò lo rese in gran parte incompreso ai suoi contemporanei, eppure il suo lascito culturale è immenso. Non è Terenzio a inventare il concetto di humanitas (“riconoscere e rispettare l’uomo in ogni uomo”, secondo la felice definizione di Traina), ma è lui, mutuandolo dalla philanthropia greca, a dargli profondità e valenza universale (homo sum: humani nihil a me alienum puto).

Lingua
In Terenzio c’è sovente un eccesso di finezze, di bontà, di lacrime e buoni sentimenti che verosimilmente apparivano insapori ai reduci di Pidna e dei saccheggi in terra greca, abituati alla torrenziale e cafonesca vitalità del comico plautino. La lingua di Terenzio è la lingua colloquiale dei ceti egemoni dell’Urbe, depurata e stilizzata, di un’eleganza fine e priva di elementi scurrili, fantastici, grecismi o volgarismi. La parlata di Terenzio è realistica, ma non reale. Come sottolinea Traina, nella fantasia verbale di Plauto si riscontra un’adesione al reale maggiore di quanto non avvenga nella lingua “censurata” di Terenzio

Stile
Non è mai volgare, neanche i personaggi più bassi lo sono mai. Terenzio livella, attenua, mitiga, rende omogeneo, sia dal punto di vista contenutistico che formale. Cesare gli rimproverava la mancanza di vis della sua virtus comica (ma quest’assenza dipende in gran parte da una consapevole scelta dell’autore) e lo definì puri sermonis amator. Siamo lontani dai numeri plautini e dal suo lirismo comico: le parti recitate sono proporzionalmente di più rispetto a quelle accompagnate da musica o cantate: la parola prevale sulla musica.

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