Ibico


Dati biografici

Poeta greco antico di lirica corale, attivo in Magna Grecia intorno alla metà del VI secolo a.C.
Nacque a Reggio, figlio di un certo Fitio, appartenne ad una famiglia aristocratica e si formò nella scuola di Stesicoro.
Viaggiò molto, durante uno dei suoi viaggi si recò a Samo dove si trattenne a lungo presso la corte del tiranno Policrate.
Una leggenda vuole che morì di morte violenta, ucciso da alcuni ladri nei pressi di Corinto.

Frammenti


Fr. S 151 D:
Il campo semantico è quello della guerra di Troia; le parole chiave che ci suggeriscono ciò sono le seguenti:
“Elena”: Elena, ritenuta da alcuni poeti causa dello scoppio della guerra di Troia, fu moglie di Menelao, re di Sparta. Promessa da Afrodite a Paride, principe di Troia, come dono col fine di ottenere la mela d’oro, ella fuggì da Sparta rapita da Paride, provocando l’ira di Menelao il quale si vendicò dichiarando guerra a Troia.
“Cipride”: appellativo di Afrodite, ritenuta da Ibico la vera causa dello scoppio della guerra di Troia. Nella contesa per la mela d’oro, promise a Paride in dono l’amore della donna più bella: Elena. Il rapimento di Elena da parte del principe troiano, sostenuto dalla dea Afrodite, provocò in seguito lo scoppio della guerra.
“Paride traditore di ospiti”: Figlio di Priamo ed Ecuba, principe di Troia, fu inviato a Sparta per compiere una missione diplomatica, laddove conobbe Elena, di cui si innamorò e la dea Afrodite, per rispettare la promessa a lui fatta, fece innamorare la fanciulla di lui. Fuggì da Sparta portando via con sé Elena, violando quel vincolo d’ospitalità di cui Zeus è protettore, scatenando l’ira di Menelao e provocando la guerra di Troia.
“Valore superbo di eroi”, “guerrieri eccellenti”, “concave navi”: La chiarezza del tema affrontato da Ibico è esplicitata dall’uso del linguaggio omerico relativo al campo della guerra; notevoli sono infatti gli epiteti e i vocaboli che il poeta riprende dall'Iliade. Palpabile e potremmo dire certa è dunque l’ispirazione di Ibico dall'Iliade e dall’Odissea, inevitabile nell’affrontare il tema del frammento.
“Troiani e Danai”: i due schieramenti coinvolti nella guerra di Troia, da un lato vi era l’esercito di Troia comandato dal re Priamo, dall’altro lato vi era l’esercito greco, formato dai maggiori comandanti dei regni greci e dai loro sudditi, radunati dal re di Sparta Menelao e dal fratello Agamennone.
All’interno del frammento il poeta, pur affermando di non voler ora trattare tale tema, veste i versi con la guerra di Troia. Ibico, ispirandosi all’Iliade, riassume in breve la vicenda, affermando la distruzione della città di Troia per mano dei greci partiti da Argo per rivendicare il rapimento della bella Elena, moglie del re spartano, rapita dal principe troiano Paride.
Al contrario di altri poeti lirici, quale ad esempio Alceo, che attribuivano tutta la colpa a Elena come unica causa della guerra di Troia, Ibico pone Cipride come vera causa della guerra.
Fu infatti la dea Afrodite a promettere a Paride l’amore della donna più bella in cambio dell’ottenimento della mela d’oro, suscitando così l’odio e il desiderio di vendetta nel cuore di Menelao, ed inevitabilmente la guerra qui sopracitata.
L’accusa nei confronti di Elena non è così pungente come invece lo è in Alceo, Ibico si avvicina maggiormente a Saffo, la quale nel frammento 16 V sembra quasi scusare la fanciulla, non colpevole per esser stata “sviata” da Afrodite, indotta per amore ad abbandonare lo sposo, la figlia e la casa.
Come detto precedentemente, evidente è il fatto che Ibico abbia attinto dal poema omerico Iliade per la scrittura del frammento qui analizzato.
Forse inevitabile è il fatto che il poeta abbia utilizzato il medesimo linguaggio presente nell’Iliade, in quanto, nell’affrontare tale tema, la fonte più autorevole è sicuramente quella di Omero, colui che per primo scrisse dello scontro che coinvolse greci e troiani.
Inoltre è probabile che Ibico cercasse di accostarsi quanto più possibile alla grandezza di Omero, e nel far ciò abbia ritenuto opportuno adoperare il linguaggio da lui utilizzato.
Nel verso 28 riprende da Omero il tema dell’ispirazione alle Muse, divinità figlie di Zeus che presiedevano il monte Elicona. Al tempo di Omero erano le Muse stesse a cantare, sotto la mano del poeta che, come invasato dalla divinità, ripeteva ciò che la Musa gli riferiva.
Ibico dunque si accosta a Omero allontanandosi invece dagli storiografi come Ecateo ed Erodoto, i quali, con l’inserimento del sigillo, sugellarono l’indipendenza dalle Muse e la paternità dei versi delle proprie opere.
Si accosta inoltre a Omero per la sua funzione di conferire, attraverso il suo canto, gloria. Infatti così come Omero canta il valore di quegli eroi, vinti e vincitori, per far sì che essi non vengano dimenticati nel tempo, allo stesso modo Ibico canta per dar fama e gloria a Policrate.
Policrate fu tiranno di Samo e l’inserimento di questo personaggio in questi versi ci rimanda ad alcuni elementi biografici come la sua cronologia; essendo infatti Policrate vissuto nel VI secolo a.C., anche Ibico deve essere vissuto intorno a quel secolo; inoltre ne ricaviamo la notizia circa la sua permanenza a Samo presso la corte dello stesso Policrate, di cui si pensa fosse diventato poeta di corte.

Fr. 286 PMG

Il tema qui affrontato da Ibico è quello della violenza e dell’azione impetuosa dell’amore.
Il frammento è come suddiviso in due sezioni. Nella prima sezione il poeta riveste i versi della pace e della calma di un locus amoenus: “il giardino intatto delle Vergini”, che rimanda al giardino afroditico di un frammento saffico, il 2, in cui la poetessa aspetta l’arrivo di Cipride in un bosco ricco di meli, attraversato da acqua fresca, circondato da alcuni roseti, dalle cui foglie sembra scendere un sonno carico di magia.
Allo stesso modo, nel giardino di Ibico, la primavera fa sorgere i fiori della vite e i “meli cidoni”, conosciuti comunemente come meli cotogni, simbolo di amore e fecondità, pomo d’oro dell’antica Grecia, frutto consacrato dalla dea Afrodite. L’inserimento di tale elemento rimanda chiaramente a Saffo, andando a dire dunque come il poeta si ispirò alla poetessa ed inoltre caratterizza quella stagione (la primavera) che il poeta vuole rivelare nei primi versi, essendo essi simbolo di fecondità e dunque di fertilità.

La seconda sezione sembra contrapporsi alla prima; infatti alla calma della prima parte si oppone la forza dell’amore della seconda, che attanaglia il cuore del poeta stagione dopo stagione.
L’amore qui è descritto da Ibico come una forza travolgente, paragonato al vento (Borea) che si scaglia sul poeta sotto l’ordine di Cipride (“dal fianco di Cipride”), provocando aride follie, prendendo pieno controllo del proprio cuore (“saldamente custodisce il mio cuore”).
Già altri autori avevano utilizzato la metafora del vento, come ad esempio Alceo, dove anche in esso (nel frammento 208 a V) è impiegato per andare ad indicare una situazione di sconvolgimento, una situazione non positiva che colpisce ancora una volta colui che scrive, soggetto dei versi.
La scelta di Borea non è casuale per trattare tale tipo di amore; Borea era infatti temuto dagli antichi greci, il suo avvicinarsi provocava paura e apprensione, portatore di nubi, piogge e nevi d’inverno.
La visione dell’amore di Ibico in questo frammento si accosta alla visione dell’amore della poetessa Saffo nel frammento 31, dove l’amore è percepito come una forza devastante che carpisce completamente l’amante, senza dargli tregua.
Inoltre ancora più evidente questa analogia con i termini impiegati; “aride follie” di Ibico si collega al “mio cuore folle” di Saffo, del frammento 1 V, ed entrambi ci danno l’idea di un amore percepito come follia e tormento. Folle dunque è il cuore di chi ama e continua a bramare amore, nonostante le sofferenze che questo comporta.

Fr. 11 D9

Il tema centrale è ancora una volta quello dell’amore.
In tale frammento il protagonista sembra essere lo stesso poeta, il quale scrive in un momento non più giovane della propria vita, in cui, nonostante la vecchiaia, Eros è tornato a tormentarlo.
Il componimento prende vita con il sostantivo Ἔρως, collocato in posizione di rilievo, per far sì che il lettore percepisca come tutti i versi ruotino attorno ad esso, a quel sostantivo la cui definizione è “passione amorosa”.
Quello che noi pensiamo sia il poeta, o comunque il soggetto di questo componimento, è di nuovo preda di quella passione amorosa che lo porta a cadere nelle reti di Cipride.
Eros è la passione amorosa più carnale, mentre Cipride è la dea dell’amore con la A maiuscola, dell’amore in entrambe le sue forme: quella carnale e quella più pura.
Pertanto è probabile che il poeta vada a descrivere una sorta di cambiamento; il protagonista parte infatti da una passione amorosa, caratterizzata da “oscure dolcezze”, per cadere inevitabilmente nelle “reti di Cipride”, un amore ormai “inestricabile” come “inestricabili” sono le reti della stessa dea.
Il protagonista è chiamato da Eros, e nonostante la sua età, non riesce a non cedere ai suoi “occhi di mare”; e come un cavallo da corsa vittorioso, ormai anziano, torna a gareggiare con poca voglia e scarse energie, allo stesso modo il protagonista trepida alla venuta dell’amore.
Questi versi di Ibico ci rimandano ad un altro poeta: Mimnermo.
Anche in Mimnermo infatti la vecchiaia è percepita come impedimento all’amore, ostacolo e più grave pena per gli uomini, momento della propria vita in cui sono costretti a subire le più terribili sciagure e sofferenze.
Pertanto possiamo dedurre che per entrambi i poeti la giovinezza era il tempo dell’amore, mentre la vecchiaia era tempo d’altro.

Alcmane


Dati biografici


Poeta greco antico, vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C. Visse a Sparta, secondo alcuni giunto come schiavo, secondo altri originario del luogo. Studiò nella scuola di Terpandro, continuando la tradizione poetica già iniziata con quest’ultimo e Taleta.
Il più antico autore di lirica corale, di cui ci restano pochi frammenti, poco più di un centinaio.

Frammenti


Fr. 90 C.

All’interno di tale frammento Alcmane canta l’impossibilità dell’amore in età avanzata.
Il poeta sfrutta una stupenda leggenda in cui scarica la sua amarezza e consapevolezza. I cerili, maschi degli alcioni, una volta sopraggiunta la vecchiaia non riescono più a volare ma vengono comunque trasportati in volo dalle femmine della specie. Allora il poeta afferma e sogna che, così come il cerilo viene trasportato in vecchiaia dalle femmine, allo stesso modo egli, non potendosi più unire al coro delle “fanciulle dal canto di miele”, affida ad esse il suo canto affinché lo portino in alto.
Ben consapevole della sua vecchiaia, vista come un momento di totale negatività, egli non può far altro che affidarsi alle fanciulle per riuscire a vivere nel migliore dei modi questa ultima parte della propria vita che concluderà con la morte.
Alcmane ci rimanda ad un altro poeta: Mimnermo. Anche per Mimnermo infatti la vecchiaia era un momento di totale negatività della vita di un individuo, momento in cui le gioie della vita finiscono, momento di sofferenza e privazione.

Fr. 159 C.

Il tema del frammento, indicato come il più famoso di questo genere di tutta la letteratura greca, è quello del notturno, motivo già comparso nei testi omerici.
Sorse il dubbio fra gli studiosi che il frammento attribuito ad Alcmane fosse in realtà un frammento omerico, data la piena aderenza al linguaggio ionico e il fatto che non vi sia parola, espressione o metafora che non abbia precedenti nel linguaggio omerico.
L’ipotesi della paternità del frammento di Omero è stata ormai superata, pertanto è corretto affermare che Alcmane decise di immedesimarsi a pieno nelle vesti di colui il quale aveva scritto a più riprese questo tema nei suoi versi.
Alcmane, nei pochi versi di tale frammento, descrive un paesaggio immerso nella notte; narra di una notte serena, che culla in un dolce sonno tutto ciò che essa circonda, una notte per la quale il poeta non può far altro che contemplare la bellezza che si apre davanti ai suoi occhi.
La natura è come immobile davanti allo sguardo di Alcmane e rimanda completamente all’idea di quiete universale, oggetto ripreso diverse volte dallo stesso Omero all’interno delle sue opere, in cui la notte è presentata come placatrice d’animi, es:
Il. X 1 ss.:

Ἄλλοι μὲν παρὰ νηυσὶν ἀριστῆες Παναχαιῶν
εὗδον παννύχιοι μαλακῷ δεδμημένοι ὕπνῳ
ἀλλ'οὐκ Ἀτρεΐδην Ἀγαμέμνονα ποιμένα λαῶν
ὕπνος ἔχε γλυκερὸς πολλὰ φρεσὶν ὁρμαίνοντα

Gli altri capi degli Achei presso le navi dormivano nella notte domati dal molle sonno: ma (ἀλλ') il dolce sonno non si impadroniva dell’Atride Agamennone pastore di popoli che molte cose agitava nell’animo.


La notte appare pertanto positiva, momento di sospensione per l’uomo dalle sofferenze della propria vita.
Tuttavia nonostante l’analogia con Omero per una visione positiva della notte, fra i due poeti compaiono alcune differenze; prima fra tutte il fatto che mentre in Omero gli uomini siano i protagonisti della notte, in Alcmane gli unici protagonisti della notte sono gli elementi naturali e animali, non certamente l’uomo.
Pertanto si potrebbe ipotizzare, senza avere tuttavia delle prove, che in realtà Alcmane ponesse l’uomo al di fuori di questo quadro, in contrapposizione a esso.
Tipico era infatti il tema di una natura di quiete che si contrapponeva all’animo tormentato dell’uomo. E allora la contemplazione di tale spettacolo risulterebbe una contemplazione malinconica davanti a una quiete assente ma desiderata all’interno dell’anima dello spettatore.

Fr. 91 C.

Nell’analizzare tale frammento, è necessario in primo luogo soffermarsi sull’espressione “il canto delle pernici”.
Alcamne infatti utilizza questa per andare ad indicare la sua consuetudine nell’ispirarsi al canto di tali animali per comporre e cantare i propri versi; ponendosi quasi come figura intermediaria fra le pernici e gli stessi uomini, per far godere questi ultimi della bellezza del loro canto.
Effettivamente comune era l’idea, nella cultura classica, che i poeti si ispirassero al canto degli uccelli; addirittura si racconta che Omero, durante la notte, da bambino, emettesse voci di nove uccelli, fra cui la stessa pernice.
Pertanto potremmo ipotizzare che, con l’inserimento di questo elemento, il poeta sembri quasi voler indicare la grandezza della sua bravura e capacità artistica, che lo ponevano alla pari di quegli stessi uccelli dal canto così mirabile.
Ma ancora più rilevante è l’inserimento del nome stesso del poeta, che si pone quasi come un sigillo con cui Alcmane intendeva probabilmente indicare la paternità di un’opera appena scritta.
Inevitabile allora è il collegamento con gli stessi storiografi, i primi che posero il sigillo nelle proprie opere per andare ad indicare la paternità dei versi appena scritti. Ed inevitabile è invece la contrapposizione con il poeta Ibico, in quale invece si colloca sulla linea di Omero, in direzione opposta agli stessi storiografi e allo stesso Alcmane, rifiutando la completa paternità delle proprie opere, riconoscendo di esse solo la mano che le ha scritte non la mente che le ha prodotte, la quale invece è di possesso delle “Muse Eliconie”.

Fr. 148 C.

Il tema affrontato in questo frammento dai soli due versi è chiaramente quello amoroso.
Al principio del primo verso, in posizione di rilievo, compare infatti il nome di Eros, dio dell’amore fisico e del desiderio.
In ambito greco non vi era una precisa distinzione fra passione amorosa e il dio che la simboleggiava, qui molto probabilmente il poeta si riferisce a quella passione amorosa mossa dalla stessa dea Cipride.
Di estrema analogia con i frammenti di Ibico:
“Nuovamente Eros…” (Fr. 11 D9) “Eros di nuovo…” (Fr. 148 C.)
“…mi spinge nelle reti di Cipride…” (Fr. 11 D9) “…a causa di Cipride…” (Fr. 148 C.)
“…saldamente custodisce il mio cuore…” (Fr. 286 PMG) “…mi invade, riscalda il cuore…” (Fr. 148 C.)

Data la cronologia dei due, è probabile che Ibico, essendo posteriore ad Alcmane, si sia ispirato al poeta stesso nella scrittura di versi amorosi.
La differenza che possiamo percepire però fra i due autori è relativa non ai termini impiegati, ma alla visione dell’amore che traspare da essi.
In Ibico l’amore è una forza struggente e caotica, un vento portatore di tempesta.
In Alcmane l’amore è una forza calma e serena, un vento portatore di calore.
Mentre in Ibico l’amore prende con forza, in Alcmane l’amore dolcemente invade l’anima dell’amante. Mentre in Ibico l’amore porta “aride follie”, in Alcmane l’amore riscalda il cuore.
E mentre Ibico si accosta alla visione amorosa della poetessa Saffo, Alcmane se ne allontana, percependo infatti l’amore sotto una visione più positiva.
Per Alcmane l’amore infatti non porta sofferenza. Egli lo accoglie, non vuole liberarsene, perché per lui non è motivo di dolore.
Per Saffo l’amore è causa di afflizione, e più volte la costringe a richiamare a sé la dea Afrodite affinché ponga fine a queste sue torture.
Per Alcmane l’amore è dolce, per Saffo l’amore è un “penoso tormento”.
Ancora una volta invece evidente è l’insegnamento delle opere omeriche, possiamo dedurre ciò dall’inserimento del soprannome Cipride ad indicare Afrodite, come era solito fare Omero all’interno dell’Iliade.

Stesicoro


Dati biografici

Ben poco è noto della vita di Stesicoro, quasi certo è che nacque in Calabria, a Metauros (odierna Gioia Tauro) o Imera e che visse quasi tutta la sua lunga vita a Imera. La sua cronologia si colloca fra il VII e il VI secolo a.C.
Della sua vastissima produzione ci sono rimasti ben pochi frammenti.
La sua poesia è un'elaborazione epico-lirica delle vecchie leggende greche, di quelle eroiche più che di quelle divine. Le testimonianze antiche sono concordi nel riconoscere a Stesicoro altissime qualità di poeta: fu da molti considerato un "Omero lirico".

Frammenti


Fr. 222 b Davies

In questo frammento, presentato sotto forma di monologo, Stesicoro racconta il mito di Giocasta, regina di Tebe, la quale cerca di portare la pace fra i due suoi figli Eteocle e Polinice, in lotta per la supremazia su Tebe. Quando poi i suoi due figli si uccideranno a vicenda, la regina non reggerà il dolore e si pugnalerà sui loro cadaveri.
Nella narrazione del mito Stesicoro si distacca dalla versione di autori che avevano già trattato tale materia, come ad esempio Omero nell’Odissea, in cui la regina Giocasta non sopravvive al marito Edipo, impiccandosi dopo aver scoperto per prima l’incesto con esso, in realtà proprio figlio.
A parlare qui nel frammento è la regina, la quale si rivolge all’indovino Tiresia pregandolo di non predire altre sofferenze per il futuro, augurandogli che il dio Apollo non porti a compimento ciò che egli ha appena predetto.
Inserisce la figura del dio Apollo poiché esso era venerato, in quanto protettore della città e del tempio di Delfi (il più famoso centro oracolare di tutta la Grecia), come dio oracolare, capace di svelare il futuro agli uomini.
Nella versione del mito qui riportata da Stesicoro viene eliminato il suicidio di Giocasta a causa dell’incesto, ma il suicidio della regina è comunque un elemento presente.
Essa infatti, subito dopo, afferma che se le Moire hanno filato per essa tale destino, ella si ucciderà prima di assistere alla morte degli stessi figli.
Le Moire sono un altro elemento di rilevante importanza in tale ambito; tre donne dall’anziano aspetto che dimorano nel regno dei morti, avevano il compito di tessere il filo del fato di ogni uomo, svolgerlo ed infine reciderlo segnandone la morte. Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus, ma tutti gli dei erano tenuti all'obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l'ordine dell'universo, al quale anche gli dei erano soggetti.
Giocasta va dunque ad affermare nelle sue parole l’impossibilità dell’uomo di agire contro il volere di queste, essendo padrone della vita, del destino e della morte di ogni individuo. Comunque essa non può e vuole assistere all’adempimento di una così rovinosa scena, davanti alla quale meglio è la morte.
Le parole di Giocasta sono di perfetta adesione all’epoca, in cui le Moire rappresentavano esattamente la mentalità fatalistica degli antichi greci, simbolo dunque di quel “fato”, davanti al quale l’uomo ha un potere quasi nullo, superiori persino alle stesse divinità dell’Olimpo.
Giocasta si rivolge a Tiresia, indovino, profeta di Apollo, la cui figura compare già nell’Odissea, quando Odisseo scende nell’Ade e ricava profezie da esso.
La leggenda vuole che Tiresia fu chiamato da Era e Zeus, essendo stato sia uomo che donna, per risolvere la controversia su chi provasse più piacere, tra l’uomo e la donna, durante il rapporto sessuale. Mentre Era sosteneva l’uomo e Zeus la donna, Tiresia rispose la donna, risposta per la quale fu punito da Era, infuriata per la rivelazione di un tale segreto, rendendolo cieco.
Non potendo Zeus cancellare quanto fatto e deciso da un’altra divinità, stabilì per Tiresia il dono di poter predire il futuro e di poter vivere per sette generazioni.
Dunque, come soluzione a ciò predetto da Tiresia, Giocasta propone la divisione dell’eredità paterna tra i due figli, per salvare la stirpe e la città di Cadmo, se la volontà di Zeus sarà unanime al proprio desiderio.
Cadmo fu infatti il mitico fondatore della città di Tebe. Ebbe dall’oracolo di Apollo l’ordine di seguire le orme di una giovenca che gli sarebbe apparsa e di fondare, dove quella si sarebbe fermata, una città. Ma nel luogo stabilito i compagni di Cadmo furono uccisi da un drago. Cadmo allora uccise il drago e seminò i suoi denti, dai quali nacquero dei guerrieri che si uccisero a vicenda tranne cinque, gli Sparti (Σπαρτοί «seminati»); con questi Cadmo fondò Tebe.
In questi versi la figura di Giocasta ci appare, proprio come lo stesso Stesicoro afferma, un’”eroina”. Difatti la figura femminile assume un grande spessore e rilievo, comparendo addirittura dal carattere più fermo e audace degli stessi uomini. Essa incarna l’ideale di donna greca, il cui compito era quello di badare alla casa e mantenere unita la famiglia, cercando di sedare l’astio fra i due figli.
Tuttavia la donna di Stesicoro, rispetto alle donne dei poemi omerici, sembra fuoriuscire da quell’ambito esclusivamente domestico ed assumere un peso nelle vicende politiche della stessa Tebe. Essendo infatti regina, dopo la morte del coniuge, suo compito è quello non solo di pensare al bene dei figli, ma anche al bene della stessa città, che risentirebbe di questo conflitto familiare.

Fr. 11 D9

Tale frammento appartiene alla Palinodia, opera scritta da Stesicoro, nella quale ritratta un’opera scritta precedentemente, l’Elena.
Secondo la tradizione Stesicoro, dopo aver scritto l’Elena, fu punito dai fratelli della fanciulla, i quali lo resero cieco per aver accusato di adulterio la sorella. Da qui la decisione di Stesicoro di ritrattare l’opera, nella quale il poeta afferma che Elena non giunse mai a Troia, sostituita dal re Proteo, in Egitto, con un suo fantasma.
Stesicoro scrisse due palinodie. Non riuscendo infatti a presentare Elena come donna fedele nella prima palinodia, non scagionandola dalle sue tradizionali accuse, nella seconda la spoglia di tutte le sue colpe.
Dunque secondo la seconda ritrattazione Elena giunse in Egitto senza Paride, grazie alla dea Era, e di conseguenza, in tal modo e per la prima volta, Elena appare fedele a Menelao.
Di questa seconda palinodia non restano altro che i pochi versi di tale frammento (fr. 11 D9), che racchiudono in poche parole il pensiero e la volontà di Stesicoro nella scrittura dell’opera.
Secondo la leggenda, dopo la composizione di tale opera, Stesicoro racquistò la vista.
Di forte impatto è questa nuova visione della figura di Elena, per la quale egli divenne famoso. Totalmente innovativa rispetto alla figura che ci appare nell’opera di Omero, o ancora, totalmente innovativa rispetto alla visione di un ulteriore poeta lirico: Alceo.
Nel frammento 283 V e 42 V di Alceo,il cui soggetto è la stessa Elena, la fanciulla assume un rilievo totalmente negativo. Concepita come unica causa dello scoppio della guerra e unica causa della distruzione della città di Troia, Elena viene accusata dal poeta per esser fuggita con Paride, abbandonando il marito, la casa e la figlia.
Stesicoro smentisce tutto ciò che è affermato da Alceo, dichiarando appunto la piena innocenza di Elena, non essendo mai fuggita con Paride.
Andando oltre la leggenda riguardante la scrittura delle palinodie, secondo gli studiosi, Stesicoro scrisse differenti versioni della propria opera per ottenere quanto più riscontro fra gli ascoltatori. Probabilmente fu invitato alla ritrattazione della prima opera trovandosi davanti ad un pubblico a cui Elena era assai cara, e da qui la realizzazione di ben due palinodie, le quali probabilmente venivano recitate da Stesicoro a seconda dell’uditorio davanti al quale era chiamato.

Fr. 10 D

Il frammento qui riportato è probabilmente un frammento di lode, in cui il poeta celebra un re, riportando forse una scena a cui lui ha assistito o che semplicemente descrive avendola immaginata.
In tali versi la figura del re, posto al di sopra di un carro, è affiancata da immagini di lode.
Stesicoro afferma appunto che il re, partecipando ad un corteo probabilmente in suo onore, venga omaggiato con diversi frutti e fiori: i pomi cidonii, il mirto, le rose e le viole.
Nel primo verso Stesicoro, in posizione di rilievo, colloca i “pomi cidonii”.
Già nel frammento di un altro lirico, Ibico, abbiamo ritrovato tale termine. I pomi cidonii non sono altro che quei frutti oggi conosciuti con il termine di mele cotogne.
Pianta consacrata ad Afrodite, erano dette anche “krisomelon” ossia “pomi d’oro”, per il loro colore giallo oro. Gli studiosi le hanno identificate come le famose “mele d’oro” del giardino delle Esperidi.
Pertanto, per i significati che esso contiene, sembrano adeguati alla celebrazione di un re.
Il mirto è considerato la pianta sacra agli dei, in maniera particolare ad Afrodite. Infatti, nella mitologia greca, si narra anche che Afrodite, dea dell’amore, della bellezza e fertilità, uscita nuda dal mare venne inseguita dai satiri (figure mitologiche maschili che abitano boschi e montagne) e trovò rifugio in un bosco di mirti.
La rosa invece, presso gli antichi greci, è il simbolo della gioia, della bellezza, dell’amore e del desiderio; era appunto il simbolo della dea Afrodite.
Corone di rose adornavano poi le statue del dio Dioniso.
Egli era il dio del vino e ghirlande di rose cingevano coloro che partecipavano ai banchetti in onore di questa divinità, proprio perché si credeva che tale fiore era in grado di tenere lontano gli effetti negativi che un abuso di questa bevanda poteva provocare, e anche perché si riteneva che aiutasse le persone ubriache a non rivelare i segreti di cui erano a conoscenza e che sotto l’influsso dell’ebbrezza avrebbero potuto esternare. Fu molto probabilmente anche per questo motivo, che la rosa è poi diventata simbolo della riservatezza.
E infine cita le viole, fiore molto amato dagli antichi greci, i quali ne esaltavano soprattutto la delicatezza e lo consideravano simbolo di fertilità.
Ancora una volta il fiore sembra collegato alla dea Afrodite; infatti, secondo la leggenda, il brutto Efesto riuscì a conquistare la dea ricoprendosi il corpo di viole.
Essendo tutti questi elementi collegati alla dea Afrodite, potremmo supporre che Stesicoro stesse assistendo ad un matrimonio. Probabilmente il re di tali versi stava convolando a nozze con l’amata, dunque venivano donati ad esso fiori cari alla dea Afrodite per augurargli un felice (essendo essa dea dell’amore) e fecondo (essendo essa dea simbolo della fertilità) matrimonio.
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