Kant e le forme a priori

Come Copernico aveva rivoluzionato le idee della sua epoca, ovvero, passando dalla teoria geocentrica a quella eliocentrica così Kant apporta una rivoluzione che riguarda l’idea di soggetto e oggetto; cioè Kant dice che non è l’uomo che si adatta a quello che lo circonda ma è la natura che si modella sulle basi dell’uomo, in quanto, l’uomo ha delle forme apriori con le quali si rapporta alla realtà. Egli parla delle varie facoltà della conoscenza e parla di sensibilità che è l’aspetto della conoscenza che si basa sui sensi, ovvero, la conoscenza empirica; d’intelletto che elabora tutto ciò che viene colto attraverso i sensi e struttura quindi la conoscenza empirica e studia quindi il fenomenico; di ragione vorrebbe andare al di là dell’intelletto e vorrebbe cogliere le idee, cioè, essa vuole conoscere non più il fenomenico ma il mondo noumenico e può fare ciò seguendo le tre idee fondamentali, che sono: l’anima, il mondo e Dio.

Nella critica della ragion pura troviamo l’estetica trascendentale che studia la sensibilità delle forme apriori di spazio e di tempo per far capire come le forme apriori possono rendere universale e necessaria la matematica. In quest’opera troviamo, anche, la logica trascendentale e sappiamo che la logica si suddivide in: analitica trascendentale studia la conoscenza dell’intelletto, le forme apriori dell’intelletto e quindi le categorie; dialettica trascendentale va a studiare le forme apriori della ragione, quindi le idee. Con quest’opera egli esamina in maniera critica tutti i limiti della conoscenza umana, chiedendosi perché la matematica è necessaria e universale se la nostra è in prevalenza una conoscenza empirica? ..perché noi tutti abbiamo una struttura mentale fissa, che è rappresentata da forme apriori che sono quindi innate, ed essendo queste comuni a tutti gli uomini sono necessariamente universali e sono quindi dati oggettivi in quanto comuni a tutti. Il nostro quadro mentale ci ha portato a fissare in noi l’idea che 3+2=5 e tutti gli esseri umani hanno la certezza di questo dato che risulta essere quindi oggettivo, necessario ed universale.
Per quanto riguarda l’analitica trascendentale, che studia le forme apriori dell’intelletto, cioè le categorie; Kant prende spunto da Aristotele che parla per primo di 10 categorie mentre per Kant esse sono 12 categorie che raggruppa in 4 gruppi: qualità, quantità, modalità e relazioni. Per Kant il giudizio non è altro che un’associazione di soggetto e predicato che ci permette di poter esprimere un pensiero; un giudizio non è altro che l’insieme di soggetto e predicato e lo definisce analitico perché nel soggetto è contenuto il predicato e quindi un giudizio analitico solamente con il soggetto esprime una frase di senso compiuto. Qualità, quantità, modalità e relazioni mettono insieme i dati empirici, tramite queste forme apriori che già possediamo riusciamo ad elaborare. Inoltre, Aristotele aveva organizzato le categorie partendo dalla prima fondamentale che era la sostanza però con questo termine non solo dava un’importanza nosologica ma anche ontologica, quando parlava di primo motore immobile e quindi la sostanza per eccellenza, invece, Kant utilizza le categorie ESCLUSIVAMENTE gnoseologica che permette di conoscere tutto il mondo fenomenico e quindi dell’intelletto.
(Logica) La deduzione trascendentale, prende spunto da un termine giuridico in quanto vuole dimostrare che c’è identità tra l’oggetto reale e l’oggetto mentale, cioè quello che io penso corrisponde alla realtà oppure è fantasia? E ci dice che quello che io penso o vedo corrisponde alla realtà e viene dimostrata dall’io penso Kantiano, che non è altro che l’insieme di tutte le strutture apriori dell’uomo, quindi se io ho delle forme apriori dentro di me è impossibile che le cose che io concepisco sia immaginazione perché il tempo mi da orientamento, ma tutto è sempre parte del nostro quadro mentale e quindi è possibile che il tempo nella sua vera realtà sia diverso da come il quadro mentale dell’uomo lo definisce e quindi troviamo l’incognita. Tuttavia, potrebbe anche sembrare come un qualcosa di soggettivo, egli parla di universale ed oggettività.
Nella dialettica trascendentale, va a strutturare le forme apriori della ragione e quindi le idee; Kant vuole far capire che la metafisica non è una scienza ed analizza le tre idee: l’anima è studiata dalla psicologia razionale, il mondo è studiato dalla cosmologia e Dio dalla teologia. Tuttavia, dice Kant, queste che si definiscono scienze in realtà non sono altro che antinomie, cioè ragionamenti camuffati che non hanno una validità perché la psicologia pretende di spiegare l’anima dandole una struttura esteriore ma che essa non ha essendo un qualcosa di interiore, e quindi non è una scienza; la cosmologia è il mondo ma l’uomo non può capire fino in fondo la sua natura in quanto a noi risulta sconosciuta persino le sue origini, e quindi non è una scienza; per Dio, che è essere perfetto, Kant raggruppa tutte le idee ottenute in passato e cerca Dio in 3 prove: ontologica (o di Sant’Anzelmo) se pensiamo ad un essere perfetto esso deve essere riconosciuto necessariamente in Dio, la prova cosmologica, cioè la prova della causa-effetto, gli uomini affermano che se il mondo esiste deve esserci necessariamente un essere che l’ha creato ma non c’è nessuna prova che lo dimostra; la prova fisico-teologica è quella prova del “fine-scopo” , visto che nel mondo c’è quest’equilibrio, questa bellezza e tutto sembra essere stato messo al posto giusto si da per scontato che tutto questo sia stato messo da un essere supremo. Per Kant tutte queste prove sono infondate, camuffate e si dichiara agnostico perché la religione non è un “io so” ma è un “io voglio” credere in un essere supremo, ed avendo posto egli stesso i limiti della ragione ci dice che quest’ultima non ha gli strumenti necessari per poter dimostrare l’esistenza di Dio però allo stesso tempo la ragione non ha nemmeno gli strumenti per poterla negare.
Kant. (critica della ragion pura 1.2)
La prima forma dell’imperativo categorico è “devi perché devi” ma, abbiamo anche una seconda forma dell’imperativo categorico che afferma di utilizzare l’umanità non sempre come fine ma anche come mezzo, cioè non dobbiamo pensare agli altri per nostro tornaconto e non dovremmo fare agli altri ciò che non vorremmo essere fatto a noi stessi, quindi dobbiamo avere rispetto non solo della nostra dignità ma anche della dignità altrui (come dice Locke, ma Kant lo dice negli ambiti dei rapporti sociali) invece, una terza forma dell’imperativo categorico richiama un po’ la prima, infatti, richiama l’autonomia della volontà perché secondo Kant la legge morale è apriori e quindi l’uomo può avere una sua volontà che risponde a un comando razionale, quindi l’uomo ascolta la propria legge morale senza essere schiavo e senza farsi condizionare dalle situazioni esterne.
Kant parla di formalità, dice che la legge morale non ci dice cosa dobbiamo fare ne come dobbiamo comportarci, non abbiamo una scaletta fissa e quindi è formale, infatti Hegel accuserà Kant di “formalismo”, dicendo che secondo Kant l’uomo si trova nell’astrattismo. Kant spiega questa formalità dicendo che se noi avessimo un insieme di contenuti concreti, cioè di cose stabilite noi non saremmo più liberi nell’agire perché saremmo vincolati a queste azioni e sarebbe in quel caso “precettistica” cioè noi seguiremo dei precetti ben precisi e quindi alla fine non ci sarebbe più autonomia ma solo precetti da seguire. (Se sei debole ti lasci trascinare delle passioni, se invece sei razionale tu hai già dentro di te la legge morale e se decidi di ascoltare questo comando razionale che è in te che è apriori, tu non sbagli, così rispetti sia la tua dignità che quella degli altri ). Se la legge morale fosse eteronoma (cioè quando non ha degli scopi, dei fini) non si tratterebbe più di un imperativo categorico ma bensì di un insieme di imperativi ipotetici e quindi non si potrebbe più parlare di libertà dell’agire morale.
Con Kant si parla anche di rigorismo, cioè esclude totalmente dalle azioni morali i sentimenti e le emozioni perché questi distolgono l’uomo dal giusto comportamento, infatti, quando interviene l’emozione ci lasciamo trascinare. Quindi per Kant la moralità deve rispondere solo al dovere per il dovere. L’uomo che vive in una società deve svolgere attività necessarie per seguire la sua morale (es: paghiamo le tasse ma in realtà non vogliamo) dice Kant, in queste azioni l’uomo è moralmente corretto ma solo esteriormente, ma interiormente l’uomo avrebbe voluto agire diversamente e quindi questa non è un’azione morale vera, infatti, un’azione morale per essere vere deve basarsi esclusivamente sull’intenzione. Se la mia intensione è conforme alla legge morale allora è una vera azione morale, in caso contrario essa non è vera, quindi parliamo di moralità interiore e di moralità esteriore. La nostra volontà è buona quando la nostra intensione è conforme all’azione morale (etica dell’intensione).
Anche riguardo alla legge morale, per Kant, si parla di rivoluzione copernicana perché nel momento in cui Kant dice che la mia volontà dipende dall’autonomia razionale, cioè io devo solo avere la volontà buona per far sì che la mia intenzione sia conforme alla legge morale quindi, la legge morale per Kant si base sull’autonomia dell’uomo quindi è l’uomo anche nel campo morale che stabilisce le proprie leggi; Kant pone una grande critica a tutti i pensieri filosofici che lo avevano preceduto e che avevano unificato l’azione dell’uomo a quelli che erano i fattori esterni, cioè, molte volte si parlava di un Dio buono che condizionava l’agire umano, si pensava che le catastrofi naturali erano risposte divine alle azioni negative dell’uomo ma Kant, pensava che queste fossero solo delle teorie senza fondamento, perché in realtà non c’è nessun essere esterno che può intaccare quella che è la legge morale.
Nella teoria dei postulati pratici, giungiamo alla dialettica e diciamo che è la parte finale della critica della ragion pratica perché vuole giungere al significato della parola “sommo bene”, per Kant esso non è altro che l’identità, l’unificazione tra virtù e felicità. Egli dice che l’unificazione tra queste due non è altro che un’antinomia etica, cioè una contraddizione perché quest’unità tra virtù e felicità nel mondo terreno è molto difficile da attuare perché spesso capita che le persone felici sono quelle meno virtuose, più si è virtuosi più si è infelici, allora, poiché è un’antinomia noi dobbiamo distruggerla e per farlo dobbiamo postulare; prendendo questo termine dall’ambito matematico, “postulare” non significa dimostrare ma porre una determinata cosa come condizione necessaria per poter dimostrare delle cose. Virtù e felicità sono due cose che esistono nel campo dell’umanità ma molto spesso non camminano in sintonia ma tendono a contrapporsi, egli conclude l’opera dicendo che l’uomo dovrebbe raggiungere il sommo bene ma esso è difficile da raggiungere e quindi per poter pensare ad un’unità tra virtù e felicità dobbiamo postulare: postuliamo questa unione indissolubile tra virtù e felicità visto che nella vita terrena non è possibile raggiungerla, postuliamo, un mondo ultraterreno in cui possano unificarsi virtù e felicità, e postuliamo quindi il mondo di Dio. Nel momento in cui postuliamo un mondo infinito automaticamente dobbiamo postulare tre cose: l’immortalità dell’anima: per raggiungere quest’unità tra virtù e felicità noi dobbiamo raggiungere la santità, ovvero la perfezione morale ma nel mondo terreno questo non è possibile e dobbiamo necessariamente postulare che l’anima dopo la morte corporea abbia una seconda possibilità, parallelamente al postulare l’immortalità dell’anima postuliamo anche l’esistenza di Dio perché la nostra anima non può stare da sola nel mondo ultraterreno, si deve postulare che esiste un Dio perfetto che ha posto le basi di questa perfezione epica e postuliamo anche il concetto di libertà.
Nella prima opera ci fa capire i limiti della ragione; l’uomo ha un primo approccio con la conoscenza tramite i sensi e poi comprende ed elabora con l’intelletto , ma la ragione ci serve per andare oltre , la ragione può spiegare tutto ciò che esiste perché c’è la concretezza ma se voglio spiegare Dio che non è concreto non posso dimostrarlo e quindi abbiamo il noumeno. La ragione può andare oltre l’intelletto ma non lo può dimostrare e quindi si definisce agnostico. Kant.
Nella critica della ragion pratica, Kant dice che la ragione non solo produce la conoscenza ma si occupa anche dell’azione e parte dal presupposto che in ogni uomo c’è una legge morale, la quale, risulta essere un fatto che riguarda la ragione e per questo motivo la legge morale è apriori, quindi, valida per tutti e per sempre e non deriva dall’esperienza. La legge morale è assoluta, incondizionata e parte dalla razionalità dell’uomo, quindi, la legge morale è presente in noi e quindi è indipendente dai condizionamenti esterni o dagli impulsi ed infine, risulta quindi essere universale e necessaria.
Kant divide la sua opera in: dottrina degli elementi e dottrina del metodo, la prima si suddivide in analitica e dialettica.
Nell’analitica egli parla dell’Imperativo, enunciando i principi pratici cioè l’insieme di regole che vanno a definire la nostra volontà, essi si dividono in: massime che hanno valore soggettivo e sono consigli pratici ed individuali; imperativi hanno valore oggettivo e si suddividono in: imperativo ipotetico riguarda la morale eteronoma, cioè quel tipo di morale in cui l’azione morale è legata ad un fine (studio perché ho l’esame) e risponde alla domanda: “se vuoi, se devi, allora..” ; imperativo categorico che riguarda la morale autonoma, cioè l’azione morale non è legata ad un fine e risponde alla domanda: “devi perché devi” ed esso impone di agire secondo la legge morale.

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