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S. Kierkegaard


La Vita

Nato nel 1813 nello Jutland in Danimarca da un ambiente commerciante. Suo padre era un uomo severo, religioso e malinconico, pretendeva molto dal figlio, soprattutto la sua adesione del Cristianesimo che gli appare come una crudeltà, un'imposizione.
Kierkegaard critica la Chiesa e ripropone un cristianesimo intimista e delle origini.
Il padre si risposa con la cameriera da cui nasce il filosofo.
La moglie precedente era morta di malattia ma nel frattempo durante la malattia la stava già tradendo con la cameriera.
Questa colpa ricade anche sui figli.
Kierkegaard si allontana dal padre e vive una crisi religiosa.
Come leopardi, anche Kierkegaard era fragile di corpo ma acuto di anima (era lacerato interiormente da questa sproporzione: sofferenza che chiama "Spina nelle carni" ma lo nasconde agli altri)

1830: Kierkegaard si scrive a teologia e si laurea in 10 anni.
In questo periodo vive la vita da esteta alla ricerca del piacere, quindi unisce stili di vita opposti (sappiamo ciò dal suo diario) ma nessuno lo soddisfa mai veramente.
1835: capisce che deve trovare una verità per sè, una verità esistenziale che dia un senso alla sua vita. Per queste tematiche è considerato precursore dell'esistenzialismo.

S'interessa e si avvicina allo studio dell'interiorità, legge romanzi romantici di formazione come quelle di Goethe, o biografie dei grandi mistici, studia idealisti, Socrate, la Bibbia. Quindi si ha un passaggio da vita estetica e vita etica.

1838: Morte del padre
1840: si laurea in teologia a Copenhagen
1841: ottiene l'incarico di maestro delle Arti dalla facoltà di filosofia grazie alla tesi "sul concetto di ironia con costante riferimento a Socrate"

Intanto era fidanzato con Regina Olsen: si sente riconciliato con il mondo.
Nonostante la sua felicità rinuncia alla vita ecclesiastica e lascia la fidanzata perché non si sente adeguato a tutto ciò.

Grazie all'eredità del padre vive una vita agiata dedicandosi alla scrittura. Dal 43 al 50 pubblica innumerevoli scritti.
Battaglie pubbliche contro la corruzione della Chiesa: Kierkegaard diventa oggetto di satira da un giornale ecclesiastico.
Era un reazionario (ultraconservatore) e sostenitore della monarchia. Era contro i liberali, a sfiducia nella politica: solo religione e filosofia comprendono i problemi dell'uomo.

Nella folla l'individuo si nasconde e scompare uniformandosi.

La filosofia comunica indirettamente con il singolo: dà importanza al individuo (non quello hegeliano, cioè solo una manifestazione dell'assoluto). Il singolo si distingue per le sue scelte personali, non per la sua essenza. L'individuo è unico e irriducibile.

La Comunicazione

Il politico, l'insegnante, il giornalista si rivolgono al pubblico un io in personale che di fatto non esiste, poiché nel collettivo si perde nel suo essere come gli altri. In questo contesto Però egli trova l'assicurazione "perché la maggior parte degli uomini non ha timore di avere un'opinione errata, bensì di averne una da soli".

Quindi la comunicazione non genera maggiore chiarezza e consapevolezza:
+ comunicazione = + confusione nell'intendimento dei messaggi

Pertanto, per attuare una comunicazione di verità occorre una Comunicazione Indiretta: l'unica in grado di raggiungere le personalità individuali.
Esso lo fa con l'ironia e la pseudonimia.

La Pseudonimia

Gli pseudonimi sono altrettanti io collocati in mezzo alla vita, sono proposte di esistenze rispetto alle quali ciascuno può manifestare la propria adesione riconoscendovisi o discostarsene dissociandovisi.
Si tratta di io poetici o letterari che si propongono con la loro concezione della vita ai singoli individui (lettori). E si costringono I lettori che vi si immedesimano a diventare attenti alla Verità perché essa non è, come diceva Hegel, un'approssimazione all'oggetto di conoscenza ma è l'autoattività dell'appropriazione di uno stile esistenziale.

Il lettore dovrà potersi rispecchiare nell'opera, vivere cioè l'esperienza soprattutto di uno scarto, di uno sconcerto, di un respingimento che nel risvegliano l'attenzione.

L'Ironia

Nella tesi di laurea, Kierkegaard stabilisce un confronto tra Ironia Socratica e Ironia Romantica.

Ironia Socratica

Per Socrate l'ironia era insieme alla confutazione la prima parte critico-demolitoria del suo dialogo, precedente alla seconda parte costruttiva detta maieutica.

Ironico era l'atteggiamento stesso di Socrate che, nel porre domande all'interlocutore, brevi ed incalzanti, mostrava di considerarsi incapace di trattare compiutamente l'argomento in questione fingendosi ignorante.

Ironia e quindi finzione, una pratica dissimulatoria, consistente nel far ammettere all'altro come vera una contraddizione, che l'altro non ravvede essere tale, per poi via via smascherarla prendendo l'altro Vittima del suo presunto sapere. Socrate è abile nel smontare la presunzione cognitiva dell'interlocutore al punto da condurlo in uno stato di dubbio che rende vacillanti tutte le certezze gettando il malcapitato in una profonda inquietudine. Il Dubbio è la condizione di partenza per la ricerca autonoma della Verità.

Ironia Romantica

Per i romantici l'ironia e la presa d'atto del fatto che L'infinito può avere molteplici manifestazioni finite senza che nessuna lo esprima adeguatamente; per cui ogni impresa umana è impari nel suo tentativo di adeguarlo.

Ironizzare significa Rifiutarsi di considerare come salde le manifestazioni particolari dell'infinito anzi, nell'accettare la loro provvisorietà e sorriderle non prendendo la così Sul serio. Novalis dirà che l'ironia trova il proprio terreno nella filosofia: essa scardina i punti fissi dell'universo e sospendendo nel vuoto lo relativizza.

Ironia di Kierkegaard

Kierkegaard propende per l'ironia romantica anche se rileva il fatto che essa si esprima poi eticamente o esteticamente.
Il poeta romantico che nella sua vita non condivide le convenzioni borghesi può nella poesia trovare uno spazio per condividere l'autentico suo sé. Per Kierkegaard, però, questo stato si riduce ad uno stato d'animo, agile e giocoso, il cui limite è che sei in se in esso si persiste subentra la noia.

Kierkegaard distingue l'ironia esecutiva da quella contemplativa.

La prima coincide con il meccanismo letterario che si instaura tra la comunicazione letterale di un testo e l'intenzione comunicativa dell'autore inserita nel suo messaggio. Il messaggio è l'essenza del discorso, mentre le parole del testo coprono come una maschera il messaggio stesso, sono quindi apparenza.
In tal caso l'ironia è "esecutiva" perché l'autore fattivamente pone una distanza tra il messaggio letterale e il significato recondito nascosto dietro adesso. L'ironia esecutiva non ha uno scopo determinato: l'autore non si prefigge intenzionalmente di far credere agli altri ciò che egli non è per concedersi uno spazio di libertà e così ingannarli. In realtà egli prova un naturale, soggettivo piacere nel dissociarsi letterariamente dalla condizione di conformismo sociale a cui lo costringono i rapporti quotidiani. È il piacere di provare l'assoluta assenza di condizionamenti.

L'ironia contemplativa non è soltanto l'atto intenzionale di dileggiare prendere in giro alcuni aspetti Non condivisi della vita e di se stessi, ma è la negatività infinita, cioè il potere della soggettività di riappropriarsi di se stessa al di là di tutti i limiti mondani. Porta a relativizzare la realtà mondana.

Antihegelismo di Kierkegaard

Mentre per Hegel il fulcro della riflessione filosofica era l'Assoluto (lo spirito universale) rispetto al quale il finito era una realtà particolare apparente tanto che sono l'infinito poteva dirsi veramente reale quindi razionale, kierkegaard compie un'inversione logica cioè un capovolgimento del rapporto tra il soggetto e il predicato.

Per Hegel il soggetto era lo spirito assoluto e il predicato l'individuo, per Kierkegaard il soggetto è il singolo ossia l'individuo nella sua irriducibile unicità, che è legata al fatto che egli è tale in virtù delle scelte esistenziali che egli compie nel corso della sua vita. Si tratta di molteplici opzioni rispetto alle quali il singolo è libero di risolversi per l'una alternativa ben sapendo di dover rinunciare a tutte le altre.
Egli si trova così in una condizione drammatica perché ciò che lo attanaglia non è la paura di sbagliare (si ha paura di qualcosa di determinato) ma l'angoscia (timore indeterminato) che lo paralizza facendogli avvertire sia il valore sconfinato della sua libertà sia il dramma cui la scelta è sempre anche denuncia.

Hegel costruisce un sistema rigorosamente razionale e ottimistico perché con il panlogismo giustifica tutta la realtà, anche gli aspetti meno comprensibili di essa come la guerra. Il sistema hegeliano si edifica sulla base del processo dialettico dello spirito nella realtà che è libero, in quanto prevede progressivi livelli di autoconsapevolezza, ma è anche deterministicamente connotato. Insomma, la categoria che lo domina è la libertà come necessità.
Kierkegaard introduce la categoria della possibilità perché a lui interessa esaminare non l'essenza metafisica dello spirito del mondo, ma l'esistenza del singolo, il quale reputa che la possibilità sia, nella scelta, una eventualità di felicità, di fortuna, invece la possibilità è la più pesante di tutte le categorie, poiché per essere tutto è possibile, anche le eventualità negative.

La dialettica hegeliana era conciliativa in quanto nel momento della sintesi si effettuava il superamento delle unilateralità degli opposti. Era, in termini logici, una dialettica coordinativa (et...et). La dialettica di kierkegaard è stata definita da Deleuze come "dialettica delle differenze" perché in esso gli opposti restano immancabilmente tali nella loro irriducibile diversità. La logica che li contrappone e oppositiva disgiuntiva out-out.

Gli stadi dell'esistenza

Si tratta di opinioni esistenziali che si escludono reciprocamente. Essi sono 3: la vita estetica, la vita etica e la vita religiosa. Ognuna è caratterizzata da un personaggio emblematico: quella estetica da Johannes il seduttore, quella etica dal giudice Wilhelm, quella religiosa dal profeta Abramo.

Vita estetica

Kierkegaard rappresenta l'estetico in modelli puri: riprende i miti letterari del Don Giovanni e di Faust. Il Don Giovanni a cui si riferisce è quello di Mozart e rappresenta il potere della seduzione immediata che allinea le proprie conquiste femminili l'una accanto all'altra come un'indefinita successione di istanti, egli è la pura energia dell'eros il cui canale espressivo è la musica.
L'esteta, sostiene Kierkegaard, "è immediatamente ciò che è" ossia vive il quotidiano senza progettualità, quindi nella superficialità e inconcludenza assolute. Egli incarna la dimensione della sensualità immediata, non valutabile però in chiave morale secondo il giudizio per cui la carne è contro lo spirito quindi carica di peccaminosità.
L'esteta non è un individuo ma un'idea, cioè la pura incarnazione dell'erotico, che gode della rappresentazione mentale dell'appagamento del desiderio. Egli non è un seduttore di fatto perché si limita a desiderare di avere un effetto seducente; ed è appunto il suo charme, cioè la potenza della sua sensualità a far cedere le sedotte.
Se fosse un seduttore sarebbe scaltro, rincorrerebbe a delle mosse o abili raggiri, farebbe uso della riflessione, ne sarebbe consapevole, insomma elaborerebbe un piano di conquista e poi prenderebbe atto della propria azione. Invece egli è musicale perché non possiede la potenza della parola ma l'immediatezza della sensualità che emerge dalla naturalità del suo essere. In effetti la musica è di gran lunga più astratta del linguaggio e ciò le consente di esprimere universale.
Tra l'altro, gli oggetti del desiderio dell'esteta non sono individualità femminile ma la femminilità come universale. Per l'esteta ogni fanciulla è una fanciulla qualunque, ogni storia è storia di tutti i giorni. Egli non desidera lo straordinario nell'ordinario, ciò che una donna ha in comune con tutte le altre. Quando ne seduce una le seduce tutte, poiché egli seduce nel momento inteso come somma degli istanti. Ciò che significa che egli non intrattiene rapporti con il tempo storico il quale nello sviluppo si modifica, ma il tempo risolto nell'istante è la ripetizione dell'identico.

Il Faust nell'interpretazione di kierkegaard incarna la seduzione della conoscenza. Faust è alla ricerca inesausta della conoscenza assoluta e per ottenerla è disposto ad allacciare un patto con Mefistofele (il demonio). Egli seduce una donna sola, Margherita, che avvince con la sua superiorità intellettuale, ma che poi abbandona, causando la sua morte suicida. La seduzione qui si risolve nel possesso carnale poiché Margherita è considerata alla stregua della natura femminile su cui il maschio esercita il proprio potere.

Johannes, protagonista del "diario di un seduttore" racconta la trama sottile con cui egli avvolge la giovane Cordelia per conquistarla e poi abbandonarla. Egli sta a metà strada tra l'amore erotico di Don Giovanni è quello possessivo di Faust in quanto per un verso evita il possesso della donna poiché la riuscita della seduzione mette fine al piacere e implica l'impegno con la realtà storica, mentre ciò che gli interessa è restare nel mondo Immaginario dell'interessante. Johannes trasforma la sua seduzione in un'opera d'arte. Egli infatti afferma: " introdursi in immagine nell'intimo di una fanciulla e un'arte, e uscirne fuori in immagine è un capolavoro".
Johannes rappresenta la vita estetica nel suo grado più raffinato e alto poiché egli vive solo nell'immaginazione, non si sceglie nella realtà concreta né si coimplica con essa, ma vive nell'orizzonte della possibilità senza compiere mai il movimento della realizzazione. La sua personalità non ha un'identità precisa poiché è dispersa in una molteplicità di aspetti evanescenti e non integrabili. Egli è un enigma a se stesso e rispetto agli altri di cui rimane prigioniero. Non si rivela mai.
L'esteta è sempre al vertice delle sue possibilità per cui può essere tutto ma in realtà non è niente poiché la sua personalità disarmonica, ed è frantumata e affacciata sull'abisso. Egli non può che, nell'ottica etica, disperarsi. La disperazione coinvolge l'intera personalità e non è da confondere con il dubbio scettico cognitivo.

L'esteta si trova di fronte a due alternative, o vuole essere se stesso e allora si perde poiché non può scontrarsi con l'evanescenza e multilateralità della sua personalità o non vuole essere se stesso e allora si dispera. La disperazione, che è il sentimento dell'io nei confronti di se stesso, può essere combattuta o reiterando il gioco della distrazione, oppure essere assunta cioè scelta nella sua pienezza ed allora ci si trova nell'ambito dell'etica.

Vita Etica

L'uomo etico "diventa ciò che diventa" nel senso che è la persona stessa nel suo valore assoluto.
L'etico è il Borghese che sceglie la compromissione con la realtà in cui vive: sceglie di avere una moglie e di esserle fedele sempre, rinverdendo nel legame coinvolge il primo innamoramento. Il matrimonio sostituisce al mistero del primo incontro l'intesa, alla conquista la consuetudine di un rapporto continuativo. Il matrimonio presuppone l'amore anche nella ripetitività del quotidiano dove non si fa conto di ciò che si è perso della leggerezza e sorpresa dell'innamoramento, ma di ciò che si guadagna perseverando nel stare insieme ad una donna che invecchia.

L'etico, oltre ad essere un buon marito è anche un padre premuroso, un lavoratore indefesso che ottempera alle richieste convenzionali della società borghese in cui è inserito.
L'etica dunque ha un fondamento individuale, perché si istituisce nella scelta privata del singolo, ma poi si attua nel quadro di una moralità sociale che Kierkegaard chiama "il generale" (non l'universale) rispetto a cui isolamento mistico, l'autoesclusione dalla comunità, i comportamenti eccezionali vanno rifiutati.

L'etico intrattiene un rapporto stretto con il tempo e la storia: non vive nell'istante ma nella durata cioè la continuità temporale, e quindi ciò che lo interessa non è la ripetizione eguale degli istanti, ma la ripresa per cui ogni momento dell'esistenza è inserito in un quadro più ampio che lo rinsalda.

Lo scacco dell'etica: come abbiamo visto, la scelta etica dà vita al sè, cioè alla persona forte della sua identità, che si viene costantemente definendo. Tuttavia, l'etico sceglie ciò che già esiste ossia i vari ruoli sociali che via via incarna. Dunque l'etico non crea se stesso in quanto sceglie se stesso poiché ciò che sceglie è già a posto.
Lo Scacco dell'etica nasce dal fatto che essa addita all'uomo il dover essere, cioè l'idealità del Generale (i ruoli) come scopo e presuppone che l'uomo sia in grado di raggiungerlo, ma non è così. Da romantico, kierkegaard è convinto che la distanza tra il dover essere e l'essere sia incolmabile così che l'etica è destinata naufragare. Infatti l'essere dell'uomo è limitato in quanto egli è peccatore e nel momento in cui egli accetta tale natura, si sente in colpa e quindi si pente può passare allo stadio religioso.
Il pentimento è la via per intrattenere un rapporto personale con dio. Pentirsi significa assumere che la distanza che ci separa da Dio è infinita che noi siamo niente nei confronti dell'Assoluto. Si entra così nella vita religiosa, il cui emblema è Adamo.

Vita Religiosa

Abramo è posto di fronte ad una contraddizione non mediabile fra le leggi sociali e la volontà di Dio. In questo dilemma kierkegaard è terribilmente solo e non ha il supporto della comunità e neppure la misericordia di Dio.
Ormai novantenne, sposato con Sara, una donna anch'essa anziana riceve da Dio il dono di avere un figlio, Isacco sulla base dell'assunto che "Nulla è impossibile a Dio", che ha visto l'ardore e la genuinità della sua fede. Ma quando Isacco adolescente Dio gli chiede la prova regina di uccidere il figlio. Che cosa certifica ad Abramo che alzando il coltello compirà un atto di Fede e non di omicidio? Nulla, salvo l'angoscia della scelta, infatti tale scelta è assurda per la ragione, ma Abramo ha un timore reverenziale nei confronti di Dio e trema di fronte alla sua onnipotenza al punto che decide di sospendere tutte le considerazioni etiche e si affida completamente a Dio, il quale di fronte alla solidità della sua Fede restituiraà Isacco e si riconcilierà con Abramo.
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