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Schopenhauer

Schopenhauer era nato a Danzica, nella Confederazione tedesca (ora Polonia) e proveniva da una famiglia agiata. Contro la volontà del padre, studiò filosofia e ottenne la libera docenza a Berlino presso l'università dove già insegnava Hegel, con il quale Schopenhauer aveva un pessimo rapporto e definiva ciarlatano. Sembra addirittura che Schopenhauer avesse fissato gli orari delle sue lezioni in coincidenza con quelle di Hegel che però avevano molta più affluenza considerando che Hegel aveva raggiunto una grande fama in quel periodo. Tuttavia quando scoppiò il colera a Berlino, Schopenhauer fuggì e si salvò, a differenza di Hegel. Pubblicò la sua opera fondamentale a trenta anni, nel 1818, "Il mondo come volontà e rappresentazione". Sul momento non ebbe alcun successo; solo nella metà del secolo Schopenhauer raggiunse una certa notorietà con l'opera "Parerga e paralipomena", opera minore che divenne popolare nell'Europa del secolo. Schopenhauer è il primo pensatore occidentale ad avere ripreso le posizioni teoriche della cultura indiana e in particolare dei "Veda", cioè testi religiosi. Insieme a questi testi, le influenze filosofiche più importanti sono quelle di Platone e Kant. In rapporto con Kant, deformandone il pensiero, secondo Schopenhauer Kant, distinguendo tra fenomeno e noumeno, ha consentito di definire il fenomeno come semplice illusione e inganno dei sensi (invece per Kant il fenomeno aveva una sua consistenza).

Per Schopenhauer il fenomeno è invece apparenza o, come egli dice, "il velo di Maya", divinità orientale, ossia è l'inganno che fa credere agli uomini dell'esistenza di una realtà esterna come essi la vedono ma che, in realtà, nasconde quella vera. Il fenomeno è quindi rappresentazione ed esiste soltanto all'interno della coscienza del soggetto rappresentante. Peraltro, nella rappresentazione soggetto e oggetto non sono nettamente distinti e contrapposti perché esistono soltanto in funzione uno dell'altro. Questa rappresentazione viene prodotta dalla coscienza nella forma di conoscenza a priori e Schopenhauer ne distingue tre: lo spazio, il tempo e la causalità (l'unica di Kant che Schopenhauer mantiene ritenendo che tutte le altre si possono ricondurre alla causa e ogni entità sia definita della sua capacità di agire, ed essere causa). Della causalità Schopenhauer si era occupato nella sua tesi di laurea che si intitola "Sulla quadruplice radice del principio della ragion sufficiente". Secondo Schopenhauer esistono quattro forme di causalità in altrettanti ambiti d'azione: esistono cioè una necessità fisica alla base del divenire; una necessità logica che struttura i rapporti tra premesse e conseguenze del ragionamento; una necessità matematica che presiede ai rapporti aritmetici e geometrici e una necessità morale che regola i rapporti tra motivazioni e agire. Queste forme a priori sono filtri deformati attraverso cui passa la percezione delle cose e la rappresentazione nel suo complesso appare come qualcosa di ingannevole. Schopenhauer utilizza l'espressione "la vita è sogno", espressione di largo uso, nonché titolo di un opera teatrale di Calderon de la Barça. Al di là del fenomeno che nasconde la vera realtà, l'uomo è portato a chiedersi, essendo un animale metafisico, quale sia la realtà autentica. Se noi fossimo solamente facoltà teoretica non potremmo uscir fuori dai meccanismi della rappresentazione del fenomeno; noi siamo anche corpo e, in quanto corpo, viviamo una serie di sensazioni che ci consentono di andare al di là del fenomeno e la nostra essenza consiste nella volontà di vivere, nell'istinto di sopravvivenza.
Quindi siamo volontà e il corpo non è altro che oggettivazione di questa volontà. Questa volontà di vivere è la realtà profonda di ogni ente: tutto ciò che esiste è percorso da questa volontà di vivere. Tutto ciò che esiste, esiste per questo istinto di sopravvivenza ed è inconsapevole, nell'uomo giunge alla consapevolezza. I caratteri propri di questa volontà sono il suo essere inconscia, unica, eterna, priva di causa o finalità. La volontà sfugge alla determinazione delle forme di spazio e tempo, ma sfugge anche alla categoria della causalità; l'unico scopo che le si può attribuire è la propria autoriproduzione. Quindi la realtà si presenta priva di scopo e, dunque, insensata; lo stesso vale per la storia: lungi dall'avere un senso progressivo dello sviluppo dello spirito, la storia è un teatro di azioni incoerenti della volontà che tende ad autoriprodursi. La volontà si oggettiva in archetipi che Schopenhauer chiama idee e che sono modelli delle cose. Quindi la volontà si manifesta nei singoli enti: il rifrangersi della volontà come un prisma, in cui tra idee e singoli enti c'è il modello dell'archetipo rispetto alle cose. Dunque gli uomini non hanno alcun iniziativa e ciò che fanno è un prodotto della volontà di vivere (per esempio, per Schopenhauer l'amore è un illusione).

Il pessimismo

Questa pervasività della volontà ha una conseguenza sull'esistenza umana che si configura come uno stato di dolore permanente. La volontà da cui gli uomini sono mossi li porta a coltivare sempre nuovi desideri, che nascono dalla mancanza di qualcosa e comportano la sofferenza per raggiungerli con il conseguente appagamento del desiderio, che non è altro che una breve cessazione del dolore. Il dolore è la cifra dell'esistenza. Il piacere è talmente istantaneo che si converte in noia (disaffezione verso l'oggetto conquistato) e nel nuovo insorgere di un nuovo desiderio e quindi di una nuova fase di sofferenza ("L'esistenza è un pendolo che oscilla tra la noia e l'infelicità"). Il piacere non ha un'esistenza autonoma e positiva, ma è una funzione derivata dal dolore. Questa condizione di sofferenza non è esclusione dell'uomo soltanto (anche se l'uomo ne soffre in misura maggiore) ma di tutta la realtà (secondo Schopenhauer "più intelligenza avrai, più soffrirai") e dà luogo ad una conflittualità fra le creature per il raggiungimento dei bisogni individuali. Nello stesso essere si scatena questa lotta; Schopenhauer porta ad esempio la formica gigante australiana: se si toglie il corpo, la testa e la coda continuano a lottare: la testa tenta di mordere la coda e la coda di pungere la testa. Tutto questo avviene perché ogni essere è preso da questa logica della volontà che non ha nessun fine se non lo scopo di perpetuarsi. Schopenhauer rifiuta le filosofie che inneggiano all'ottimismo che critica aspramente sia quello religioso, che si affida alla provvidenza e alla bontà di Dio (Schopenhauer è ateo), sia quello del progresso. Schopenhauer è inoltre contrario all'ottimismo hegeliano (la storia come progressivo avanzamento dello spirito). E' radicalmente avverso al panlogismo hegeliano: per Hegel tutto è ragione, per Schopenhauer tutto ciò che esiste è dovuto alla volontà, non alla ragione, quindi tutto è irrazionale.

Da questa condizione di dolore si può venire fuori. Schopenhauer nega che una via di uscita possa essere il suicidio che non esprime un rifiuto della volontà di vivere, ma manifesta una disperata volontà di vita: il suicida rifiuta la condizione a cui è costretto a vivere ed è qualcuno che ha portato all'estremo questa volontà di vivere. Per abolire la volontà Schopenhauer ritiene che bisogna passare dalla voluntas alla noluntas, e occorre sostituire ai motivi i quietivi, cioè estinguendo progressivamente l'adesione alla vita. Le due forme per realizzare ciò sono due: l'arte, perché l'arte ci distacca dalla contingenza e ci porta ad una contemplazione spassionata delle idee (oggettivazione della volontà); il tipo di arte che realizza meglio questo è la musica (la meno sensibile). Naturalmente l'arte è una forma di liberazione momentanea e restituisce presto un afflusso di quotidianità e, quindi, di sofferenza. Forme di liberazione più consistenti sono quelle dell'etica che ha come fondamento l'avvertire gli altri legati a una comune condizione umana (compassione). Questo atteggiamento etico si traduce in due virtù: la giustizia (impedire che si faccia male agli altri) e la carità (fare del bene al prossimo) perché la volontà ci spinge a confliggere con gli altri. Tuttavia anche l'esercizio di queste virtù implica pur sempre un'adesione alla vita e anche questa forma non è risolutiva. La vera liberazione si ottiene con l'ascesi, ossia con la rinuncia, perché si tratta di sostituire ai motivi per vivere i quietivi. La prima necessaria rinuncia è quella all'impulso sessuale, quello più istintivo, che si ottiene con la castità, poi con il digiuno, la povertà. L'esito ultimo di questa soppressione della volontà coincide con l'arrivo al nulla ("nirvana") e Schopenhauer specifica che il nirvana è il nulla solo se lo si considera da chi è immerso nella vita, invece chi ha compreso che tutto che ci circonda non è prodotto della volontà, per costui il nirvana è il vero oceano dell'essere (il tutto). La contraddizione più acuta è pensare che l'uomo del tutto agito possa rinnegare la volontà, in virtù del fatto che tutto quello che facciamo ce lo fa fare la volontà.

Il Nichilismo

Il pensiero di Schopenhauer ha come esito ultimo l'approdo al nulla (nirvana). Il tema del nulla sarà poi riutilizzato da Nietzsche ed è alla base di una serie di riflessioni che vengono iscritte sotto la categoria di "nichilismo". Questo tema compare in diversi momenti della riflessione filosofica, anche antica. Il termine in quanto tale compare in un romanzo russo della seconda metà dell'Ottocento, "Padri e figli" di Ivan Turgenev. In questo romanzo il tema principale è lo scontro generazionale: i padri sono legati agli ideali della tradizione, i figli sono materialisti e ribelli. Il protagonista è un figlio che si chiama Bazarov, il quale esprime critiche aspre verso l'oziosità della nobiltà tradizionale e rivendica per sé il titolo di nichilista, "nichilista indica un uomo il quale non ammette e non rispetta nulla, che non si inchina davanti l'autorità, che non presta fede a nessun principio. In filosofia il nichilismo ha questo significato, che poi verrò esplicitamente espresso da Nietzsche. "Nichilismo: manca il fine", i valori supremi si svuotano. E' la condizione che scaturisce dal venire meno dei riferimenti e valori tradizionali. Questo venir meno suscita uno smarrimento, ma in Nietzsche è la premessa per il possibile sorgere del super-uomo (possibile emancipazione). Ci sono delle premesse al nichilismo ritrovabili in alcuni momenti della storia della filosofia: nella filosofia di Pascal (il senso di smarrimento rispetto all'universo), nella filosofia dell'idealismo (in Hegel il tema del nulla era un momento necessario, l'antitesi, per arrivare alla sintesi).
Un altro personaggio che tratta il tema del nulla è Jean Paul, pensatore tedesco, il quale scrive due opere, "Lamento di Shakespeare morto sull'inesistenza di Dio" e "Discorso di Cristo morto dall'alto dell'universo sull'inesistenza di Dio". Il principale esponente del nichilismo tedesco dell'800 è Max Stirner. Stirner è autore di una sola opera, "L'unico e la sua proprietà" ed è sostanzialmente una professione di anarchismo. Sostiene che l'individuo non ha alcun fondamento, si risolve in sé stesso e nella propria esistenza, ma questa assenza di fondamento ne fa qualcosa di intrascendibile e insuperabile; l'individuo non può essere riassorbito in strutture collettive. L'espressione più compiuta del nichilismo del 1800 la ritroviamo in Dostoevskij. In Russia, nichilisti si definivano gli esponenti delle posizioni politiche più radicali sfocianti in posizioni terroriste (Necaev, terrorista russo del tempo e modello nichilista a cui si ispira Dostoevskij per un personaggio dei Demoni, ritrovabile anche in Raskolnikov).
Nei Demoni, il personaggio più oscuro è Stavrogin, ma anche Kirillov, che fa professione di ateismo, "se Dio non esiste, tutto è permesso". Ne I fratelli Karamazov diversi personaggi hanno un animo terrorista, ma quello che ha compiutezza è Ivan, il quale racconta all'altro fratello l'episodio del Grande Inquisitore ('400-'500), il quale fa arrestare Cristo fra gli uomini, lo interroga e dichiara la sua superiorità perché Cristo ha dato agli uomini la libertà, ma gli uomini non la vogliono, auspicando un potere che li indirizzi anche con l'uso della violenza. Cristo non dice nulla, si alza, bacia l'inquisitore e se ne va. Tutto questo confluisce nella riflessione filosofica di Nietzsche.

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