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Arthur Schopenhauer


Introduzione


Il suo punto di partenza è Kant per la distinzione tra fenomeno e noumeno. Approda a un pensiero molto diverso. (Kant: noumeno è inconoscibile; Schopenhauer: noumeno è conoscibile). Riprende il tema del doppio mondo: sensibile, dell’apparenza. È uno schermo illusorio, che nasconde la vera realtà. Il mondo è descritto come grande velo che copre la realtà delle cose, quella profonda. Schopenhauer ha un grande impianto metafisico. Pone l’attenzione sul corpo, come strumento di conoscenza. È molto importante. Nell’esperienza umana: corpo è strumento di percezione sensibile. Ma agisce anche a livelli più alti di conoscenza? In che rapporto siamo con il corpo?

I seguaci di Hegel: assumono in parte posizioni contrarie, in parte posizioni che mantengono Hegel sullo sfondo. Questa situazione prende il via dal Congresso di Vienna (1814 – 1815) e con l’industrialismo: porta allo sviluppo di riflessioni sull’esistenza umana.

Schopenhauer (1778 – 1860) e Kierkegaard (1813 – 1855). Entrambi sono solitari, vivono appartati, sono due filosofi estranei al mondo accademico, vivono di rendita grazie all’eredità, sono 2 spiriti polemici. Sono conservatori e si concentrano sull’individuo, su condizioni esistenziali.
Schopenhauer vive in Germania nel periodo segnato dalla Rivoluzione Francese: vive i moti rivoluzionari. È estraneo alla politica attiva, non si schiera, ma esprime il suo giudizio: è contrario ai moti del’ 48. È contemporaneo di Hegel ma è suo avversario di pensiero e nemico. Crede che la filosofia hegeliana sia una mistificazione, un castello sul nulla, vuole risolvere la realtà in concetti (la definisce per questo astratta), è distante dalla concretezza. Detesta Hegel come persona e lo deride come persona corrotta dallo stato e non libera.
Il suo pensiero è punto di intersezione di diversi riferimenti filosofici, come Platone. Riprende da lui il mito della caverna e il desiderio di evadere. Schopenhauer fa proprio il desiderio di scappare dalla caverna = mondo dell’illusione per raggiungere il mondo delle idee. C’è anche l’influsso del razionalismo illuminista. Non condivide però l’ottimismo di questo secolo. Viene ripreso Kant perché aveva indagato sulle possibilità e sui limiti della conoscenza. Vivendo nell’ ‘800 è influenzato dal Romanticismo. Rifiuta però l’idealismo del romanticismo. Riprende il misticismo cristiano e quello orientale.
In un appunto del 1813, scrive: “Il mondo come volontà e come rappresentazione”. L’etica e la metafisica nel suo pensiero sono strettamente unite. Per lui il corpo è strumento di conoscenza. La via d’accesso per la realtà noumenica è data dal corpo. Riconosce un filo rosso con Platone e Kant e crede di essere l’unico vero continuatore di Kant. Schopenhauer vuole opporsi a Hegel. Non sopporta Hegel, lo odia, lo chiama “ciarlatano idealista”, definisce la sua filosofia “cieco panlogismo”. La vita è un inferno per l’uomo le piante e gli animali per Schopenhauer; è contrario al positivismo di Hegel.


Kant e Schopenhauer


Kant pone nella sua filosofia una distinzione tra la realtà fenomenica e noumenica. Schopenhauer riprende il pensiero di Kant ma sotto l’influenza di Platone e del mondo orientale. Per Kant la realtà è conoscibile, il noumeno no: ciò determina dei limiti alla conoscenza umana. Schopenhauer riprende l’idea di Platone: mondo vero è quello delle idee, il mondo fenomenico è apparenza, illusione. Chiama questo mondo “velo di Maia”, espressione dal Sanscrito. Il velo ci nasconde la vera realtà, è come un sogno però per Schopenhauer oltre il velo di Maia sta il mondo vero, il noumeno, che l’uomo può scoprire, sollevando il velo. Se rimane al di qua del velo è condannato a non conoscere la realtà. Il velo è uno squarcio tra fenomeno e realtà vera.
Per Kant: il noumeno è oggetto della rappresentazione soggettiva, è esterno alla coscienza. Tutti abbiamo forme a priori soggettive e conosciamo indipendentemente dalla coscienza.
Per Schopenhauer: il noumeno è fenomeno nella coscienza e il mondo esterno è un’illusione. In questo senso è più vicino all’idealismo: tutto è dentro di me. Mentre per Kant la realtà è data, esterna, per Schopenhauer il mondo è volontà, è rappresentazione. S: “il mondo è una mia rappresentazione”. Il mondo che consideriamo come realtà è in fondo una rappresentazione, che si struttura sulle leggi della conoscenza mentre la realtà non si lascia cogliere dalle leggi del soggetto. La rappresentazione è lo schema della realtà fatto dal soggetto nel quale ci rappresentiamo la realtà. Se rimaniamo legati alla rappresentazione rimaniamo alla rappresentazione della realtà senza uscire ed andare oltre il velo.

Esso analizza realismo e materialismo. Essi tendono a considerare la conoscenza come effetto prodotto dal mondo sul soggetto. È l’oggetto che pone le proprie leggi al soggetto. Gli idealisti rifiutano di ammettere una realtà data e vedono il mondo come prodotto del soggetto. Per Schopenhauer nessuna delle due posizioni è accettabile. Non si può uscire da sé, entrare nel mondo e riportarlo in sé (come per i realisti: portiamo l’oggetto dentro) né è possibile conferire capacità produttive. Eliminare la cosa in sé è impossibile. Per Schopenhauer il conoscere umano è legato all’apparenza, alla conoscenza del mondo. La conoscenza è conoscenza dei fenomeni, dell’apparenza. Di qui la tesi: il mondo è una mia rappresentazione.
Kant attraverso le forme a priori del fenomeno, identifica le funzioni trascendentali che rendono possibile la conoscenza: sensibilità, ragione e intelletto.
Per Schopenhauer le forme a priori non sono le condizioni soggettive del conoscere, le forme attraverso cui il soggetto costituisce l’oggetto, per Schopenhauer non c’è un soggetto prima e un oggetto poi, ma nella rappresentazione, soggetto e oggetto sono contemporanei. Fuori dalla rappresentazione non c’è nulla. Entrambi sono uguali e necessariamente contemporanei, sono primum della rappresentazione, che contiene soggetto e oggetto: due componenti che non possono mai essere separati. Il mondo è una mia rappresentazione, in essa ci sono io e c’è il mondo. Per Kant sensibilità e intelletto sono di natura diversa perché la sensibilità è intuitiva (spazio e tempo ne solo le intuizioni pure) mentre l’intelletto è discorsivo e non intuitivo. Per Schopenhauer la sensibilità e l’intelletto sono un unico processo della mente grazie al quale si conosce. C’è sempre spazio e tempo (sensibilità) mentre l’unica forma dell’intelletto è la causalità (e non le 12 categorie di Kant). Per Schopenhauer noi siamo nella rappresentazione ed essendo dentro non capiamo la realtà.

Per Kant natura e intelletto sono diversi.
Per Schopenhauer hanno la stessa natura e conoscono grazie allo spazio e al tempo, che hanno la funzione di determinare la molteplicità delle cose e operano come principio di individuazione. Ogni cosa ha determinazioni particolari che distinguono cose diverse.


La causalità


La causalità è l’essenza stessa della materia. La materia è spazialmente e temporalmente determinata da individui. Essi sono causa/effetto tra loro. Rappresentare la realtà significa rappresentare l’azione reciproca tra le cose, che è espressa dal principio di causalità. Rappresentare il mondo = collegare un effetto con la causa. La rappresentazione è svolta dall’intelletto, che si rappresenta un mondo dove tutto è collegato. Fa ciò grazie alla sua unica forma: causalità. Crea nessi tra le cose. Questa conoscenza è immediata, intuitiva. La conoscenza dell’intelletto è immediata, ma anche la sensibilità lo è. Per questo motivo non c’è differenza tra sensibilità e intelletto. Per Kant invece c’è questa differenza:
• Sensibilità: parte passiva
• Intelletto: parte attiva

Per Schopenhauer sensibilità e intelletto operano insieme per cogliere intuitivamente le cose. Per Kant l’intelletto è la facoltà del giudizio, è una conoscenza immediata connessa ai concetti. In Schopenhauer la rappresentazione è un’intuizione, una rappresentazione immediata come l’attività del conoscere. Anche gli animali conoscono così: l’intelletto non è solo degli uomini. Cosa distingue uomini e animali? La ragione.


La ragione


Consiste nel formare rappresentazioni di rappresentazioni. L’uomo ha il concetto (= rappresentazione di rappresentazione) e la ragione collega i concetti. La ragione ha azione mediata e consente il ragionamento discorsivo. I compiti dell’intelletto di Kant coincidono con quelli della ragione di Schopenhauer. L’intelletto coglie il nesso causale e la ragione ci ragione sopra. Schopenhauer riprende il principio della “ragion sufficiente” di Leibnitz, che per lui è fondamento della scienza. Questo principio consiste nello spiegare il perché delle cose, perché ci sono cose piuttosto di non esserci ecc. il principio può essere applicato in 4 ambiti (fisica, logica, matematica, morale) e in ognuno viene declinato:
• Processi naturali: qui il principio consente di capire la causalità fisica. Es: legge gravitazionale di Newton.
• Forme logiche / conoscenza razionale: la logica si basa sul rapporto prima / poi, sulle successioni.
• Matematica / geometria: qui spiega la concatenazione tra la successione numerica o tra gli enti geometrici.
• Agire umano / sfera della morale: qui spiega i motivi delle azioni degli uomini.
Su questi quattro ambiti (fisica, logica, matematica e morale) si fondano varie nuove scienze. La ragione è la facoltà che produce catene di ragionamenti, ancora entità astratte, non si collocano in spazio/tempo. Essi sono presenti nell’esperienza. Come è possibile che diventino da astratti a concreti, visto che interagiscono con l’esperienza? Ciò grazie al linguaggio. Grazie alle parole noi esprimiamo i concetti. Le parole sono grafemi, segni di concetti. Attraverso essi la ragione incontra le cose: la ragione è la facoltà del concetto e del linguaggio. Con questo la ragione produce la crescita civile del mondo, il sapere scientifico, il linguaggio fa da mediatore. La ragione e il linguaggio sono all’origine dell’illusione e dei pregiudizi. La ragione non riesce ad andare oltre la sfera dei fenomeni, non riesce ad andare oltre il mondo come rappresentazione. La via razionale della conoscenza ci porta a sbattere sempre contro il velo. Il mondo resta sempre una rappresentazione. La ragione non è in grado di rompere il velo, è impotente. Non aiuta ad arrivare al noumeno. Kant vede nel mondo fenomenico il mondo reale. Per Schopenhauer questo mondo è un’illusione, bisogna andare oltre, trovare il “filo di Arianna” che ci porti al mondo vero. Ciò è possibile solo attraverso il corpo.

Il corpo e la volontà


L’uomo non è solo oggetto di conoscenza ma è anche corpo. Grazie a questo può imboccare la via verso una fortezza che da fuori sembra inespugnabile. Il passaggio sotterraneo ci conduce al noumeno. Il corpo si può vivere in 2 modi: da un lato, guardando dall’esterno, ci sembra un oggetto tra gli oggetti; dall’altra, dall’interno viviamo “dentro”: infatti proviamo sentimenti, sento che c’è una forza primordiale non riconducibile al rapporto causa – effetto. Quest’energia è la volontà, si traduce in azione, agisce su me.
L’essenza profonda del nostro Io è la volontà in me, si esprime come impulso irrefrenabile di vivere, agire, esistere. Noi siamo volontà di vivere e il nostro corpo è manifestazione fenomenica degli impulsi / della volontà interiore. Es:
• La volontà di nutrirsi si manifesta nell’apparato digerente
• La volontà di riprodursi si manifesta nell’apparato genitale
• La volontà di respirare si manifesta nell’apparato respiratorio
La volontà dell’uomo non è solo dell’uomo ma è anche di altri esseri. Essa costituisce la dimensione interiore di tutte le cose, di tutta la realtà. Noi ci conosciamo come parti di un’unica volontà che agisce in tutti gli esseri. Quest’esperienza del corpo consiste all’uomo di andare oltre la rappresentazione per andare al noumeno, che è volontà: costituisce la struttura metafisica perché è al di là del corpo che vediamo. È la cosa in sé di Kant, non si può cogliere nella rappresentazione.

Nell’accezione comune la volontà = desiderio, è forza che riusciamo a dominare. Per Schopenhauer non è volontà singola ma è quella originaria come dato primo. È fondamento dell’essere, è puro arbitrio, non persegue uno scopo. È una forza irrazionale, è pura volontà di vivere. Morire è difficile perché siamo programmati come macchine per vivere. È l’istinto alla vita, vuol vivere. La volontà si oggettiva in spazio e tempo, ma è oltre spazio, tempo e causalità. Spazio e tempo sono “principio individuationis”: servono per individuare le cose. La volontà non è sottoposta al processo si individuazione; a differenza del mondo è fuori, è sempre intera e razionale. In quanto una è principio per spiegare i poli opposti della vita. Da un lato i fenomeni sono manifestazione di un’unica volontà, spiega l’armonia delle cose, dall’altra la presenza di questa forza intera in ogni individuo spinge ogni essere alla lotta. Ognuno vuole affermare sé stesso a discapito degli altri. In ognuno c’è istinto di sopravvivenza e di sopraffazione sugli altri. Ciò spiega l’altro polo: non c’è solo l’armonia.
A qualunque livello della vita si scatena una lotta: culmina nell’esistenza umana. Gli esseri vivono solo per continuare a vivere: vera legge, vera verità molto cruda, crudele che gli uomini cercano di esorcizzare affermando l’esistenza di Dio, di un fine ultimo, di un altro mondo. La volontà si oggettivizza in una gerarchia di forme eterne e immutabili: sono le idee di Platone di cui le cose del mondo sono una copia. Le idee sono il tramite tra realtà e mondo fenomenico. La vera realtà è quella che sta dietro alle idee. Esse sono ordinate in una scala gerarchica.
Grado più basso di oggettivazione: forze naturali, non sono forze fisiche ma per Schopenhauer sono metafisiche, che operano indipendenti dalla causalità. C’è un mondo organico e poi un mondo vegetale e animale. La volontà si oggettivizza in specie. Alla fine della scala c’è l’uomo, dove la volontà si oggetti vizza nei singoli individui: ognuno ha una propria volontà, che si manifesta come volontà fondata sulla ragione. L’uomo è diverso dagli altri esseri per coscienza e consapevolezza.
La coscienza lo destina a uno stato di depressione continua. Negli esseri la volontà è puro istinto. Nell’uomo la ragione tende a sottomettere l’istinto. Il filosofo è colui che capisce che la coscienza lo conduce a uno stato di depressione.

Questa concezione lo porta a un pessimismo radicale. Il termine nasce in Inghilterra come opposto all’ottimismo. Ogni forma di vita è male e il mondo è manifestazione cieca e irrazionale. Schopenhauer è l’iniziatore con Leopardi del pessimismo. Tutto ciò che crediamo sia positivo del mondo (unità, armonia…) è inganno, illusione. Tutto ciò che ci sembra avere un senso si rivela essere spinta della volontà. Noi cerchiamo di dare ordine alla realtà (come poi dirà Nietzsche) perché per l’uomo è inaccettabile che tutto sia caos, sia male. L’unico suo fine è vivere e c’è una lotta perché tutti vogliono ciò. La vita è polemos, lotta, guerra segnata dal bisogno e dal desiderio. Noi desideriamo le cose che non abbiamo perché siamo mancanti di quella cosa. la vita è mancanza e più l’uomo è consapevole di ciò, più soffre. L’uomo cerca di appagare il desiderio, ma l’uomo non è mai soddisfatto, desidera sempre di più. La vita è un rincorrere i desideri ma non ne siamo mai appagati. Gli uomini hanno 2 piaceri: fisico e psichico.

Il Piacere


Il piacere è sempre legato al dolore perché è difficile da raggiungere e l’appagamento è breve. Senza preoccupazioni cadiamo però nella noia. Siamo quindi come un pendolo che oscilla tra dolore e noia. La vita oscilla tra dolore e noia e passa per un momento fugace che è il piacere. Il dolore c’è in tutti i livelli dell’Universo ma è più radicato nell’uomo perché consapevole. Il dolore è un fatto cosmico, non è solo dell’uomo. Il male è il principio delle cose, è principio metafisico. Il noumeno è male: Schopenhauer è antihegeliano radicato.
Dietro l’immagine della meraviglia del creato c’è la guerra perenne degli uomini. La verità: mondo è un inferno, pieno di dolore, tutti soffrono, è un quadro desolante.
Es: formica australiana si separa in 2: la parte anteriore lotta con quella inferiore.
Nella natura: ogni specie attua una lotta per prevalere. Es: per la fame, l’accoppiamento
Nella società: guerre, atrocità, camera a gas. La storia dell’uomo è fatta di egoismo, vessazioni, prevale l’istinto di autoconservazione, a ognuno interessa sé stesso, ognuno vuole sopravvivere con ogni mezzo (egoismo individuale). L’uomo va oltre la lotta tra i leoni, c’è la bomba atomica.

L’amore è soggiogato alla passione fisica. Conta l’atto sessuale. È volontà che opera per riprodurre la vita. è incontro tra 2 infelici per generarne un terzo (anch’esso infelice). L’individuo è lo strumento per la conservazione della specie. La storia è rassegna di irrazionalità, di follie. È lontana dal trionfare della ragione (come avveniva per H.). Schopenhauer propone delle vie di liberazione. Si può sfuggire a questo destino di dolore. Il percorso di liberazione avviene dopo il riconoscimento che la vita umana è immersa nell’apparenza, nell’illusione. Bisogna andare oltre alle idee perché la volontà si oggettivizza nelle idee. Bisogna passare dalla conoscenza individuale a quella universale, che richiede l’abbandono del nostro punto di vista, dei propri interessi. Bisogna spogliarsi dell’individualità per unirsi al soggetto universale. Solo staccandoci dalla nostra individualità possiamo staccare la spina della volontà e ci avviamo all’ascesi = purificazione, redenzione. È un cammino lungo, difficile, forse impossibile perché bisogna andare contro la nostra stessa natura. Bisogna far emergere il filosofo in noi e diventare santi.
Quasi sempre vincono gli istinti, gli impulsi. Bisogna far forza su noi e far prevalere altre forze attraverso un cammino di purificazione.


L’ARTE

I momenti del cammino di purificazione sono 3. Il primo è l’arte.
Platone non parla bene dell’arte. Schopenhauer la rivaluta. Per lui è conoscenza diretta delle idee. È libertà, disinteressata, si contrappone ai concetti razionali, alla conoscenza scientifica, la quale studia i rapporti causa – effetto. L’intuizione artistica porta fuori perché oltrepassa la catena di rapporti causali. Coglie immediatamente l’idea = essenza universale della cosa. Con l’arte noi cogliamo la cosa nella sua universalità. L’intuizione artistica supera la rappresentazione grazie al genio artistico. Possiamo godere della parte spirituale dell’opera, che è l’idea. Essa ci mette in rapporto con questa bellezza e siamo puro occhio che vede, pura conoscenza. Ci eleviamo dalla società, come ci arrivasse uno squarcio di eternità. L’uomo si spoglia dell’individualità e diventa puro soggetto che conosce. Il problema dell’arte è che dura poco. Quindi non può essere la via definitiva per la purificazione. Il genio è in tutti gli uomini in modi diversi. È molto accentuato negli artisti, ma c’è anche in noi perché riusciamo ad apprezzare l’opera d’arte. Gli “uomini volgari” sono molti: non godono di nulla, vedono solo il loro mondo. La funzione liberatrice dell’arte si esplica nella creazione, se siamo artisti, ma anche nella contemplazione, dalla quale si ottiene un’emozione. L’idea fa penetrare la realtà e coglie l’essenza. L’uomo si astrae dal groviglio di passioni dal mondo e non prova più dolore. Tra le arti Schopenhauer assegna un ruolo particolare alla musica perché a differenza di altre forme artistiche, essa non ha corpo, non ha materia, è indipendente dal mondo sensibile. Non è condizionata da spazio, da materiali, è molto libera anche nelle tematiche. È indipendente dalle idee, esprime l’essenza della volontà stessa. La musica è l’arte dell’interiorità. Fa sentire l’essenza della volontà. L’immagine è arte dal momento che mi comunica qualcosa. La musica ha la potenza di unire tutti.


La morale


La seconda via di liberazione è la morale. L’arte dura poco. Il desiderio di qualcosa che sia meno fugace e più consistente lo individua nella morale. L’uomo si solleva dal proprio egoismo e arriva agli altri. Bisogna uscire dalla propria soggettività.
Schopenhauer come Kant crede che ci sia un agire virtuoso. Per Kant l’uomo è virtuoso quando non consegue i suoi interessi, quando la sua azione non dipende da uno scopo, che può essere anche il più nobile. Bisogna obbedire a ciò che dice la ragione per Kant.
Per Schopenhauer la ragione non guida la morale come in Kant. La ragione che elabora i concetti è calcolatrice, cerca vantaggi e svantaggi. Rimane legata al mondo fenomenico. Per Schopenhauer si è morali quando l’azione è disinteressata e altruistica. È mossa dalla compassione = soffrire con gli altri, superare il proprio egoismo. Non basta sapere che la vita è dolore ma bisogna prenderne parte. Nasce un’inversione nel rapporto conoscenza – verità.
Per Socrate: la conoscenza fonda la morale. Se conosco bene non faccio il male.
Per Schopenhauer: la moralità produce la conoscenza. Con il patire assieme agli altri capiamo l’unità metafisica degli individui. Siamo vittime della volontà e il mondo è un inferno per tutti.
La morale si concretizza nella giustizia (Platone) e nella carità, detta agapita. La carità è l’amore per il prossimo. La giustizia sta più in basso, è virtù che agisce in senso negativo. La giustizia: non fare del male agli altri perché non venga fatto a te (egoismo). La compassione è amore disinteressato. Al massimo grado: non c’è amore più grande che dare la vita per gli altri. Es: Cristo.
La morale non è la 3° determinazione, definitiva perché carità e morale rimangono all’interno della vita.


L’ascesi


La via radicale è l’ascesi: totale negazione della volontà di vivere. Essa è la “bestia nera”, è la nostra struttura metafisica. Bisogna andare oltre la vita perché bisogna vincere la volontà di vivere. Né l’arte né la morale riescono a sottrarsi alla forza della vita. l’ascesi = totale negazione della vita, della volontà e del desiderio di assecondare i propri bisogni. Bisogna arrivare alla noluntas. La vita non va oppressa attraverso il suicidio. Schopenhauer condanna il suicidio. Se uno si suicida non si libera dalla morsa della volontà, ma esalta la gioia di vivere. Avrebbe voluto vivere in maniera diversa e come gesto di denuncia, si toglie la vita. il suicidio elimina l’individuo ma la manifestazione della volontà continua in altri individui, non è toccata.
Per Schopenhauer: bisogna rinunciare alla vita nelle sue manifestazioni (avere figli, rapporti sessuali, cibo) per non prestare il fianco alla volontà di vivere. Mi sottraggo per non essere complice. Quello che nel mondo è godimento, non deve essere mio consenso. Bisogna rinunciare a tante cose, alla volontà di vivere, che è quella che mi fa andare avanti. La scelta dell’ascesi è libera e non è giustificabile razionalmente, non dipende da fattori / questioni esterne.

Schopenhauer si richiama a posizione mistiche, soprattutto a quelle buddiste: forma mistica più atea come lui. La liberazione non porta a Dio ma al dissolvimento nel nulla, all’annullarsi in questo mondo. Non si afferma più la volontà ma il nulla.
Riprende l’Upanischad: testi di carattere filosofico che risalgono al 6° secolo a.C. secondo queste religioni: nirvana è l’annullamento del desiderio = annullamento del dolore. Ci si stacca dal mondo. Si raggiunge con l’estasi ed è il distacco dalle cose. Si raggiunge uno stato di pace, il Nirvana, che è l’anticipazione di perfetto annullamento, ovvero la morte, dove la volontà perde totalmente potere. In Leopardi c’è catena umana, in Schopenhauer no. La morte è l’unica speranza di vincere la volontà di vivere.

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