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La Scuola di Francoforte


Nel 1922 a Francoforte un gruppo di intellettuali (economisti, sociologi, psicologi, psicanalisti) fonda “l'istituto per la ricerca sociale” che è riconosciuto dallo stato ma si autofinanziano. Nel 1931, con Marx Horkheimer, diventa nota come scuola di Francoforte. Questa scuola è costituita da intellettuali (tra cui Horkheimer, Marcuse, Walter Benjamin) che sono di origine ebraica e quando il nazismo va al potere in Germania la scuola deve chiudere e si deve trasferire prima a Ginevra, poi Parigi e poi a New York dove svolgeranno la loro attività alla Columbia University.
Dopo la fine della seconda guerra alcuni tornano in Germania, come Horkheimer e Adorno, e nel 1950 riaprono la scuola di Francoforte, altri invece come Marcuse restano in America. La scuola di Francoforte fa un'indagine sulla società contemporanea a loro, ossia della società tecnologica, di un capitalismo stringente e l'indagine si può trasferire alla nostra società perché le loro analisi sono ancora di una attualità stringente, evidenziano i rischi della tecnologia. Divenne il riferimento culturale non solo delle principali avanguardie artistiche del ‘900 ma anche del movimento giovanile del ‘68 (i quali si rifanno alla scuola) proprio per le indagini che fa. I referenti filosofici dei francofortesi sono: Hegel, Marx e Freud. Da Marx e Hegel traggono nella loro analisi la visione dialettica e totalizzante della realtà, ovvero cercano di analizzare la società mettendone in luce le contraddizioni prevalenti e lo fanno a 360 gradi, ossia nella sua totalità, la indagano in tutti i suoi aspetti. Da Freud ricavano alcuni strumenti concettuali che servono per le loro analisi, come lo studio della personalità umana per evidenziare la personalità autoritaria, gli aspetti autoritari della società apparentemente democratica; anche la libido, la ricerca del piacere. Le coordinate storiche che li hanno spinti a fare queste analisi sono: l'avvento del nazismo e fascismo (che li portano ad analizzare la personalità autoritaria, cosa si intende per società totalitaria), il marxismo sovietico (visto come una rivoluzione fallita che è partito con begli ideali socialisti e che finisce con il totalitarismo di Stalin), la società del benessere occidentale che sembra democratica, dominata dalla tecnologia e che sembra di un benessere solo materiale. Questo li porta a condurre delle analisi sul conformismo, massificazione, spersonalizzazione. Horkheimer dice che loro fanno un'analisi critica che si presenta come una revisione e approfondimento dell'indagine marxiana della società. Però per Horkheimer loro vogliono andare oltre Marx (che ha privilegiato l'aspetto economico della società capitalistica) e indagano la società capitalistica nella sua totalità. Vogliono dimostrare che questi grandi apparati economico-politici si possono sviluppare anche nella società (come nella famiglia, scuola mass media) che diventano strumento attraverso cui i grandi apparati economici si affermano nella società. Vogliono arrivare ad una analisi interdisciplinare che guardi alla società attraverso osservatori e ottiche diverse. Sono anche dei sociologi perché portano un'indagine sulla società. Ma la loro indagine critica sulla società è (a differenza delle altre scuole che usano il criterio della avalutatività, quindi fanno un'analisi senza intromettersi, senza lasciarsi coinvolgere, senza valutare, evidenziando gli aspetti negativi restando neutrale, senza dare un giudizio) fatta anche con un giudizio critico facendo emergere le contraddizioni, gli aspetti negativi della società perché il loro obiettivo è di stimolare a un cambiamento della società. Tra tutti Marcuse è l'idolo dei giovani del ‘68, che inneggiavano a lui, non solo italiani, ma anche in America. Anche se sostenevano le tre M, oltre a Marcuse, anche Marx e Mao.

Herbert Marcuse



Marcuse è nato a Berlino nel 1898 da una ricca famiglia ebrea, ha studiato filosofia con Husserl, Heidegger, ha partecipato alla rivoluzione di Berlino perché era esponente della SPD. Scappa in America, dove insegna all'università di San Diego in California. Lui non tornerà in Germania, ma torna in Europa per alcuni convegni, assemblee con i giovani e l'università di Berlino gli conferisce la laurea d'onore. Morirà in Germania nel 1979. Marcuse ha Marx e Freud come punti di riferimento, due autori che sembra che non hanno niente in comune tra loro, ma prende qualcosa che hanno in comune: entrambi lottano la liberazione dell'uomo dallo sfruttamento, per la felicità dell'uomo. Ha scritto molte opere e il suo capolavoro è "l'uomo a una dimensione", poi scrive "eros e civiltà".

Eros e civiltà (1955)

In questa opera va a riprendere la tematica di Freud del rapporto tra felicità individuale e il disagio della civiltà: la civiltà per esistere esige una sofferenza per l'individuo, una restrizione del piacere, una sostituzione del principio del piacere con il principio di realtà anche se questo comporta una sofferenza. Se si afferma il principio di realtà (che deve tenere in sospeso il desiderio ed è una repressione pulsionale, una sofferenza, ma è necessaria per la sopravvivenza della società) significa che una quota di energia che vorremmo destinare alla soddisfazione del desiderio, la dobbiamo dirottare verso il lavoro e l'assolvimento dei doveri civili. Marcuse condivide questa visione però evidenzia un aspetto critico quando dice che Freud ha presentato il meccanismo come se fosse naturale, quindi come se fosse sempre identico in tutte le società e in tutti i periodi storici, è vero che il meccanismo della nascita della società è questo, invece nelle varie società presenta aspetti diversi. Marcuse dice che nella società contemporanea si vede che, oltre alla repressione che l'uomo deve subire con l'affermazione del principio di realtà, c'è anche quella che lui chiama repressione addizionale che si basa sul principio di prestazione, ovvero intende che la nostra società è come se fosse organizzata in una invisibile piramide, in una gerarchia in cui ognuno di noi è valutato, giudicato in base alla prestazione lavorativa (più sei bravo nella prestazione lavorativa, più sei competente e più vali); ma ogni persona è valutata solo in base a questo principio, e da questo ne viene fuori una conseguenza terrificante per l'uomo: tutte le persone anziane, malate, deboli non valgono niente, al limite le tolleriamo, li assistiamo ma fondamentalmente non gli diamo valore perché chi non può lavorare non ha valore. Questo principio si è affermato perché tutte le nostre energie psico-fisiche devono essere dirottate, finalizzate al lavoro e questo porta non solo a una repressione pulsionale, ma anche a quello che lui chiama diserotizzazione del corpo umano, ovvero intende che il corpo con cui noi ci identifichiamo, lo vediamo prevalentemente come uno strumento di lavoro, non come strumento di piacere con cui giocare e divertirci. Se riconosciamo al corpo la funzione lavoratrice di fatica, questo lo facevano gli schiavi nell'antica Roma (riposavano perché erano strumenti di lavoro), per cui dobbiamo recuperare la funzione ludica del corpo, che deve tornare a divertirsi e anche un corpo che viene violentato (chirurgia) non significa prendersi cura di sé stessi.
Il corpo non deve essere sottoposto a standard oggettivi. Le sue analisi si possono approfondire e allargare alla nostra società. La repressione si manifesta nel senso che l'eros come godimento fisico viene veicolato con finalità riproduttive all'interno di una struttura familiare patriarcale e monogamica, ovvero in una società legata alla logica della prestazione, la sessualità dovrebbe esplicarsi esclusivamente con finalità riproduttiva in una struttura familiare innaturale, quindi in una struttura patriarcale e monogamica (che per natura non lo è, quindi che ha un solo compagno) perché l'essere umano è stato costretto in una struttura, gli esseri umani sono liberi e non si possono possedere. Lui vede una repressione addizionale anche nell'amore ingabbiato nella società patriarcale, in cui l'uomo deve trovarsi a vivere la sua sessualità in strutture che non rispondono alla natura stessa dell'essere umano. Gli uomini sono liberi e anche la famiglia può diventare un sistema repressivo. Un altro aspetto repressivo è l'amministrazione collettiva dell'esistenza dell'individuo, c'è un'amministrazione collettiva e una forte spersonalizzazione, per cui la società ci fa volere alcune cose e pensare, desiderare alcune cose. I progressi ci hanno messi in condizioni, che se ci fosse una giustizia sociale a livello planetario, tutti potremmo soddisfare i nostri bisogni necessari, vitali e questo comporterebbe un cambiamento qualitativo della nostra vita perché se le risorse sono equamente distribuite perché potremmo soddisfare i nostri bisogni senza produrre l'eccesso. La società capitalistica però teme, se tutti soddisfano i bisogni necessari, di perdere il controllo su di noi e allora crea dei bisogni falsi e artificiali che noi scambiamo per necessari e così ci controlla, quindi attraverso la creazione di bisogni falsi e artificiali amministra collettivamente l'esistenza di ogni individuo. Nella seconda parte di "eros e civiltà" ci propone un modello di società nuova che dovrebbe liberare l'uomo dalla logica della prestazione e rendere l'uomo più libero. Vanno recuperate le dimensioni dell'uomo che nella logica della prestazione vengono mortificate, represse, ossia l'immaginazione, la fantasia (l'immaginazione al potere dei 68ini la prendono da Marcuse). Lui parla di liberazione dell'eros, quindi afferma che è necessaria la liberazione dell'eros per creare la società nuova, migliore; per Eros intende la liberazione delle facoltà creative che l'uomo ha dentro di sé e che non importano a nessuno perché è tutto volto alla prestazione lavorativa. Per lui solo la liberazione dell'eros può portare a un mondo più bello, meno deturpato dall'odio razziale, di classe, dalla violenza della guerra, dell'ambiente. Quando parla di liberazione dell'eros intende che l'uomo deve recuperare quelle facoltà che nella società produttivistica sono state messe da parte, ma che è l'unica salvezza per l'uomo perché sono la radice della bellezza, della dimensione estetica dell'uomo la quale può salvare l'uomo, perché la dimensione estetica esprime il taglio netto con il mondo della prestazione e può contribuire a creare un mondo più a misura d'uomo, più libero, in cui l'uomo può essere più felice, il godimento disinteressato, che è dimenticato nella logica della prestazione, va recuperato e se non si recuperano queste dimensioni che esprimono godimento disinteressato da parte dell'essere umano, egli è condannato a restare sempre uno strumento di lavoro e di fatica, non riuscirà a costruire un mondo di uomini liberi e felici, per cui la felicità è concessa al godimento disinteressato e solo se sganciamo quello che facciamo dalla logica della prestazione, l'essere umano riesce a non perdere se stesso. I 68ini l'hanno presa come liberazione sessuale, perché venendo da una società in cui la sessualità era un vero e proprio tabù, in cui la vita sessuale dell'essere umano era ingabbiato in rigide imposizioni moralistiche, religiose, i 68ini nella loro ondata rivoluzionaria mettono anche questa liberazione sessuale. Lui non è per la liberazione sessuale annunciata come un nuovo standard altrimenti diventa un'altra repressione, prescrizione, standard.
Lui non risponde a una società liberale storicamente realizzata perché questa società non la vede realizzata né nel modello sovietico (dove la rivoluzione è fallita con gli ideali marxisti) e nemmeno nella società del benessere occidentale che attraverso la creazione di falsi bisogni, che vengono indotti con lo scopo di perpetuare la produzione e il consumo, che abbassano la capacità critica dell'uomo stesso e lo riducono a una sola dimensione, a un'adesione all'esistente, a una realtà che c'è non riuscendo a immaginarne un'altra. Questa tematica la sviluppa nel suo capolavoro "l'uomo a una dimensione" dove è più pessimista, dunque nutre minori speranze nella possibilità di attuare un nuovo cambiamento nella società tecnologica che gli appare come una società totalitaria: totalitarismo diverso dai totalitarismi storici perché i totalitarismi storici avevano un dittatore chiaramente riconosciuto e individuato e i quali si affermavano con coercizione, con repressione, paura; invece questa società del benessere è totalitaria perché si afferma attraverso forma piacevoli e quindi più efficace perché non fa maturare l'opposizione. Per cui nella tecnologia vede uno strumento di controllo, che istituisce delle forme di controllo molto forti ma che si nascondono dietro l'apparenza della piacevolezza perché abbiamo l'impressione che la tecnologia ci faciliti la vita, che viene resa più piacevole e non ci accorgiamo della forme repressiva. Lui vede nella società tecnologica il pericolo legato alla dimensione della società capitalistica, ossia l'ossessione del consumo e dello spreco, dunque produrre e consumare anche cose che non servono (questo è il meccanismo legato alla società perché il capitalismo si basa su quello) ma che sentiamo la necessità di averle. La società tecnologica dunque fa apparire razionale ciò che profondamente è irrazionale, per cui gli sprechi vengono fatti passare per bisogni necessari (obsolescenza di oggetti). Dunque le persone trovano se stessi, la loro anima negli oggetti, come se l'oggetto diventasse una loro appendice della propria identità e che avendola si acquista maggiore valore. In questa situazione nella nostra società si realizza quella che lui chiama tolleranza repressiva, dunque noi crediamo di essere liberi nella società, in realtà questa libertà di cui godiamo è apparente perché noi siamo liberi in tutto finché non tocchiamo gli interessi dominanti della società altrimenti non lo siamo più, quando blocchiamo il progresso e mette in crisi gli standard dominanti e che tutti condividono il potere nella società (dello spreco). In questa società inoltre si verifica che i valori culturali trasmessi si appiattiscono sui valori sociali dominanti (la cultura prima aveva il ruolo di andare controcorrente, contro gli standard della società perché analizzava anche criticamente la società). La cultura di massa (che si diffonde e viene fluita attraverso i massimi media) determina l'appiattimento dei valori culturali su quelli sociali per cui non riesce a portare avanti un'opposizione critica. Dunque quella che scambiamo per libertà la dovremmo definire permessivismo; ciò significa che noi riteniamo che tutto ci è permesso, tutto è apparentemente permesso perché il depositario della verità è (siccome siamo convinti che c'è una società democratica) la collettività, il popolo che si suppone sia costituita da menti pensanti, critiche. Però questo non si verifica e il risultato è un generale conformismo che divaga nella nostra società, quella che lui chiama società unidimensionale. Con società unidimensionale vuole dire che nella società c'è un'uniformità di stile di vita però le classi sociali non sono scomparse, ma si è uniformato solo lo stile di vita (per questo non va bene), i comportamenti. Quindi l'uomo a una dimensione è l'uomo che è incapace di vedere un'alternativa a questa società, il quale si adegua passivamente, acriticamente all'esistente: non riesce a immaginare una società alternativa a quella presente. Ci illudiamo di essere in democrazia e quindi esiste un pluralismo politico, ma anche quelle Istituzioni più democratiche per antonomasia, come i Parlamenti che oggi sono esautorati, svuotati di potere e autorità, perché ci illudiamo che le decisioni le prendono coloro che noi abbiamo eletto, ma in realtà quelle che contano non si prendono lì, ma sono agenti invisibili che operano nel sistema economico-finanziario e che sono i veri protagonisti delle decisioni, anche perché la politica continua a muoversi negli spazi fisici dello stato, mentre l'economia è planetaria, travalica i confini geo-politici. Lui dice che nessuna classe sfugge a questa dinamica, nemmeno il proletariato (mentre Marx gli affidava una missione storica, ovvero abbattere il sistema capitalistico, Marcuse dice che anche la classe operaia è integrata nel sistema, ne condivide i valori e non ha più la capacità rivoluzionaria) e tutto è integrato nel sistema e solo fuori dal sistema c'è la speranza di qualche potenziale rivoluzionario, visto che all'interno tutto ne è integrato e ne condivide i valori. Dunque questo potenziale va trovato nel sottoproletariato, quindi negli emarginati sociali, che sono fuori dal sistema e non rispondono ai suoi valori (neri d'America, sottoproletariato nel senso di immigrati, guerriglieri del terzo mondo -Cheguevara-). Lui usa una frase di Walter Benjamin: “è per merito dei disperati che ci può essere restituita la speranza di un cambiamento perché solo chi è fuori dal sistema può darci una speranza di cambiamento”. Questi gruppi possono però trovare una sorta di alleanza in gruppi che sono all'interno del sistema ma che sono capaci di portare avanti una critica forte verso il sistema, ossia gli studenti (nel '68 i giovani rifiutavano questi standard che i giovani non volevano riconoscere) e alcuni intellettuali. Allora i gruppi emarginati fuori dal sistema e i gruppi che sono all'interno del sistema ma che fanno una critica devono unirsi e solo nella loro unione può realizzarsi quella che Marcuse chiama la firma dell'utopia, ovvero la possibilità di creare una società nuova (all'inizio, in questi gruppi giustifica anche la violenza per abbattere questo sistema - contraddizione-). Quindi nell'azione rivoluzionaria, nella prima fase, giustifica anche la violenza per abbattere il sistema. Il compito della filosofia, del filosofo è di opporre il grande rifiuto al sistema, ovvero il fare capire, prospettare una speranza, fare capire che ci può essere un mondo diverso da quello attuale; deve dunque cercare di sganciare da questa adesione all'esistente, fare capire che ci possono essere alternative diverse che possa liberare l'uomo da questa dimensione costrittiva, efficientistica e portarlo a un godimento disinteressato per renderlo pienamente libero.
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