Giorgjo di Giorgjo
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Critica ragion pura

Kant intende la critica come indagine sulle condizioni di possibilità, sui limiti e sulla legittimità dell’uso delle facoltà. Per l’intera filosofia di Kant si utilizza l’appellativo di pensiero critico, criticismo, definizione coniata per distinguersi dal razionalismo dogmatico e dallo scetticismo empiristico. Il filosofo si definisce infatti realista empirico e idealista trascendentale. La critica della ragion pura viene pubblicata nel 1794 ed è un’indagine tra scienza e metafisica, le due attività conoscitive. Il filosofo Hume, pochi anni prima di Kant, affermò che pur essendo abituati al fatto che ad un fenomeno A succede un fenomeno B, non conoscendo l’esatta legge fisica del fenomeno non possiamo affermare che esso è un nesso causale. E’ per questo che non siamo sicuri che un’azione possa sempre ripetersi:non possiamo quindi limitarci all’esperienza sensibile, al contrario di quello che affermava l’empirismo. Tramite l’affermazione di Hume, Kant afferma di essere stato risvegliato dal sonno dogmatico. Leibniz, perfezionando la frase di Locke, affermo che “Nihil est in intellectum quod primis non fuerit in sensum, sed intellectum ipso” (Niente è nell’intelletto se prima non è stato nell’esperienza, tranne l’intelletto stesso). Allora la filosofia trascendentale, introdotta proprio da Kant, è la filosofia che studia non l’esperienza ma il nostro modo di fare esperienza. Benchè ogni conoscenza cominci dall’esperienza, secondo Kant non tutto ciò che conosciamo deriva da questa: unendo empirismo (corrente di pensiero basata sull’esperienza) e razionalismo (corrente di pensiero basata sulle idee) il filosofo ritiene di poter superare i contributi di entrambe le tradizioni. Secondo Kant la conoscenza non va considerata come l’immediata corrispondenza dei concetti a una realtà oggettuale preesistente, ma sono proprio gli oggetti a regolarsi sulle nostre facoltà conoscitive. Il soggetto diventa responsabile delle forme assunte dagli oggetti del conoscere, nei confronti dei quali ricopre una funzione costitutiva. Siccome i soggetti razionali condividono le medesime forme conoscitive, il conoscere risulta necessario ed universale. L’impostazione di Kant comporta una sorta di rivoluzione Copernicana in filosofia: proprio come Copernico ribalta i rapporti tra lo spettatore e le stelle, Kant ribalta i rapporti tra soggetto e oggetto (è la realtà a modellarsi in base alla mente e non viceversa).

La conoscenza vera è data quindi dal corretto funzionamento dei processi conoscitivi, attraverso i quali si costituisce la realtà per come la vedono le nostre forme a priori. L’analisi trascendentale, cioè l’analisi delle condizioni che la conoscenza deve rispettare, individua il fondamento a priori della nostra mente. Il soggetto unifica, elabora e ordina dati secondo forme che Kant definisce a priori, cioè che non derivano dall’esterno, ma appartengono alle facoltà conoscitive del soggetto e sono comuni a tutti gli esseri razionali. Al contempo Kant, per evitare di essere un idealista, non nega in alcun modo l’esistenza della realtà esterna al soggetto ma la definisce irraggiungibile nella purezza di cosa in sé.
L’indagine che la ragione compie su sé stessa, sulla ragion pura, viene giudicata dal tribunale della ragione. Il problema fondamentale che la critica affronta è la seguente: può la metafisica, uso pure della ragione, porsi come una scienza? Kant esamina le qualità necessarie affinchè un giudizio possa essere considerato scientifico ed in seguito afferma che una disciplina può essere definita scientifica solo in base alle caratteristiche delle proposizioni che la compongono.
Kant afferma qui che la scienza è costituita da giudizi denominati giudizi sintetici a priori. La scienza consta quindi di due elementi: l’esperienza e i giudizi sintetici a priori. I giudizi sintetici a priori sono stati dedotti da Kant dall’analisi dei giudizi analitici a priori (infecondi ma universali), tipici del razionalismo, e dai giudizi sintetici a posteriori (fecondi ma non universali), tipici dell’empirismo: i primi sostengono che la nozione del predicato è implicita nella nozione del soggetto e derivano da un’operazione costituita sul principio di non contraddizione, i secondi sostengono che la nozione del predicato NON è implicita nella nozione del soggetto e derivano dall’esperienza. Hume aveva anche rilevato che le sensazioni vengono organizzate sulla base di principi di associazione, forme soggettive il cui costituirsi aveva però imputato all’abitudine. L’origine di queste forme a posteriori sbarrava quindi, secondo Kant, la strada.
I giudizi sintetici a priori si realizzano secondo Kant nella matematica (esempio che svia): 7+5=12. Il risultato 12 non è iscritto né nell’oggetto 5 né nel 7, tuttavia è necessaria questa conclusione. Allo stesso modo, nel mondo reale, la causa di ogni effetto è valida per ciascun fenomeno ma non è da ricercare nel fenomeno stesso (la causa è infatti una categoria dell’intelletto).
L’opera si articola inoltre nella Dottrina degli elementi e nella Dottrina del metodo. La Dottrina degli elementi studia le forme a priori delle facoltà, e si divide in estetica (sensazione) trascendentale, che tratta dell’esperienza sensibile e anche delle forme a priori (lenti attraverso cui il soggetto percepisce i noumeni, che diventano fenomeni), e logica trascendentale, che si occupa dell’intelletto (si divide in analitica e dialettica). La Dottrina del metodo cerca invece di chiarire il metodo della conoscenza.
La conoscenza (esperienza) è costituita da materia (contenuto), la molteplicità di sensazioni, e forma, rappresentazione a priori grazie a cui l’esperienza sensibile viene ordinata. Non è la mente che si modella passivamente sulla realtà, ma la realtà che si modella sulle forme a priori. La ricezione della materia è passiva, ma l’elaborazione comporta un’attività. Le intuizioni sensibili sono quindi la conseguenza dell’azione dell’oggetto sul soggetto (ma sono in stretta correlazione con l’azione del soggetto sull’oggetto).
Kant articola la conoscenza in tre facoltà: la sensibilità è la facoltà con cui gli oggetti ci sono dati attraverso i sensi e tramite le forme a priori, l’intelletto è la facoltà attraverso cui pensiamo i dati sensibili (forme a priori della sensibilità=spazio e tempo), e la ragione è la facoltà che, procedendo oltre l’esperienza, ci permette di spiegare la realtà attraverso le tre idee di anima, mondo e Dio. Ognuna delle tre facoltà ha delle forme a priori diverse.
Lo spazio è la forma fondamentale della sensibilità esterna, di tutto ciò che è al di fuori delle nostre emozioni; il tempo è la forma fondamentale della sensibilità interna (niente può essere percepito se non in un lasso di tempo; un emozione non esiste se non viene considerato l’arco di tempo in cui essa si manifesta). I dati del senso esterno ci giungono però solo tramite il senso interno, e per questo il tempo risulta la condizione dell’intera esperienza (interna ed esterna): il senso esterno viene percepito(indirettamente) anche tramite il tempo. Newton descriveva spazio e tempo come realtà a sé stanti, esistenti di per sé al di fuori del soggetto percepiente; per Kant spazio e tempo operano invece solo in presenza dei dati dell’esperienza, anche se non derivano da questa. Spazio e tempo vengono evocati, ma non generati dall’esperienza. Spazio e tempo non sono concetti, ma rappresentazioni immediate; i concetti richiedono un’elaborazione che solo l’intelletto può operare lavorando sulla sensibilità. Sono quindi intuizioni pure, costitutive di qualunque contenuto sensibile. Spazio e tempo sono forme soggettive ma non in quanto dipendono da questo o da quell’individuo, bensì perché sono valide per ogni soggetto conoscente, razionale. Spazio e tempo possiedono quindi: una realtà empirica, in quanto sono applicabili ai fenomeni, e un’idealità trascendentale, poiché sono condizioni di possibilità del conoscere, senza valore se intese come proprietà delle cose stesse. Sulla forma a priori di spazio si fonda secondo Kant l’intera geometria, scienza dello spazio puro, mentre sulla forma a priori di tempo si fonda l’aritmetica (il tempo è la forma di ogni successione, compresa quella dei numeri). Queste due discipline (scienze) sono universali e necessarie poiché basandosi su due intuizioni pure sono anch’esse a priori, indipendenti dall’esperienza; inoltre, essendo le forme a priori intuizioni di ogni fenomeno, anche l’aritmetica e la geometria possono essere applicate ad ogni fenomeno. Il loro fondamento intuitivo rende le due discipline sintetiche, ovvero in grado di “costruire” i loro oggetti e di estenderne la conoscenza.
La scienza e la conoscenza si limita ovviamente allo studio dei fenomeni, ovvero le cose in quanto si presentano a noi, ed esclude la pretesa di valore assoluto della scienza che non può proiettarsi al di là dell’esperienza, alle cose in sé(sussistenti indipendentemente dalla rappresentazione soggettiva, i noumeni). Limitare la scienza al mondo dei fenomeni non significa però attribuire a questa un carattere illusorio: il fenomeno non è mera apparenza, ma oggetto in quanto conoscibile. Le conoscenze che derivano dall’esperienza sono oggettive poiché scaturiscono da forme universalmente valide per ogni soggetto razionale.

Logica trascendentale

Questa parte si divide a sua volta in analitica, dedicata alla fondazione delle conoscenze che formano le scienze, e dialettica, dedicata alla confutazione delle illusioni conoscitive (come ad esempio la metafisica tradizionale). L’intelletto svolge secondo Kant il compito di rendere intellegibile, razionale, la sensazione. Questa è una facoltà ricettiva ed immediata, e viene ordinata ed elaborata dall’intelletto per raggiungere la conoscenza. Le conoscenze così ottenute sono quindi verità universali e necessarie, in quanto vengono ordinate secondo determinate forme a priori che sono uguali per tutti gli esseri razionali. La logica identifica per Kant non la disciplina che si occupa dello studio della validità dei ragionamenti, ma la scienza delle forme attraverso cui si pensa il mondo (l’organizzazione che l’intelletto dà all’esperienza). Le forme a priori svolgono un’azione di unificazione di diverse rappresentazioni per una conoscenza unitaria, e per questo motivo si applicano all’intuizione sensibile.
Conoscere significa, secondo Kant, non limitarsi all’esperienza, ma anche utilizzare concetti che si sviluppano dall’intelletto. I concetti infatti danno un significato all’esperienza, e si dividono in puri, strutture fondamentali che servono per conoscere gli altri tipi di concetti, ed empirici. I dati che provengono dall’esperienza vengono assorbiti dall’intelletto passivamente, contemporaneamente però l’intelletto si attiva per organizzare i dati e leggerli attraverso le forme a priori. I concetti puri vengono chiamati categorie, e sono dodici, raggruppate in 4 tipi di giudizi. Le categorie kantiane si distinguono da quelle aristoteliche per due motivi: sono funzioni dell’intelletto, ovvero sono logiche, intellettualmente attive, mentre quelle aristoteliche appartenevano all’ente; sono inoltre ricavate da un principio comune, mentre Aristotele affermava la molteplicità delle categorie parallelamente alla molteplicità dell’essere (che non si può ridurre ad un solo principio.


Le categorie vengono raggruppate in 4 classi, e ognuno contiene 3 categorie (e 3 giudizi): i gruppi sono la quantità, la qualità, la relazione e la modalità. Le categorie sono forme concettuali, i modi di collegamento delle rappresentazioni (forme a priori). La complementarità dell’apporto concettuale e di quello sensibile è fondamentale per la conoscenza: Kant afferma infatti che i concetti senza intuizioni sono vuoti, e le intuizioni senza concetti sono cieche (senza l’intervento delle categorie restano materiale disordinato, raccolto inconsapevolmente). Le quattro classi vengono suddivise in categorie matematiche (qualità e quantità), che si riferiscono ai singoli oggetti dell’intuizione e categorie dinamiche (relazione e modalità), che si riferiscono alle relazioni tra gli oggetti e l’intelletto.
Tramite una dimostrazione chiamata deduzione trascendentale, Kant giustifica il fatto che le categorie sono forme a priori nel senso che non sono ricavate dall’esperienza, ma possono nonostante ciò essere riferite agli oggetti. Hume aveva attribuito la successione di un fenomeno e di un altro al processo dell’abitudine. L’applicabilità delle categorie agli oggetti è resa possibile grazie alle forme a priori di spazio e tempo, che elaborano gli oggetti e forniscono rappresentazioni già “trattate” predisposte per essere collocate nelle categorie. Gli oggetti dell’esperienza, interpretati come fenomeni, non sono affatto corpi totalmente estranei in quanto effetto di una prima elaborazione denominata immaginazione produttiva. Ciò li rende adatti alle categorie, che si applicano in un secondo momento.
Affinchè le categorie possano essere applicate ai fenomeni è necessario che tutti i dati in questione siano contenuti nella stessa mente e che questa rimanga identica a sé stessa per tutto il corso dell’esperienza. L’entità che si occupa di questo prende il nome di Io penso, appercezione trascendentale, soggetto trascendentale, ed è la coscienza che accompagna ogni atto conoscitivo. L’Io penso ha il compito di contenere i dati in una mente unica, garantire che il mondo fenomenico possa essere percepito come unitario dando senso alla conoscenza e rendere quindi possibili i giudizi (che si formano dopo che le categorie vengono applicate ai fenomeni). L’Io penso non è però una facoltà a sé stante, non è una mente individuale, bensì è l’attività che sintetizza i dati dell’esperienza e non sussiste separatamente da questi dati.
Il compito di Kant nell’Analitica trascendentale è anche quello di mostrare i principi sulla base dei quali si identificano gli oggetti sotto le categorie. Per questo l’Analitica trascendentale può anche essere chiamata Analitica dei principi. I principi sono regole di connessione necessaria che guidano l’uso oggettivo delle categorie. Affinchè i principi possano essere applicati è però necessaria l’applicazione degli schemi trascendentali (rappresentazioni prodotte dall’immaginazione produttiva) che eliminano la diversità tra le intuizioni empiriche e le categorie. Lo schema trascendentale è la capacità di rappresentare un oggetto anche senza la sua presenza, è una rappresentazione, ma non un’immagine dell’oggetto: è l’insieme delle regole che servono per costruire l’immagine dell’oggetto. Gli schemi sono universali e a priori poiché portano con sé la forma di tutte le sensazioni, il tempo. Gli schemi costituiscono una sorta di ponte tra i dati sensibili e i concetti a priori dell’intelletto: lo schema complessivo delle categorie di quantità è, ad esempio, il numero, oggetto pensabile quantitativamente solo attraverso la misurazione, che coinvolge l’unità di tempo.
Nell’Analitica Kant si occupa di imporre il limiti della conoscenza: come già detto, il noumeno è qualcosa che noi non possiamo conoscere, non possiamo saperne niente ed è la realtà di per sé. Il noumeno configura un concetto negativo, nel senso che non aggiunge contenuti al nostro sapere ma chiarisce i limiti di questo. Il noumeno è “il pensabile”, può essere pensato dall’intelletto, ma è privo di una corrispondente intuizione empirica.
L’uso delle categorie quindi non può essere applicato al noumeno, ma deve necessariamente essere applicato al fenomeno.

Dialettica trascendentale

La mente però tenta sempre di applicare le categorie oltre i limiti della conoscenza commettendo un errore (come dimostra la metafisica): tutto ciò è scaturito dalla ragione. E’ la terza facoltà dell’intelletto, ed ha continuamente bisogno di giungere a conoscenze esaustive, complete e definitive. La ragione non si rivolge però all’esperienza, ma direttamente all’intelletto, con la pretesa di operare un’ulteriore sintesi sulle conoscenze intellettive. Tutto ciò conduce la ragione ad oltrepassare i limiti dell’esperienza ed a cadere in errore. I concetti della ragione sono principi trascendenti, e al contrario dei concetti dell’intelletto (le categorie) non sussistono per via dei dati sensibili. Questi concetti della ragione pretendono di affermare come le cose dovrebbero essere senza entrare in contatto con i dati sensibili, e per questo sono denominati idee trascendentali. Le idee aspirano ad afferrare la natura delle cose in sé, ma puntualmente cadono in errore: il confine tra esperienza e realtà inconoscibile viene oltrepassato in tre modi, e per questo Kant individua tre tipi di idee: l’anima, attraverso la quale si ricerca una conoscenza assoluta nell’esperienza interiore e unifica le determinazioni nell’idea di un soggetto (interpreta l’Io penso come un’anima, una cosa in sé e perciò erra), il mondo, che pretende la conoscenza assoluta dell’esperienza esterna affermando l’esistenza di alcuni fenomeni dipendenti di per sé, e Dio, idea che mira alla conoscenza perfetta di tutto ciò che esiste, fenomenico e noumenico, affermando l’esistenza di un fondamento unico causa di tutte le sostanze. La ragione è però un paralogismo (errore) necessario, in quanto le idee sebbene cadano in errore sono necessarie per mettere in relazione la conoscenza e giungere alla scientificità.

La critica della ragion pratica

L’autore ha l’obiettivo di determinare le condizioni di possibilità per cui un’azione è considerata buona in sé mettendo da parte gli elementi empirici: per questo è necessario sottoporre la ragion pratica ad una critica, un’attenta analisi che permetta di determinare i suoi elementi essenziali universalmente validi. Mentre la ragione pura deve attenersi al mondo empirico, la ragion pratica deve astenersi.
Proprio come avviene nella critica della ragion pura, Kant stravolge l’intero sistema con un’altra rivoluzione copernicana che riguarda stavolta la moralità: proprio come la validità universale della conoscenza non dipende dall’oggetto ma dalle forme a priori del soggetto, la validità universale della legge morale non è tratta da elementi empirici, ma dalle facoltà soggettive, dalle forme a priori della moralità. Ad esempio non è tanto importante l’azione giusta di un uomo, poiché essa può dipendere da vincoli della legge o di qualche altro agente esterno per il quale l’uomo si ritiene costretto ad agire in quel modo, quello che importa è l’intenzione, per così dire, che l’uomo ha di compiere quell’azione a prescindere dai vincoli giuridici o di qualsiasi altro tipo. Bisogna quindi ricercare le forme a priori, soggettive, dell’agire morale. Kant dedica alla morale due testi: la Fondazione della metafisica dei costumi e la Critica della ragion pratica, le due opere trattano della morale in senso inverso (la prima giunge ai principi e li applica alla legge morale, la seconda parte dalla moralità e giunge ai principi). La Critica della ragion pratica si divide in Dottrina degli elementi, che si occupa delle leggi che determinano l’agire morale, e Dottrina del metodo, che indaga su come la legge morale può influire sull’animo umano; a sua volta la Dottrina degli elementi si divide in Analitica e Dialettica.
Come già detto, ciò che rende morale un comportamento non è l’adeguarsi ad un comandamento esterno, ma l’universalità assicurata dall’agire della ragione: i fondamenti etici risiedono quindi nel soggetto. La facoltà che presiede le scelte morali è la ragione, la facoltà dell’incondizionato. Alla ragione viene però conferito l’attributo “pratica” ciò perché la ragione viene qui interpretata come facoltà che detta le regole da trasformare in realtà mediante l’agire. “La ragion pura deve attenersi al sensibile, la ragion pratica deve astenersene”. La ragion pratica infatti ha la capacità di determinare l’azione morale senza l’aiuto della sensibilità: per questo la legge morale può essere considerata universale.
Solo l’esistenza della libertà giustifica il concetto di legge morale, in quanto se un individuo fosse obbligato a compiere un azione non esisterebbe né giusto né sbagliato: la moralità è legata all’esistenza della libera scelta. Affinchè il soggetto sia morale, non deve essere sottoposto a regole totalmente condizionanti. La legge morale è secondo Kant “ratio cognoscendi” della libertà, nel senso che l’esistenza della legge morale è prova dell’esistenza della libertà, e contemporaneamente la libertà è “ratio essendi” della legge morale, nel senso che la legge morale non esisterebbe in un universo totalmente condizionato.
L’uomo, più che un animale razionale, è un animale ragionevole, nel senso che possiede la ragione come possibilità ma non è sempre guidato da essa, a volte infatti è inclinato verso gli impulsi sensibili. E’ per questo che un’etica fondata sulla sensibilità non è in grado di costituire alcuna legge universale.
Kant si impegna però per chiarire il fatto che la libertà non coincide affatto con il libero arbitrio, in quanto soltanto chi segue le indicazioni della ragione è davvero libero, e non chi si fa influenzare dagli impulsi sensibili. Chi, possedendo la libertà di scelta, sceglie di compiere un’azione sbagliata nonostante la presenza della ragione, viene influenzato dagli impulsi sensibili e per questo non è libero.
La legge morale ricava le dottrine dell’etica esclusivamente da principi a priori, in quanto deve essere valido per tutti gli esseri ragionevoli. Secondo il formalismo non si deve giudicare la bontà di un’azione dalla base dei suoi contenuti, ma dalla forma, dalla volontà, dall’intenzione. L’azione compiuta per via di un dovere imposto dall’esterno non è quindi moralmente apprezzabile: l’azione è legale quando è conforme ad un legge, mentre è morale quando è caratterizzata da una persuasione interiore verso ciò che si deve fare. Più genericamente, un’etica eteronoma è fondata sulla legge stabilita da un qualcosa di esterno, mentre l’etica dell’autonomia è fondata sulla capacità del soggetto di darsi da sé le regole della propria condotta mediante le forme della ragione.
La razionalità è una componente dell’animo di ogni umano: quando gli uomini non seguono le indicazioni della legge morale, questi sono perfettamente consapevoli dell’ingiustizia commessa. Proprio perché l’uomo segue direzioni diverse, giuste e sbagliate, è necessario che la legge morale si incarni in un comando. L’imperatività della legge morale è la testimonianza dell’imperfezione della nostra volontà.
Sulla volontà agiscono due tipi di imperativi: l’imperativo ipotetico, che comanda un’azione in vista di un fine particolare e quindi non condiviso da tutti (l’azione non sarà mai morale), e l’imperativo categorico, che comanda incondizionatamente e determina come l’azione debba essere compiuta in ogni caso, senza interessi particolari, solo in base alla decisione della ragione. L’imperativo categorico, essendo universale, non può tenere conto della mutevolezza delle situazioni. Dalla definizione generale dell’imperativo categorico discendono tre specificazioni. Secondo la prima definizione Kant definisce il fatto che l’imperativo categorico fa riferimenti generici e non a singole occasioni; inoltre afferma che il giudizio dell’azione si basa sull’intenzione e che l’azione è moralmente buona solo se il principio sul quale si compie l’azione è un principio condivisibile da tutti.


Attraverso la seconda definizione di imperativo categorico, Kant considera la necessità di trattare l’umanità sempre come fine e mai come mezzo: ogni uomo ha pari dignità; la ragione e l’umanità coesistono (rispettando la ragione si rispetta anche l’umanità), e di conseguenza l’azione buona (ragionevole) concorre al fine dell’umanità. La terza definizione recita: non compiere alcuna azione se non secondo la regola con valore universale, tale che la volontà, in base alla regola, possa considerare anche sé stessa come universalmente legislatrice. L’ultima formulazione sottolinea dunque la necessità dell’autonomia come fondamento etico: ciascun individuo è naturalmente obbligato a riconoscere agli altri la stessa autonomia che attribuisce a sé stesso.

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