Terenzio

Dopo Plauto fu un altro importantissimo scrittore di commedie, le quali erano completamente diverse da quelle plautine e forse anche per questo non ebbero successo. Molte notizie di quest’autore ci furono pervenute grazie al grammatico Elio Donato e ad un’antica biografia di Svetonio anche se questi, spesso, aggiungevano molte cose leggendarie.
Egli nacque nel 185-184 a.C. e si chiamava Plubius Terentius Afer. Plubius era un praenomen tramandatogli da un senatore, Terenzio Lucano, il quale si recò in Africa, dove nacque Terenzio e lo condusse con sé a Roma come schiavo. In seguito lo affrancò e gli fece ereditare anche il cognome della sua famiglia, Terenzio.
Dopo che venne affrancato si avvicinò notevolmente al circolo degli Scipioni e alle idee che diffondeva. Soprattutto riprese un concetto che era alla base delle sue commedie, quello dell’ “humanitas”, concetto elevatissimo, che esaltava la dignità superiore dell’uomo rispetto le altre creature, che esaltava la fratellanza dal momento che erano accomunati dalla ragione. A questo concetto si affiancava anche quello del decoro, della misura, dell’eleganza e della raffinatezza. Era un principio tipico della cultura e della filosofia greca, verrà ripreso anche da Cicerone e poneva al centro dell’osservazione l’uomo e tutto quello che lo riguardava. Al centro delle commedie di Terenzio vi erano l’uomo e il relativo concetto di humanitas.

Egli cominciò ad appassionarsi al teatro e a scrivere commedie. Roma in questo periodo era fortemente influenzata dalla rigidità catoniana ed egli, quando chiese il consenso di poter rappresentare la sua prima commedia, l’Andria, gli venne detto che avrebbe dovuto essere approvata da Cecilio Stazio, nell’ambito teatrale molto autoritario. Un aneddoto raccontò che l’opera venne rappresentata a Cecilio Stazio durante la cena. Questa le piacque talmente tanto da invitare Terenzio, un liberto, ad unirsi al banchetto. E' risaputo invece che le commedie furono degli insuccessi e alcune volte il pubblico a metà dello spettacolo abbandonava la commedia e preferiva vedere giochi dei funamboli. Queste infatti, differentemente da quelle plautine non erano scritte per il “risum movere” ma erano scritte per la riflessione sulla natura dell’uomo ed erano basate sulla pedagogia e sull’educazione. Il pubblico romano invece preferiva la commedia basata su intrecci, intrighi, battute molto spinte ecc. Per la delusione di tutto ciò e dopo la presentazione degli Adelphoe, intorno al 159 a.C., egli partì per la Grecia lanciando una moda. Questa poi verrà seguita da tutti i giovani di buona famiglia che andavano a perfezionare gli studi in Grecia, patria della filosofia e della retorica. In maniera leggendaria Elio Donato raccontò che morì di crepacuore poiché durante un viaggio perse i suoi bagagli che contenevano i manoscritti delle sue commedie.

Modelli greci

Terenzio si ispirò molto alle commedie di Menandro e per questo venne rimproverato sia da Cesare che lo chiamava “mezzo Menandro” per evidenziare la sua mancanza di originalità, che dal famoso commediografo a lui contemporaneo, Luscio Lanuvino (definito da Terenzio come poeta “malae linguae” che parlava male di lui). Costui era iscritto alla casa degli attori dedicata a Livio e fu l’autore di numerose commedie palliate, che purtroppo oggi non ci sono pervenute. Egli mosse le accuse di contaminatio, plagio e di mancanza di autenticità delle opere di Terenzio. Quest’ultimo quindi cercò di discolparsi e questo suo tentativo veniva attuato durante il prologo delle commedie. Questo, si differenziava dal prologo plautino, in cui entrava sulla scena un attore, il quale annunciava tutto ciò che sarebbe accaduto nella rappresentazione, poiché era caratterizzato da un attore, spesso egli stesso, che non annunciava la commedia ma si difendeva e raccontava del carattere dei personaggi. La prima accusa, la contaminatio, affermava il fatto che Terenzio eseguiva una sorta di “collage” tra le commedie di Menandro. In particolare lo accusava di aver assemblato due commedie di Menandro, “l’Andria” e la “Peritia”. L’abile Terenzio quindi si discolpò (nel prologo dell’Andria) chiarendo che egli non era stato il primo ad utilizzare la “contaminatio” e che prima di lui autori molti più autorevoli come Nevio e Plauto l’avevano utilizzata. Usava la commedia di Menandro come modello base e aggiungeva ciò che gli serviva utilizzando altri modelli. Venne accusato di plagio per aver preso il personaggio del “parassita” e dello “sbruffone” dalla commedia plautina. Si discolpò da tale accusa (nel prologo del Eunuchus) poiché era consentito ai commediografi latini di attingere al patrimonio della commedia greca ma non della commedia latina e tutto ciò che vi era nella commedia plautina era già stato scritto in quella greca. Inoltre aggiunse che in tutta la vasta produzione teatrale che c’era stata a Roma non poteva essere originale nelle vicende perché era già stato detto tutto. Poco meno riuscì a difendersi dalla terza accusa, la mancanza di originalità. Lanuvino diceva che le opere non erano scritte da Terenzio ma da personaggi autorevoli del Circolo degli Scipioni come Scipione l’Emiliano e Gaio Lelio. Egli si difese nel prologo del “Punitore di se stesso” ma la difesa risultava più debole. In realtà negare quest’accusa avrebbe urtato la suscettibilità di queste persone così irruenti che potevano trovare gratificazione dal fatto che le commedie erano attribuite a loro.

La critica moderna però ha rivalutato le commedie di Terenzio evidenziando un rapporto di emulazione e non imitazione con Menandro. Una differenza forte infatti consisteva nella “fata padrona”, la sorte che nella commedia di Menandro condizionava gli intrighi mentre nelle commedie Terenzio questa presenza sconvolgeva le situazioni che venivano risolte dalla saggezza e dal bene agire dei personaggi. Inoltre Terenzio, facente parte Circolo degli Scipioni, fortemente filoellenico, era imbevuto nella filosofia greca e stoica che credeva che tutta l’armonia dell’universo fosse regolata da una forza provvidenziale e all’interno delle sue commedie quindi compariva questa provvidenza opposta alla Tiche. Altra differenza consisteva nell’intreccio poco intricato e non ricco di peripezie come per Menandro.
Il suo tipo di teatro poteva definirsi anche pedagogico ovvero non volto al divertimento ma che induceva gli spettatori ad identificarsi con gli attori e con i personaggi che interpretavano. Il teatro non era surreale ed inverosimile ma realistico, portava in scena situazioni che potevano accadere quotidianamente agli spettatori e che li invogliassero ad un momento di riflessione. Il suo insuccesso era dovuto al fatto che il pubblico non era abituato a non vedere sulla scena la finzione e quindi qualcosa che lo meravigliava, lo stupiva e che allo stesso tempo lo divertiva. Il teatro di Terenzio poi non era indirizzato ad un popolo ignorante, alla plebe come quello di Plauto, ma ad un pubblico più colto e riflessivo. Egli quindi operò una sorta di selezione all’interno della platea del pubblico.
Alla base di tutto compariva il concetto di humanitas e di riflessione sul carattere dell’uomo, all’introspezione e all’indagine psicologica del personaggio. Eliminò anche tutte le cose che lasciavano pensare al pubblico di trovarsi in un teatro e che stesse adoperando una finzione cioè il metateatro. Un esempio era l’eliminazione del “servo currens”, tipico del teatro plautino, che giungeva sulla scena correndo mettendo al corrente gli spettatori di un qualcosa di importante per lo sviluppo della vicenda dando la sensazione allo spettatore della irrealtà. Quest’eliminazione fece denominare la commedia plautina come commedia motoria, basata sul movimento sulla scena, sugli intrecci, sui cambi di scena, sul deus ex machina che contribuivano a creare stupore e meraviglia. Per la commedia di Terenzio si parlò di commedia stataria, statica, non più basata su grandi movimenti della scena, ma sulla tranquillità proprio per creare una realtà verosimile. Nella commedia plautina inoltre anche l’ambientazione stessa ed il tempo erano suerreali.
Importante il concetto dell’humanitas poiché evidenziava l’uomo con le sue sfaccettature. L’uomo era dotato di dignità, comune a tutti gli altri uomini, e da questo ne scaturiva il concetto della filantropia, cioè di grandissimo rispetto dell’uomo per l’altro, essendo simili tra di loro. Anche questa era una differenza con il teatro plautino dove si evinceva la legge della sopraffazione ovvero dell’affermazione della superiorità intellettuale e fisica (l’uomo più forte che prevaleva sugli altri uomini).
Nella sua commedia anche tra il servo e il padrone compariva un rapporto di filantropia, di grandissima umanità e di comprensione. Il loro legame non era più un legame di inferiorità, il servo non doveva ingraziarsi il favore del padrone, ma agiva per altruismo. Le trame scaturivano da una ribellione di una nuova generazione, e si affermava un mondo buono dove perfino le cortigiane, personaggi completamente negativi, che in genere nelle commedie plautine amavano fare sfoggio di lusso, erano caratterizzati da aspetti positivi e da buoni sentimenti. Poi i vecchi che nelle commedie plautine erano invidiosi dei giovani, invece, nelle commedie di Terenzio non lo sono (“Punitore di se stesso” provava pentimento per aver ostacolato il figlio punendosi). Altro importantissimo esempio era dato dalla suocera che nella commedia plautina era una sorta di strega bisbetica mentre nella commedia di Terenzio era ben differente (Sostrata). L’humanitas quindi, prevaleva sempre sullo sviamento morale.
Io sono un uomo e non ritengo estraneo di me nulla di ciò che sia umano e attinente all’uomo”.
La commedia di Terenzio quindi non era basato sull’intreccio, sulle battute spinte, sull’intrigo ma era appuntata sull’uomo, sulle sue manifestazioni e sull’humanitas.

Le commedie

Andria (la fanciulla di Andro): La figlia di Cremete si chiamava Filumena ed era amata da un amico di Panfilo di nome Carino. Il padre di Panfilo e Cremete volevano però a tutti i costi il matrimonio tra Panfilo e Filumena. Anche questa commedia terminava con la tecnica dell’Agnitio, tecnica di Menandro cioè della commedia nuova e veniva utilizzata anche da Plauto. La commedia si concludeva con un doppio matrimonio e con un lieto fine poiché Panfilo sposa Glicerio e Filumena Carino. Questa era la prima commedia di Terenzio ancora vicina alle tecniche della commedia plautina infatti compariva l’intreccio e gli intrighi. In questa commedia compariva poi una delle principali caratteristiche della commedia di Terenzio, ovvero la duplicazione della trama (due coppie di innamorati, due coppie di padri). Questa tecnica faceva proseguire due trame contemporaneamente.
Hecyra (la suocera): Le commedie di Terenzio avevano come modello la commedia nuova di Menandro. Questa commedia derivava da una commedia di Apollodoro di Caristo, imitatore di Menandro. Quest’opera si rivelò fallimentare per ben due volte e soltanto la terza volta riuscì a rappresentarla per intero grazie soprattutto alla bravura dell’attore. Il suo fallimento era dovuto al fatto che era un dramma che si discostava completamente dalla commedia plautina. Il pubblico non era ancora abituato ad una commedia priva di comicità. Rappresentava un vero e proprio dramma della famiglia, tematica frequente delle opere di Terenzio. L’ordine centrale della famiglia veniva sconvolto dall’amore passionale dei giovani e dall’irruzione della “tyche” cioè la divinità del caso e della sorte. Infine l’ordine veniva ripristinato grazie ai protagonisti della commedia con il buon agire e con l’humanitas.
Panfilo, figlio di Sostrata, venne costretto dal padre, che aveva poteri assoluti sui propri figli, a sposare Filumena, contro la sua volontà poiché era innamorato di una cortigiana, una donna di facili costumi di nome Rachide. Dopo il matrimonio senza amore, in cui decisero di non avere alcun rapporto, Filumena, ignorata dal marito e non avendo buoni rapporti con la suocera, ritornò dalla madre. Il padre di Panfilo accusò la moglie Sostrata di averla maltrattata e per questo Filumena era ritornata dalla madre. Il reale motivo invece per cui invece scappò era perché scoprì di essere incinta. Prima di sposarsi, la donna si era recata ad una festa a cui aveva partecipato anche Panfilo che approfittando dell’oscurità l’aveva violentata. Questo bambino che aspettava era il figlio di Panfilo ma in realtà nessuno dei due lo sapeva e per questo presa dalla vergogna ritornò a casa dal padre. Il bambino, che non venne riconosciuto, venne esposto cioè abbandonato davanti la casa di famiglie agiate che spesso crescevano i bambini e li vendevano come schiavi o se nasceva un particolare affetto li tenevano con se o addirittura potevano essere riconosciuti dalla famiglia originale proprio come in questo episodio. Infatti grazie alla cortigiana Rachide si comprese l’equivoco dell’episodio. Quest’ultima era molto aperta ai sentimenti e convinse Panfilo a lasciarla e a ritornare con Filumena. Anche Sostrata contribuì al riconciliamento dei due giovani andando a vivere in campagna per un periodo. La commedia terminò con il lieto fine ovvero con il riconciliamento dei due sposi. Si notò che al centro della commedia c’era l’educazione del pater familias nei confronti dei figli, infatti il figlio pur essendo innamorato di un altro fu costretto a sposare Filumena. Egli però era innamorato di una cortigiana e secondo il mos maiorum quest’amore non poteva mai essere accettato dal genitore.
Inizialmente, nella Roma arcaica, i bambini venivano allevati ed educati all’interno della propria famiglia. L’educatore era il pater familias che insegnava a leggere, a scrivere, ad utilizzare le armi e ad apprendere un mestiere. Tutto veniva svolto all’interno delle mura domestiche. Con il passare del tempo, quando a Roma subentrò il Circolo degli Scipioni si diffusero maestri greci e i “ludi” cioè delle scuole. Poi nacque anche uno stadio superiore di scuola dove i ragazzi apprendevano la retorica, l’ars dicendi e l’oratoria per essere poi avviati alla vita pubblica. La figura di riferimenti rimaneva il pater familias, figura autoritaria che imponeva la sua volontà ai propri figli. I padri che invece rappresentavano le commedie di Terenzio erano perlopiù autorevoli, cioè saggi, superiori ai figli per l’esperienza e che impartivano degli insegnamenti in base ai quali i figli potevano liberamente scegliere.
Heautontimorumenos (Il punitore di se stesso): Trattava la storia di Menedemo, padre molto autoritario, il quale non voleva che il figlio stesse con la ragazza che amava di nome Antifila che era povera. Il figlio stanco dei divieti continui del padre e non avendo la forza di opporsi partì per intraprendere il lavoro di soldato mercenario. Il padre era fortemente dispiaciuto e per questo tentò di autopunirsi lavorando duramente nei campi tutto il giorno. Accanto a lui vi era un altro padre, Cremete che presentava una visione della vita completamente differente e che lo rimproverò attribuendogli la colpa della partenza del figlio. In seguito il figlio ritornò e scoprirono che Antifila era la figlia di Cremete. Con il consenso di entrambi i padri i due giovani poterono finalmente sposarsi. Anche in questa commedia le tematiche principali erano il nucleo famigliare, la passione amorosa e lo svolgersi nell’agnitio.
Apparentemente in queste tre opere sembrava esserci la tiche che risolveva tutto. Invece al centro c’era sempre l’uomo. L’ordine veniva sempre ripristinato dagli uomini e dai protagonisti e da coloro che usavano la saggezza e che non erano autoritari ma fingevano da guide.
Al centro della commedia di Plauto vi era il tipo, la maschera, che si ripeteva continuamente mentre al centro di quelle attribuite a Terenzio vi era il carattere delle persone. In particolare il loro modo di essere, di agire non era uguale ma mutava di persona in persona. Nel ‘600 infatti con Goldoni si passò a quella che era una commedia di maschera, cioè la commedia dell’arte, alla creazione dei caratteri, cioè persone con la loro individualità. Altra caratteristica importante nella commedia di Terenzio fu lo studio dell’uomo e della sua psicologia.

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