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John Locke (1632-1704)


La sua famiglia appartiene alla borghesia medio-piccola. Inizialmente egli comincia la sua formazione finalizzata allʼaccesso alla carriera ecclesiastica. Si trattava, la sua, di una famiglia puritana. Insegna greco, retorica, filosofia morale. Compie degli studi di medicina senza tuttavia conseguire la laurea. Locke è considerato colui che fonda la teoria politica liberale o stato liberale.
Da un certo momento in avanti egli diventa consigliere personale, oltre che medico, di Lord Ashley, futuro conte di Shaftesbury. Locke diventerà cancelliere di Giacomo II, carica che tuttavia deterrà per poco tempo. A seguito di Lord Ashley, egli diventerà, per così dire, partecipe della vita politica inglese nelle cui pratiche era addentro, proprio svolgendo questo ruolo di consigliere. Vita politica che in Inghilterra a quel tempo si svolgeva in Parlamento oltre che nellʼambiente della Corona, dove si fronteggiavano i partiti dei Whigs e Tories, i quali rappresentavano lʼuno lʼala più liberale, lʼaltro quella conservatrice del panorama politico. E le denominazioni dei due partiti erano in realtà degli epiteti ingiuriosi che si scambiavano lʼuno contro lʼaltra. Locke appartiene, assieme a Lord Ashley, al partito più vicino agli ideali riformati.
Ci soffermeremo nello studio di unʼopera che viene pubblicata negli anni ʼ90 circa, dopo che in Inghilterra nellʼ89 si era consumata la “gloriosa o incruenta rivoluzione” (senza sangue - bloodless)”, ad opera di Guglielmo dʼOrange insieme con Maria sua moglie, che dallʼOlanda erano giunti in Inghilterra e che avevano introdotto una monarchia costituzione in Inghilterra, succedendo in maniera non violenta a Giacomo II e a tutte quante le vicissitudini che avevano caratterizzato lʼInghilterra del tempo.


Nel 1690 Locke pubblica i Due trattati sul governo, che costituisce la sua opera più importante sotto il profilo politico e nello stesso anno egli dà alle stampe anche il saggio sullʼintelletto umano ed altre opere che aveva composto in realtà una decina dʼanni prima, quando si trovava fuori dal territorio
Inglese. Tra le sue opere, da ricordare ci sono anche i saggi sulla legge naturale, elementi di legge naturale e politica, e infine una epistola sulla tolleranza che viene pubblicata inizialmente in latino e poi, nel giro di poco tempo, anche in inglese e in francese che conoscerà varie versioni e che costituisce uno dei testi fondamentali della teoria e della pratica della tolleranza in Inghilterra e a livello europeo. Noi ci soffermiamo in particolare, tra le opere di Locke, sul secondo trattato sul governo.
Saggi sulla legge naturale

Si prefissa di dimostrare l’esistenza di una legge naturale, riprendendo la dimostrazione di S.Tommaso per la quale l’ordine del mondo è un ordine secondo leggi e ogni cosa agisce secondo una legge appropriata alla sua natura, ed è così anche per l’uomo. La legge di natura è la volontà di Dio applicata all’umanità nell’ordine teologico dell’opera divina. Grazie alla legge divina esistono virtù e vizi, ricompense e castighi morali.
Dichiara la superiorità della legge naturale sulla legge civile: senza la quale è impossibile l’adempimento dei contratti, il potere dei governi sarebbe illimitato e irresponsabile. (polemica anti-utilistaristica e anti-hobbesiana).
Secondo tratto sul governo
Nel primo trattato egli aveva cercato di destituire di fondamento le tesi che riconducevano lʼorigine del potere politico al potere di Adamo. Adamo sarebbe stato titolare di un potere su tutti gli altri uomini, nellʼottica di queste tesi, potere che poi si sarebbe tramandato e al quale si ancorava ogni altra forma di potere
politico.
Locke è, come Hobbes, un giusnaturalista: per cui la sua teoria politica si fonda sulla tematizzazione di uno stato di natura originario, da cui gli uomini escono grazie ad un atto di libertà e di volontà che è il contratto sociale, sulla base del quale viene istituita la società politica che è una società liberale. In gioventù, Locke legge attentamente le opere di Hobbes e addirittura sembra aderire alle teorie hobbesiane. Approfondendo la sua formazione, egli man mano si affranca dalla dipendenza nei confronti di Hobbes.
In particolare egli non condivide la stranezza dellʼuso della ragione che gli uomini allo stato di natura di Hobbes facevano, perchè questi esseri che si muovono calcolando verso ciò che desiderano o si allontanano da ciò che viene invece inteso come causa di dispiacere o di turbamento; questi uomini solo ad un certo punto dello stato di natura riescono a capire che è necessario sottomettersi alle leggi di natura che sono leggi della ragione, se si vuole aver salva la vita. E quindi solo ad un certo punto la ragione, che è una ragione teoricamente perfetta e calcolante, riesce a capire che bisogna cercare la pace. Diversamente, Locke concepisce gli uomini come esseri dotati tutti di ragione che lʼuomo fin dallʼinizio comincia a conoscere la legge di natura e agisce da essere razionale e ragionevole.
Lo stato di natura è governato dalla legge di natura, che obbliga tutti è la ragione la quale insegna a tutti gli uomini, purché vogliano consultarla, che, essendo tutti eguali e indipendenti, nessuno deve recar danno ad altri nella vita, nella salute, nella libertà o nei possessi, perché tutti gli uomini, essendo fattura di un solo creatore onnipotente e infinitamente saggio, tutti servitori di un unico padrone sovrano, inviati nel mondo per suo ordine e per i suoi intenti, sono proprietà di colui di cui sono fattura, creati per durare fintanto che a lui piaccia, e non ad altri; e, poiché siamo forniti delle stesse facoltà e partecipiamo tutti d’una stessa comune natura, non è possibile supporre fra di noi una subordinazione tale che possa autorizzarci a distruggerci a vicenda, quasi fossimo tutti gli uni per uso degli altri, come gli ordini inferiori delle creature sono fatte per noi. (vedi i 3 dir.fond.).
Innanzitutto dunque, la prima parte dellʼesposizione del pensiero di Locke riguarda la descrizione della vita degli uomini nello stato di natura. Locke riprende, come dʼaltra parte si addice ad uno scrittore politico inglese del ʻ600, il racconto della Genesi e ricorda che dopo aver creato lʼuomo, Dio ha dato agli uomini la terra affinché la coltivassero. Ma ha dato la terra in comune a tutti gli uomini e quindi inizialmente essi godono di una comunione nei confronti della terra stessa. Ovviamente Dio dà agli uomini la terra affinché la coltivino e da essa traggano i frutti necessari per il loro sostentamento.
Originariamente, dunque, la condizione è quella di un comunismo che riguarda la terra. La terra, di per sé, è infruttuosa se gli uomini non la lavorano. E Dio poi, sempre nella Genesi, assegna allʼuomo il compito di lavorare la terra.

Egli cerca di costruire una teoria, che poi è una teoria politica, che sia in grado di giustificare la proprietà privata. Bisogna capire perchè gli uomini, lavorando la terra, ad un certo punto ne siano diventanti anche proprietari. Lo stato di natura, scrive Locke, è uno stato di libertà di godere dei propri beni e di regolare le proprie azioni a propria discrezione/piacimento. Tuttavia questa condizione di perfetta libertà di cui ciascun uomo gode in ordine alle sue azioni e in ordine ai suoi possedimenti, è una condizione che non è di una libertà illimitata. Si tratta invece di una libertà fin dallʼorigine limitata. Questa libertà è limitata dalla legge naturale. Lʼuomo è libero di agire come meglio crede, ma lo può fare entro i limiti della legge naturale. E qui abbiamo una delle prime e cospicue differenze tra la concezione dello stato di natura di Hobbes e quella di Locke.
Lo stato di natura è anche uno stato di uguaglianza, oltre che di libertà. Perchè tutti gli uomini dispongono di un pari potere e di una pari autorità. In altre parole: non esiste subordinazione o soggezione degli uomini fra di loro, nello stato di natura. Nello stato di natura dunque, non esiste il potere politico.

Perchè similmente agli altri ciascun uomo è titolare di una proprietà piena nei riguardi di sé stesso e del proprio corpo. Ciascuno è titolare di un diritto di proprietà sul proprio corpo

Il diritto della proprietà privata è un diritto pieno e che, in termini giuridici, è un vero e proprio diritto di proprietà perchè prevede sia la possibilità di usare il bene di cui si è proprietari come meglio si crede, (ed eventualmente abusare del bene di cui si è proprietari), sia lʼesclusione di chiunque altro dalla possibilità di usare ed abusare di quel bene stesso di cui si è proprietari.
Quando si parla di proprietà di parla di un rapporto privilegiato tra lʼuomo ed alcuni beni dei quali è proprietario, ma vi è anche unʼaccezione più estesa di questa a cui Locke si riferisce, che è quella del rapporto fra lʼuomo e il suo corpo. E qui unʼaltra differenza rispetto ad Hobbes dato che lo ius in omnia si estendeva anche sul corpo di ogni uomo, dato che ogni uomo è una cosa (per Hobbes). Di modo che il rapporto che lʼuomo istituisce con il proprio corpo, configura una sorta di sdoppiamento nellʼuomo: sdoppiamento tra lʼuomo che è il soggetto del diritto di proprietà, poiché lʼio non si distingue dal corpo, lʼuomo è anche oggetto di quel diritto di proprietà.
Dunque lʼuomo è un corpo ma ha un corpo e lo può utilizzare come meglio crede, con la possibilità di ritenere che il corpo sia oggetto del diritto di proprietà. È unʼespressione di una modalità di concepire i rapporti fra lʼuomo e il proprio corpo che ha una matrice di tipo liberale. Non che prima nessuno avesse formulato unʼidea analoga a quella di Locke. Questa duplicazione dellʼuomo ha qualche analogia con la dottrina antropologica – sdoppiamento ontologico della coscienza in Agostino. È tipico del pensiero liberale il fatto che la proprietà originaria che lʼuomo ha rispetto al suo corpo venga mantenuta anche nella società civile. Questo è proprio il fulcro della teoria politica liberale.
Per Locke, poiché lʼuomo è dotato di questa libera disponibilità del proprio corpo che è la proprietà, lʼuomo ha il diritto di lavorare e può lavorare la terra. Nel lavoro agricolo, si ha secondo Locke, la prima manifestazione della libertà. E attraverso il lavoro manuale di tipo agricolo, avviene l’appropriazione della terra. Nel senso che, secondo Locke, lʼuomo nel lavorare la terra, si appropria della terra che sta lavorando o che ha lavorato.
Dunque da quella proprietà originaria comune, da quella comunanza di proprietà che caratterizzava lo stato di natura in origine, si passa alla divisione della proprietà grazie al lavoro. Ciascun uomo diventa proprietario di quellʼappezzamento di terreno che lavora. Perchè quando lʼuomo lavora, fatica e suda e sudando irrora la terra che lavora e quindi mette qualcosa di sé, del suo corpo nella terra. Locke doveva argomentare e giustificare la proprietà privata in un periodo in cui la proprietà privata è oggetto di attacchi perché vi erano propensioni verso il livellamento delle proprietà tra i diggers (“zappatori”) e gentry che erano in lotta durante la prima rivoluzione inglese.
E dunque egli deve giustificare la proprietà. “Lavorerai con il sudore della tua fronte” cʼè scritto nella Bibbia. Necessariamente lavorerai perchè Dio ti ha dato la terra perchè tu la coltivi, ma grazie al sudore della tua fronte, diventerai proprietario della terra che hai lavorato. E dunque, ogni uomo diventa titolare di un corpo dellʼuomo e . Questa proprietà che viene giustificata grazie a questa argomentazione, è una piccola proprietà perchè ciascun uomo ha dei limiti dovuti al suo corpo e alla sua capacità di lavoro.
Non cʼè solo questo limite oggettivo, ma cʼè anche un altro limite che Locke evidenzia, che pone appunto un freno alla procreazione nei riguardi della terra, ed è questo: che dalla coltivazione
della terra si producono beni che sono eminentemente deperibili. Quindi un uomo può coltivare quel tanto di terra che darà tanti frutti quanti lui e la sua famiglia possono consumare, senza che poi vi siano dei prodotti eccedenti, i quali in quanto eccedenti marcirebbero. Se i prodotti della terra marciscono, si compie unʼoffesa a Dio e quindi la deperibilità dei beni diventa un limite allʼappropriazione, secondo Locke.
La teoria politica liberale nasce allʼinsegna del limite. Si parla molto di limiti (caratteristica della concezione liberale): il limite della ragione, della legge della natura, i limiti allʼappropriazione e dunque, ciò che giustifica in realtà in origine Locke, grazie a questi ragionamenti un poʼ sottili che sembrano astrusi e inconcludenti, è la piccola proprietà terriera. Questa può essere giustificata grazie allʼargomentazione presentata, e nullʼaltro. Il problema è capire come mai si sia passati da una piccola proprietà borghese ai grandi latifondi e come mai sia stato possibile che, se tutti gli uomini (maschi) lavorano la terra, poi in realtà ci siano alcuni che sono proprietari di nulla. Ed è questo che bisogna giustificare.
Allora, il limite alla deperibilità dei beni, viene aggirato grazie alla pratica del baratto. Se un uomo coltiva patate, può scambiarle con colui che invece produce pomodori. La dinamica del baratto consente di fare in modo che se anche viene coltivato qualcosa in più, in qualche maniera si scambia con gli altri e quindi non si offende Dio e non si compie peccato (perché questo in ogni caso non poteva essere ammesso neanche secondo Locke che era puritano).
Il limite viene aggirato in maniera più sofisticata, diciamo così, grazie allʼintroduzione dellʼuso della moneta aurea. La deperibilità dei beni rendeva impossibile che gli uomini si arricchissero in maniera eccessivamente diseguale perchè i beni non potevano essere accumulati per lungo periodo. E quindi, in linea di principio, rimane lʼuguaglianza che caratterizzava lo stato di natura fino a che la moneta aurea ha dato la possibilità di accumulare i beni e di accumulare la proprietà.
Allora, lʼoro in sé per sé, come materiale, non ha alcun valore intrinseco: esso viene adoperato come unità di misura per individuare il valore rispettivo di vari prodotti. E sulla base di questa unità di misura, vengono scambiati e quindi venduti, i prodotti. È chiaro che, mentre i prodotti della terra sono deperibili, la moneta aurea non è deperibile e così essa può essere accumulata.
La diseguaglianza viene introdotta, innanzitutto a livello economico, grazie appunto a questa invenzione della moneta aurea, di un bene che non ha alcun valore in sé (in realtà ciò di cui si ha bisogno sono prodotti per mangiare e non lʼoro). Ecco che viene raggirato lʼostacolo legato alla deperibilità dei beni e ciò rende possibile lʼaccumulo. Perchè è chiaro che la moneta può essere accumulata e quindi iniziando ad introdursi negli uomini quelle differenze tra i ricchi e i poveri, tanto che ad un certo punto capiterà che qualcuno sia necessitato a vendere tutta la propria terra, e si trovi ad essere senza terra perchè ha scambiato i beni in maniera non tanto conveniente. Alla fine lʼuomo potrà addirittura vendere la propria forza-lavoro. Non avendo nullʼaltro, potrà vendere la forza lavoro, legittimato in ciò dalla proprietà di cui dispone sul proprio corpo.

Locke manifesta una concezione progrediente della storia, la quale si evolve da una condizione originaria, e che appunto determina il conseguimento di sempre nuove modalità di rapporto e di relazione tra gli uomini. Gli uomini anche nello stato di natura possono stringere accordi fra di loro, perchè anche nel momento in cui barattavano facevano dei patti tra di loro e la dinamica dellʼaccordo diventa caratterizzante i rapporti nello stato di natura sulla base del fatto che gli uomini già nello stato di natura sanno mantenere la parola data, diversamente da quanto invece accadeva nello stato di natura di Hobbes.
La condizione che è stata descritta in principio, per lo meno prima dellʼ introduzione della moneta aura, era una condizione che sembrava di pace, desiderabilissima in quanto tutti gli uomini sono dotati di ragione, sono liberi, sono uguali, hanno di che mangiare bere ecc. perché lavorano la terra e ogni famiglia dispone dei beni che gli sono necessari, non si capisce come mai ad un certo punto questo stato di natura si sarebbe concluso.
Sulla base di queste considerazioni, Locke non giunge a conclusioni di tipo anarchico perchè è un razionalista. Il suo pensiero è di tipo razionalista, ma la sua cultura è pregna anche di empirismo e quindi non prevede la presenza di idee innate nellʼuomo. È vero, lo stato di natura è uno stato di perfetta libertà entro i limiti della legge naturale ma, poiché non vi sono idee innate, nessun uomo conosce in maniera perfetta la legge di natura. La legge di natura viene appresa dagli uomini, i quali la debbono imparare, ma quandʼanche tutti la conoscessero, non tutti la applicherebbero. Perchè gli uomini, è vero, sono dotati di ragione, ma anche sono soggetti alle passioni e spesso lʼapplicazione della legge naturale è subordinata o è inquinata dalle passioni dellʼuomo.
Secondo Locke, quindi lʼignoranza della legge di natura genera alcuni problemi nello stato di natura stessa. Quindi, in astratto gli uomini sono liberi ed eguali, ma poi in concreto questa libertà e questa uguaglianza non sempre sono semplici da esercitare.
Tre tipologie di diritti naturali

Sulla base dellʼoriginario diritto di proprietà si possono tematizzare 3 tipologie di diritti naturali. Questi 3 diritti possono essere letti come triplice espressione della forma originale della proprietà.
1. diritto alla vita, che in ultima istanza è il diritto sul proprio corpo e alla conservazione del
proprio corpo.
2. diritto alla libertà, il quale è invece il corrispettivo di quella libera manifestazione del proprio corpo.
3. diritto di proprietà in senso stretto nei confronti dei beni, delle cose.
Vita, libertà e proprietà sono i tre diritti fondamentali di cui ciascun uomo gode secondo Locke. Essi si presentano come specificazione dellʼoriginario diritto di proprietà di cui abbiamo parlato: proprietà su sé stessi (vita), la proprietà sulle proprie azioni (libertà) e la proprietà sui beni esterni (proprietà). Questi sono definiti da Norberto Bobbio come diritti naturali primari.
Nello stato di natura, lʼuomo ha non solo questa proprietà originaria che si manifesta nella sua vita, sulle proprie azioni e sui beni esterni, ma dispone anche del potere esecutivo della legge naturale. Quella legge naturale, entro i limiti della quale si svolgono le dinamiche dei rapporti tra gli uomini nello stato di natura e che tutti dovrebbero conoscere, può essere applicata e fatta valere da ciascun uomo dello stato di natura.
Questa sorta di potere esecutivo della legge naturale si manifesta in due profili, secondo due direzioni: nella possibilità di farsi giustizia da sé, dato che non esiste nessun giudice superiore agli altri e nella possibilità di punire nel caso qualcuno commetta una qualche azione contraria alla legge di natura. Questi due profili, diritto rappresentano quelli che sempre Norberto Bobbio definisce diritti naturali secondari. Ciascun uomo, quando appunto vengano poste in essere delle azioni contrastanti rispetto alla legge di natura, azioni che ledano i diritti di natura di un soggetto, chi viene danneggiato può punire chi ha commesso lʼazione contro la legge di natura, ma può anche esigere il risarcimento per lʼazione, per il danno che ha ricevuto, cercare di riappropriarsi del bene.
Dunque quando nello stato di natura sorge una controversia, ciascuno è giudice in causa propria. E proprio in relazione a questo potere esecutivo della legge naturale, proprio in relazione al fatto che non sempre è possibile né ottenere la repressione dellʼatto appunto contrastante con legge naturale, dellʼuomo che ha compiuto quellʼatto né punirlo in maniera adeguata, che questa condizione, che sembra desiderabilissima, presenta alcuni inconvenienti, tanto che: gli uomini ad un certo punto decidono di allontanarsi dallo stato di natura, decidono di lasciare lo stato di natura, di abbandonarlo e di istituire la società civile.
Nello stato di natura gli uomini vivono in relazione gli uni con gli altri (Locke parla della famiglia patriarcale) e tuttavia le relazioni tra gli uomini sono connotate dallʼinsicurezza che è connotata la possibilità di far eseguire la legge naturale, tanto che gli uomini si accordano tra di loro e decidono di stipulare un contratto sociale grazie al quale si uniscono in una società civile e si sottomettono ad unʼautorità.
Ragione e passione compresenti nello stato di natura, rendono preferibile allontanarsi dallo stato di natura, che è uno stato di insicurezza. Lʼobiettivo è quello di fare in modo che i diritti di cui ciascuno gode fin dallo stato di natura, vengano tutelati con maggiore sicurezza in una condizione in cui qualcuno detenga lʼautorità necessaria per far valere e per proteggere i diritti stessi. Quindi secondo Locke lo scopo del contratto sociale è quello di tutelare in maniera più certa i diritti naturali (vita-libertà-proprietà).
A questo scopo viene istituita unʼautorità alla quale gli individui conferiscono il potere esecutivo della legge naturale di cui ciascuno è titolare. Il meccanismo del contratto sociale per Locke dunque è questo: ciascun uomo continua a conservare i propri diritti naturali primari, mentre cede al potere politico che viene istituito con il patto i diritti naturali secondari.
La logica liberale è quella in base alla quale lo stato sorge per proteggere, garantire, tutelare i diritti. I diritti precedono lo stato, lʼautorità statuale, ed è per questo che il compito dellʼautorità politica è quello di preservare, di garantire i diritti stessi. E ciò costituisce il limite allʼazione del potere politico, detentore dei diritti naturali secondari finalizzato alla garanzia dei diritti naturali primari.
Questo potere si articola al suo interno in modo che possano essere svolte diverse funzioni. Funzione di tipo legislativo che devʼessere svolta allʼinterno dello stato, funzione legislativa che mai può prescindere ovviamente dal riconoscimento dei diritti naturali primari, ma che eventualmente è volta a disciplinarli, riconoscendoli, garantendoli e introducendo tutti quei meccanismi a questo fine.
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Funzione di tipo esecuzione legata all’esecuzione della legislazione stessa. Del resto, non potrebbe essere che Locke non contempli la presenza di un potere esecutivo, dato che ciascuno aveva trasmesso al potere politico il potere esecutivo rispetto alla legge naturale del quale era titolare. Nel potere esecutivo Locke fa confluire anche il potere giurisdizionale, proprio per il fatto che questo potere si origina dai diritti naturali secondati.
Questi due poteri, sono affidati ad organi diversi.
Potere legislativo è una funzione che si svolge sulla base di un metodo che, sulla base delle riflessioni metodologiche di fine ʻ800, può essere definito “generalizzante”. La legge è indirizzata alla totalità degli associati e viene praticata solo quando è necessario che una legge venga emanata e poi dopo che il Parlamento è stato convocato ed ha approvato la legge, si riaggiorna in una sessione ulteriore.
Potere esecutivo invece ha una funzione individualizzante perchè la legge deve sempre essere praticata, sempre essere fatta valere. Il potere esecutivo, che la fa valere in tutti i momenti, deve funzionare sempre, tutti i giorni e non può essere come il potere legislativo che funziona ad intermittenza.
Quindi necessariamente potere legislativo ed esecutivo devono essere affidati ad autorità distinte.
I tre inconvenienti che, seppur lievi, ineriscono allo stato di natura sono:
La scarsa conoscenza dei contenuti della legge naturale e quindi il difficile rispetto letterale della legge naturale stessa e quindi indeterminatezza del diritto di natura legato a questa scarsa conoscenza della legge di natura;
Lʼassenza di un giudice imparziale che intervenga in caso di controversie che comunque possono sempre sorgere tra gli uomini nello stato di natura. La difficoltà di far eseguire eventualmente le decisioni che emergano e far rispettare eventuali sanzioni che vengono comminate.
La necessità della tutela dei diritti naturali. Mancando appunto unʼautorità superiore questo stato sperabilmente deve essere superato, devʼessere abbandonato per dare maggiore certezza ai diritti, maggiore certezza alla legge naturale, e dunque per farla valere.
Il problema è di far valere con la forza i diritti di natura. Ed allora ecco sgorgare dalla volontà dei singoli, degli uomini che vivono in questo stato di natura che ha un carattere per certi versi storico, per altri ipotetico nella riflessione di Locke, la necessità del contratto sociale che prevede due momenti:
1.unione tra i contraenti e quindi costituzione della società civile
2.assoggettamento allʼautorità politica, successivamente allʼunione (successivo a livello logico).
Nascita del potere politico

Contratto sociale che è legato alla necessità di tutelare e di garantire i diritti di natura. Lʼistituzione del potere politico è la prima conseguenza del contratto sociale, oltre alla nascita della società in senso stretto. Potere politico che si articola in due distinti poteri indicati da Locke. Si tratta di due poteri proprio perchè confluiscono nel contratto sociale due aspetti distinti. Il potere deriva da due atti che sono unione e assoggettamento.
Quindi, dalla costituzione della società per la necessità di far valere e proteggere i diritti di natura, nasce il potere legislativo. Il potere legislativo ha infatti il compito di emanare le leggi, le
quali hanno lo scopo di regolamentare i diritti di natura. Successivamente, dal fatto che gli uomini cedono il loro potere esecutivo, rispetto alla legge naturale, sorge il potere esecutivo in senso stretto; potere esecutivo che prevede al suo interno anche il potere giurisdizionale.
Il potere esecutivo è titolare anche di quella che Locke definisce “prerogativa” ovvero la possibilità di deroga rispetto alle leggi. Prerogativa che spetta unicamente al potere esecutivo ed è finalizzata ovviamente sempre alla salvaguardia dei diritti stessi e dello stato. Il potere esecutivo, in certi casi, può derogare dalla applicazione della legge in senso stretto, ma lo può fare entro determinati limiti dato che mai possono essere conculcati i diritti naturali primari, se non in condizioni eccezionali, per salvaguardare gli stessi.
Il potere legislativo emana leggi che hanno per materia i diritti naturali primari. Questi non possono essere mutati, soppressi, conculcati. I diritti naturali primari devono solamente essere regolamentati. Allʼinterno del potere esecutivo, Locke prevede un ulteriore funzione che per la verità ad alcuni interpreti sembra configurare in certi casi un potere autonomo rispetto agli altri due. Si tratta di un potere che viene definito potere federativo. Lʼoggetto è la regolamentazione dei rapporti internazionali e quindi dei rapporti con gli altri stati. La stipula dei trattati internazionali (di pace, o mantenimento delle relazioni con gli altri stati).
Lo stato dunque che sorge dal contratto sociale lockiano, è uno stato debole, dotato di poteri limitati perchè il suo scopo preciso è quello di proteggere, di salvaguardare, di garantire i diritti naturali primari. Ha quasi il ruolo del poliziotto che deve salvaguardare lʼordine. Il diritto naturale continua a valere anche nella situazione nuova, nella condizione che nasce con il contratto sociale (dunque la condizione della società civile) e continua a vincolare le funzioni dello stato stesso. Dunque lo stato, per Locke, è debole e così deve rimanere. Il sovrano, o il legislatore, è sempre sottomesso alla legge di natura e al diritto di natura che non possono essere trasgrediti. Il diritto positivo è un diritto che ha uno scopo legato alla regolamentazione dei rapporti che già esistono per natura.
È chiaro che lʼorganizzazione che prevede Locke non impedisce che il potere politico possa degenerare o eccedere nei limiti entro i quali dovrebbe mantenersi. Locke si concentra anche sulla possibilità che il potere politico degeneri o ecceda i limiti del suo esercizio e quindi si chiede che cosa possa accadere nei rapporto tra i cittadini e il sovrano, quanto appunto il potere politico viene esercitato con degenerazione o oltre i limiti.
Il problema è questo: i conflitti e le controversie tra i cittadini vengono regolate dallo stato, dopo il contratto sociale; ma nel caso invece sorgano dei conflitti tra lo stato e il cittadino, come si procede? Nello stato di natura in caso di lite vince il più forte quando non ci si riesce ad accordare, perchè manca una figura terza esterna e superiore che riesca a far prevalere la legge naturale. Ma se ci troviamo in una condizione di stato il problema è capire se si possa identificare una terza autorità che possa prevalere sia sullo stato che sul cittadino.
Lʼautorità terza superiore allo stato e ai cittadini è Dio. Il terzo per Locke cʼè e cʼè sempre ed è Dio. Infatti, nel caso intervengano delle circostanze che rendono necessario lo scontro tra il potere politico e i cittadini, la soluzione viene rintracciata appellandosi a Dio. Locke identifica un diritto, definito come diritto di appello al cielo il quale è un diritto naturale che tuttavia non veniva esercitato nel periodo in cui gli uomini vivevano nello stato di natura (perchè può essere invocato solo in caso di contrasto tra cittadini e stato, e dunque è necessaria lʼesistenza dello stato).
Locke identifica 4 casi in cui o i cittadini o lo stato possono appellarsi al cielo:
1. la tirannide, cioè lʼabuso di potere da parte dello stato o lʼesercizio illegittimo del potere da parte dello stato non conforme ai limiti prescritti dal contratto sociale
2. oppure il caso dellʼusurpazione del titolo di sovrano da parte di qualcuno che non ne ha titolo, potrebbe darsi che un suddito o un terzo usurpi il titolo del sovrano e si metta ad esercitare il potere politico
3. aggressione da parte di uno stato nemico
4. dissoluzione dello stato
Il diritto di appellarsi al cielo che diventa, a ben guardare, se lo si considera dal punto di vista dei cittadini, diventa un . Se invece lo si guarda dal punto di vista del sovrano, diventa un .
Quando ci si appella al cielo in realtà tra i cittadini e lo stato si apre un conflitto, e colui che lo vince sarà colui che gode dellʼappoggio di Dio. Si ha dunque una re-introduzione della soluzione dei
conflitti sulla base del criterio della forza.
Il cittadino ha il diritto di resistere al sovrano nel caso questo sia eccessivamente debole o nel caso non protegga in maniera adeguata i diritti naturali primari o nel caso appunto la debolezza dello stato sia tale da comportare la dissoluzione dello stato stesso o lʼinvasione del territorio da parte di uno stato straniero.
Allo stesso modo, il sovrano si può opporre lecitamente ai cittadini che si ribellano nei suoi confronti.
Chi ha la meglio in questa contrapposizione, sarà colui/coloro che godrà della protezione di Dio.
Se la rivoluzione è avvenuta, se il popolo se i cittadini sono stati abbastanza forti da riuscire a destituire il sovrano, la rivoluzione avrà successo e il nuovo sovrano sarà un sovrano legittimo. La rivoluzione può essere cruenta o meno, come nel caso di Guglielmo dʼOrange e Mary Stuart. Il fatto compiuto in questo caso diventa fonte del diritto.
Per Locke un ateo non ha il diritto di essere tollerato nello stato, proprio perchè egli, non riconoscendo lʼesistenza di Dio fa un atto contro ragione e non può stipulare il contratto sociale, perchè non ha nessuno che garantisce per lui che sarà un bravo cittadino non ha su cui prestare giuramento. Lo stato ammette la possibilità che si possano seguire varie confessioni religiose, che si possano praticare diversi culti, a patto che se ne pratichi uno e si creda in Dio. Se non si crede in Dio non si può stipulare il contratto sociale e quindi lʼateo è fuori dalla società.
Locke ritiene che nello stato liberale non possano essere tollerati i cattolici. Questo perchè essi sono divisi nella loro fedeltà al Papa e al sovrano. Infatti per i cattolici, in questo caso, Locke si avvale dellʼepiteto di “papisti”. Essi cattolici, certo possono stipulare il contratto sociale perché credono in Dio e quindi Dio può garantire per loro. In linea di principio si potrebbe anche ammettere che essi mantengano la loro fiducia nei confronti del sovrano, tuttavia nel caso il
Papa dia degli ordini non conformi con quelli del sovrano, i cattolici potrebbero rimanere fedeli al Papa disubbidendo al sovrano. I cattolici hanno una riserva interiore nei confronti del papa, che li porta a rispettare la sua parola, anche se contraria a quella del sovrano. Ecco perchè, in ultima analisi, un cattolico potrebbe non essere un buon cittadino/suddito. Quindi qualsiasi culto è ammesso dallo stato, qualsiasi professione di fede purché ce ne sia una, ma non quello cattolica. E ovviamente ciò impedisce agli atei di essere parte dello stato.

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