Video appunto: Poemi omerici e filologia omerica

I poemi omerici e la filologia omerica



Le imprese narrate nell’Iliade e nell’Odissea sono da collocare nella tarda età del bronzo, quindi nell’epoca micenea.
In assenza di scrittura, l’epica fu composta e trasmessa oralmente in forma di >, ovvero brani di estensione più o meno ampia, prodotte dall’attività di professionisti.

I poemi omerici da un lato sono il prodotto di una tradizione orale, stratificata nel tempo attraverso generazioni di aedi dai quali deriva tutto il materiale narrativo e stilistico presente nei poemi, dall’altro mostrano i caratteri di un’elaborazione unitaria e che furono filtrati e conservati attraverso la scrittura.
La letteratura greca inizia con due opere di valore artistico assoluto, l’Iliade e l’Odissea, attribuiti a un poeta di nome Omero, che si dice fosse cieco e errabondo. Non si sa nulla di preciso di lui, neanche gli antichi. Nessuno nell’antichità dubitò però l’esistenza reale di Omero; ci si interroga invece su quale fosse la patria del poeta e su quanta parte delle opere a lui attribuite e quanta fosse invece confluita da altri autori così detti “omerici”.
Varie città si vantavano di aver dato i natali al poeta nazionale dei Greci e sette sono menzionate insieme in un epigramma tardo come possibili patrie di Omero: Smirne, Pilo, Chio, Calofonte, Argo, Itaca e Atene.

Riguardo le sue opere, generalmente gli venivano assegnate senza discussione l’Iliade e l’Odissea. Le evidenti differenze strutturali tra i due poemi erano talvolta spiegate supponendo che essi fossero stati composti in fasi differenti della vita dell’autore: l’Iliade, opera in cui predomina uno spirito eroico e guerriero, il poema della giovinezza; mentre l’Odissea, quello della vecchiaia di Omero, per il diffuso desiderio di pace e nostalgia di cui è pervaso.
La filologia Omerica:
Naturale conseguenza dell’introduzione della scrittura nella ricezione dei poemi omerici fu la nascita di una rudimentale filologia omerica, che mirava a studiare, commentare, e interpretare i due celebri poemi ormai fissati in una forma scritta; il più antico rappresentante fu Teagene di Reggio, che propose una lettura allegorica delle divinità omeriche, tale da far corrispondere a esse quegli elementi naturali su cui si fissava l’attenzione dei filosofi a lui contemporanei (Secolo VI a.C.).
La sistemazione definitiva dei poemi omerici risale però all’opera dei filologi alessandrini, a cui si deve la suddivisione di Iliade e Odissea in ventiquattro canti ciascuna; gli stessi corredarono inoltre il testo di apparati e di commenti che ci sono pervenuti in gran numero nella forma compendiata di brevi annotazioni a margine del testo omerico nei manoscritti medievali. ( Secoli III a.C./ II a. C.)
Dal momento che Omero si riduce di fatto ai versi dell’Iliade e dell’Odissea, le domande sull’identità e sull’autenticità di questo personaggio passano in secondo piano, lasciando spazio ai quesiti su struttura, lingua, e caratteri dei due poemi.
Con ciò non importa tanto ricostruire la fisionomia storica di Omero, poiché i problemi più importanti sono soprattutto: quale sia la natura specifica di questo tipo di poesia e in che senso si possa usare la nozione di “autore” in senso moderno per opere che nascono in contrasto di poesia orale tradizionale. Da qui prende corpo la cosiddetta >: quel dibattito in cui gli studiosi, nel corso dei secoli, si sono confrontati e tutt’ora si confrontano allo scopo di elaborare i metodi più efficaci per estrarre dai versi epici il maggior numero possibile di dati affidabili riguardo alla loro origine.
Diverse contraddizioni o palesi inverosimiglianze all’interno dei poemi avevano catturato l’attenzione dei critici antichi. Alcuni filologi antichi, volendo salvare l’unità dei poemi e renderli intimamente coerenti, provarono a cancellare, correggere e a cercare spiegazioni ardite per i luoghi dubbi o incongruenti. Ma il loro tentativi non conobbero grande successo, anche perché quello di Omero era diventato un testo “sacro” del patrimonio greco e quindi intoccabile: tanto che possiamo affermare che il testo omerico che leggiamo oggi non è molto diverso da quello che in età classica.
A mettere in dubbio la reale personalità di Omero fu per primo l’abate francese Francois Hédelin d’Aubignac, considerato l’iniziatore stesso della >, nel 1664.
Anche il napoletano Gianbattista Vico si occupò delle origini della poesia omerica e concepì l’dea di un età in cui la ragione non era ancora sorta e l’umanità si esprimeva con una “logica poetica” che trovava nel mito il suo linguaggio naturale. Per lui i poemi Omerici erano una Sorta di deposito in cui erano sedimentate conoscenze, leggende, e memorie storiche di epoche precedenti, trasposte in forma poetica grazie al lavoro di un intero popolo (1774).
Ma la “questione omerica”, entrò nella sua fase moderna con Friedrich A. Wolf. Egli pensava che poiché in età omerica mancasse l’uso della scrittura, i poemi dovettero essere stati tramandati per molto tempo oralmente, almeno finchè Pisistrato non li fece trascrivere nella forma che sarebbe stata decisiva per la trazione posteriore. Secondo questo assunto, due sarebbero le conseguenze: Omero non sarebbe mai esistito come persona fisica; i due poemi sarebbero derivati dall’unione di unità minori composte in varie epoche e da poeti diversi, e recitate da rapsodi (1795).
Nell’Ottocento venne sostenuta da Gottfried Hermann la >, che trattava del tema dichiarato all’inizio dell’attuale Canto I, ovvero dell’ira di Achille. E che nel corso del tempo sarebbe stata integrata e ampliata con inserzioni successive fino a diventare l’iliade nella forma nota a noi e agli antichi (1830-40).
Un’altra personalità di spicco nella filologia tedesca fu Karl Lochmann, che individuò nell’Iliade sedici canti originari indipendenti tra loro, i quali sarebbero stati poi conglomerati nel poema attuale (1847).
Alcuni critici ribatterono che contraddizioni, incoerenze, oscillazioni, nello stile e nella riuscita poetica, possono trovarsi anche in opere moderne la cui unità compositiva e la cui paternità sono documentabili e dunque al di fuori di ogni dubbio. Wolfang Schadewaldt spiegò la teoria della composizione unitaria, ovvero pensava veramente all’esistenza di una mente creatrice, di un poeta geniale, che pur attingendo da un patrimonio di leggende e di forme sperimentate, avrebbe perseguito un disegno poetico unitario (1938).
La svolta decisiva nell’approccio alla > si ebbe con Milmann Parry. Egli si avvalse dei nuovi progressi tecnici e dello sviluppo degli studi di comparatistica e di antropologia, che allargarono enormemente le conoscenze sui poemi epici primitivi e sulle modalità di comunicazione in una civiltà tribale che non conosce la scrittura e comincia con la voce. Dopo ciò elaborò il concetto di >, con cui Perry dimostrò che l’unità grammaticale e narrativa minima del poema epico orale non è la parola singola, bensì la formula, ovvero un verso o una cellula metrica di verso che si presenta costantemente in corrispondenza di situazioni narrative ricorrenti e che può combinarsi con altre formule per formare anche intere sezioni (1928).