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Thomas Hobbes (1588-1679)


Vissuto in Inghilterra, si fa interprete delle dottrine assolutistiche ma è considerato autore della piena modernità. Machiavelli non era pensatore del tutto moderno. Stesso discorso per Bodin. Hobbes invece è autore pienamente moderno ed è il primo grande esponente di quella che è nota come scuola del diritto naturale laico. Una vita molto lunga, 91 anni, che gli consente di attraversare varie fasi della storia inglese. Hobbes è profondamente segnato dalla storia inglese del ʻ600.

Hobbes scrive di essere nato con una sorella gemella, che è la paura. Infatti, egli era nato anzitempo in quanto in Inghilterra giungevano notizie non particolarmente rassicuranti in merito ai rapporti che la flotta inglese intratteneva con quella spagnola. Cʼera il rischio che la flotta inglese soccombesse di fronte appunto alle capacità di quella spagnola, ma invece nel 1588 lʼArmada Invencible spagnola viene sconfitta.

La cosa può sembrare un dato biografico strano, però questo ha un significato particolare perchè vedremo che per Hobbes lʼuomo è segnato dalla paura e vedremo che ruolo ha il tratto psicologico della paura nella costruzione politica hobbesiana.
Hobbes lasciò lʼInghilterra agli esordi di quella che dagli storici è stata variamente definita come guerra civile, come rivoluzione puritana. Questo periodo della storia inglese che va dagli anni ʼ30 agli anni ʼ50 del ʻ600. Egli a fine degli anni 30 lasciò lʼInghilterra al seguito di una famiglia aristocratica e viaggiò lungo lʼEuropa dove ebbe modo di incontrare vari personaggi eminenti. Pare anche che abbia incontrato Galilei quando venne in Italia, stette per lungo tempo a Parigi ed ebbe modo di conoscere la cultura europea ed ebbe modo di approfondire i suoi studi.
Egli comincia a pubblicare molto tardi le sue opere principali, infatti gli “Elementi di legge naturale e politica” risalgono al 1640 quando egli aveva già 52 anni. Nel 1642 viene pubblicata una delle opere più importanti sotto il profilo politico di Hobbes: il “De cive” (sul/il cittadino). De cive, insieme con De corpore (il corpo) e De homine (lʼuomo) che sono i titoli delle altre due opere di Hobbes
pubblicate tuttavia molto più tardi, costituiscono appunto la visione antropologica completa di Hobbes. In realtà questa trilogia avrebbe dovuto essere composta secondo un ordine diverso: “de corpore”, “de homine” e “de cive”. Tuttavia già nel “De cive” i tratti fondamentali del sistema filosofico di Hobbes sono pienamente descritti e le opere che egli ha pubblicato successivamente non sono altro che approfondimenti relativi ad un sistema che appunto era già stato dato fin dal suo inizio.

Il leviatano


Lʼopera per la quale egli è universalmente noto viene pubblicata nel 1651. Obiettivo esplicito di Hobbes è quello di costruire, di edificare una conoscenza della politica intesa come scienza. A suo modo di vedere è possibile trasporre il metodo geometrico-matematico, allo studio del comportamento degli uomini e allʼanalisi del comportamento degli uomini in società. E dunque è possibile elaborare una conoscenza scientifica della politica, sulla base dellʼutilizzo del metodo proprio delle scienze geometriche e matematiche.
Come è possibile questo? Che era stato invece negato da Aristotele. Ciò è possibile in ragione della concezione antropologica che viene presentata ed elaborata da Hobbes che espone descrivendo lo stato di natura: ogni uomo è un corpo e null’altro come tutti gli altri enti in natura. Egli presenta dunque una concezione meccanicistica dellʼuomo. Lʼuomo è un corpo come tutti gli altri corpi che esistono in natura. Lʼattributo fondamentale del corpo è il movimento. Ogni corpo si muove. Egli ritiene di aver individuato anche le leggi del movimento di quel corpo che è lʼuomo.
Il movimento dellʼuomo dunque è un movimento libero e volontario e viene posto sulla base di due leggi: il desiderio e lʼavversione. Lʼuomo tende ad avvicinarsi agli oggetti che desidera e tende invece ad allontanarsi dagli oggetti o dalle situazioni verso le quali prova avversione. Dunque la legge del movimento è legata a questa duplice declinazione, inteso come desiderio verso ciò che sembra desiderabile, verso ciò che sembra piacevole per lʼuomo e invece lʼallontanamento da ciò che appare come non desiderabile, non piacevole. (Attenzione: il tema del desiderio ritorna ma è declinato in maniera diversa in Hobbes rispetto a quanto avevamo visto in Tommaso o Agostino). Egli si muove liberamente fin tanto che non incontra ostacoli esterni al movimento. Ecco che emerge cosa intende Hobbes per libertà: assenza di intralci al movimento, mancanza di ostacoli al movimento stesso del corpo.
Ogni uomo è un corpo e Hobbes sostiene che tutti gli uomini in quanto corpi siano pressoché uguali tra di loro. Le differenze nel corpo (fisiche) e nella mente sono pressoché nulle o comunque annullabili grazie ad alcune strategie o macchinazioni delle quali parla Hobbes, perché appunto, il più debole può uccidere il più forte grazie a qualche escamotage, raggirandolo, usando la furbizia; e ugualmente le capacità della mente sono tutte più o meno uguali tra gli uomini. Dʼaltra parte, gli uomini pensano tutti di essere tanto intelligenti e tanto saggi, cioè difficilmente un uomo pensa di non essere intelligente o di non essere saggio, e quindi vuol dire che possiede quel tanto di saggezza e quel tanto di intelligenza che gli basta per essere considerata da lui adeguata, anche se ciascuno di noi non giudica altrettanto saggio o altrettanto intelligente tutti gli altri propri simili.
Hobbes ritiene che non si possa aver prova migliore della uguale distribuzione di una cosa che è quella che ciascuno sia appagato di quello che ha. Il fatto che ciascuno si senta intelligente, che si senta capace, che si senta di giudicare gli altri meno intelligenti o meno capaci di lui, significa
appunto che è appagato di quel tanto che ha.
Questa condizione dellʼuomo però permane anche con i passaggi successivi: la struttura antropologica rimane la stessa anche quando avviene il passaggio alla società civile. Il movimento di ogni corpo è legato alla legge dellʼavversione e del desiderio ed è un movimento finalizzato a quel fatto o esperienza che noi definiamo come conoscenza. Questo movimento, che è finalizzato alla conoscenza, ha origine dalla sensazione.
Il 1° capitolo del Leviatano parla proprio della sensazione che è la modificazione che il corpo dellʼuomo subisce, sulla base del movimento o della presenza di un altro corpo che è esterno a lui. La sensazione produce una modificazione del corpo, a causa del fatto che poi tutti i corpi si muovono e non solo quello dellʼuomo.
La sensazione permane nel corpo dellʼuomo nella forma del senso illanguidito che è una forma attenuata della sensazione originaria dovuta principalmente al contatto più o meno ravvicinato con un altro corpo. Da questo senso illanguidito, si producono nel corpo e nella mente dellʼuomo delle immagini.
Cioè: lʼuomo conosce dopo che, avendo provato una sensazione ed essendo modificato dalla sensazione stessa, ne porta un senso illanguidito e sulla base di questo senso illanguidito gli rimane impressa nella mente unʼimmagine. (Lʼuomo, per Hobbes, è totalmente costituito di materia e anche la conoscenza ovviamente si edifica sulla base di questa concezione. )


Discorso mentale: primo momento della conoscenza
Unendo le immagini che lʼuomo ricorda, tra di loro, lʻuomo riesce a costruire quello che Hobbes definisce il discorso mentale, che è il primo livello della conoscenza nel quale è impossibile compiere errori, perchè egli non fa altro che connettere le immagini che derivano dalle sensazioni tra di loro. Per connettere le immagini tra di loro, lʼuomo compie delle operazioni di tipo matematico, ovvero sottrazioni e addizioni, divisione e la moltiplicazione.

Ci si può chiedere: Quandʼè che lʼuomo inizia a sbagliare? Nella seconda fase del processo della conoscenza, in cui lʼuomo da dei nomi alle immagini.
Discorso logico: secondo momento della conoscenza
Lʼattribuzione dei nomi alle alle immagini che lʼuomo porta dentro di sé e per ricordarle meglio. Le immagini, che ovviamente sono legate agli oggetti esterni a lui stesso. In questo momento comincia ad insinuarsi lʼerrore. Si insinua lʼerrore perchè in realtà si dà un nome alle immagini e perchè i ricordi tendono ad attenuarsi.
La conoscenza si costruisce allora per addizione e sottrazione rispetto ai nomi che vengono dati alle immagini e non alle cose stesse, e in questa seconda fase può inserirsi lʼerrore proprio perchè lʼuomo attribuisce i nomi alle immagini e non alle cose stesse. (A volte si sbaglia perchè si attribuisce lo stesso nome ad immagini diverse credendo che fossero la stessa cosa, oppure viceversa dà nomi diversi a ciò che invece era stato generato da un unico oggetto e via seguitando). Ecco che lʼuomo comincia ad errare nella seconda fase della conoscenza che viene definita, questa, discorso logico.
Il fatto che lʼuomo sia un essere in movimento e che orienti il suo movimento verso ciò che gli sembra desiderabile, verso gli oggetti esterni a lui che gli sembrano fonte di sensazioni piacevoli, o che si allontani invece da quanto gli risulta sgradevole, ci dice che in questo senso e secondo questa accezione, ogni uomo è un essere aggressivo. Lʼuomo è aggressivo in tanto in quanto è un essere in movimento.
Ma poiché per ipotesi tutti gli uomini sono dei corpi e tutti i corpi sono uguali tra di loro, tutti gli uomini sono allo stesso modo aggressivi e dunque tutti gli uomini sono paurosi. Perché sono paurosi? Perché ogni uomo teme che il suo simile possa sottrargli lo stesso oggetto che egli desidera, o possa raggiungere prima lʼoggetto del desiderio.
Dunque, tutti gli uomini sono aggressivi, ma non è che questa aggressività designi una malignità o che significhi un valore assiologico negativo, semplicemente è un dato di fatto; questʼaggressività significa che il movimento dellʼuomo è orientato agli oggetti utili a realizzare il suo desiderio. E la paura si accompagna necessariamente allʼaggressività perché tutti gli uomini sono uguali tra di loro e quindi tutti potenzialmente possono desiderare le stesse cose. È la stessa paura che aveva fatto fuggire Hobbes quando stava per scoppiare la guerra civile dal 1640 in avanti.
Lʼuguaglianza fondamentale che hanno gli uomini fra di loro è la condizione in cui tutti si trovano. Ovvero questa: Tutti si trovano nel pericolo costante di morire di morte violenta per
mano di un proprio simile. Cʼè una costante condizione di pericolo perchè tutti gli uomini possono desiderare le stesse cose o la stessa cosa, in quanto la desiderano fonte di piacevolezza. E per fare questo, ciascuno può scegliere tutti i mezzi che ritenga idonei allo scopo e quindi eventualmente anche uccidere o produrre menomazioni corporali nei suoi simili. Infatti, il movimento dellʼuomo avviene grazie al potere naturale che lʼuomo ha sulle cose (potere legato alla sua forza fisica), che è un potere che si accresce attraverso lʼesercizio e si trasforma da potere naturale a potere strumentale, e gli consente di raggiungere gli oggetti del suo desiderio.
Istinto/desiderio di autoconservazione

Ogni corpo, ogni uomo in quanto corpo, tende a conservare sé stesso. Si parla di autoconservazione della propria vita, di desiderio e istinto di autoconservazione. Poiché ciascuno porta in sé questo desiderio e poiché ciascuno è pressoché uguale allʼaltro e poiché ciascuno ha il potere naturale, il potere strumentale sulle cose che è necessario per poter agire, per poter compiere qualsiasi movimento, ciascuno ha il diritto di scegliere i mezzi atti a raggiungere il fine della autoconservazione. Tutte le cose, tutti i corpi (ogni cosa è
un corpo), sono disponibili a diventare oggetto del desiderio di ogni uomo. Nulla è escluso. Ciascun uomo quindi ha quella libertà, che è la libertà del movimento, di scegliere i mezzi atti a conservare la vita stessa, la propria vita. E ciascuno è unico giudice di quali siano i mezzi migliori e adatti allo scopo. Lʼuomo cioè ha un diritto naturale sopra tutte le cose. ius omnium in omnia = diritto naturale su tutte le cose / diritto di tutti su tutte le cose.
Il tema del diritto su tutte le cose viene tematizzato da Hobbes nel “De cive” e poi viene ripreso nel Leviatano. Ma, poiché ogni uomo è un corpo, cioè ogni uomo è una cosa, questo diritto non ha alcun limite, nel senso che ogni uomo ha il diritto sul corpo dei suoi simili. La portata di questo diritto ha questa estensione così grande, potenzialmente illimitata; niente, in linea di principio, può ostacolare il movimento libero dellʼuomo perchè ciascun uomo ha il diritto sopra tutte le cose.
Questo originario diritto su tutte le cose è concepito in termini di libertà. Lo ius naturale,il diritto naturale, per Hobbes coincide con la libertà, di cui vi ho già detto che è lʼassenza di impedimenti esterni. Hobbes scrive allʼinizio del capitolo 14° del Leviatano: “il diritto di natura che gli scrittori chiamano comunemente ʻius naturaleʼ, è la libertà che ciascuno ha di usare il proprio potere a suo arbitrio per la conservazione della sua natura, cioè della sua vita e conseguentemente di fare qualsiasi
cosa che, secondo il suo giudizio e la sua ragione, egli concepisca come il mezzo più idoneo a questo”.
Nella presentazione dellʼantropologia hobbesiana, si intende appieno lʼallusione di ieri allʼantropocentrismo e alla contraddittorietà dellʼantropocentrismo. Ciascun uomo è uguale ad ogni suo simile è titolare di quel diritto sopra tutte le cose, significa che necessariamente gli uomini confliggeranno tra di loro. Perché, se tutti desiderano tutte le cose, ciascuno diviene ostacolo a qualcun altro per lʼottenimento delle cose stesse. E dunque, quella guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes), che caratterizza lo stato di natura secondo Hobbes, il quale ritiene che ogni uomo è lupo per lʼaltro uomo (riprendendo una citazione di Lucrezio, homo homini lupus).
Queste considerazioni a livello morale non hanno una connotazione negativa. Si tratta di dati di fatto, secondo Hobbes. Inizialmente, la condizione degli uomini è questa. Nello stato di natura unʼaltra conseguenza è che non esiste ne “mio” ne “tuo”, non esiste la proprietà privata, o per meglio dire, esiste fin tanto che un uomo sarà in grado di difendere lʼoggetto di cui è riuscito ad appropriarsi. Ma se arriverà qualcuno di più furbo, più abile e più forte, potrà sottrargliela e non commetterà un atto ingiusto, semplicemente si prenderà ciò che ha diritto di prendersi e per prenderselo può anche uccidere colui che detiene prima di lui quel determinato oggetto. Non si può parlare in senso stretto di un diritto di proprietà privata per Hobbes.
La conseguenza dello stato originario interviene proprio per la contraddittorietà logica delle premesse dellʼuguaglianza iniziale tra tutti gli uomini. Hobbes osserva che non è necessario che il conflitto sia
condotto apertamente, che sia combattuto in maniera diretta, o costantemente. È sufficiente, in realtà, la presenza sempre potenziale del conflitto, che sempre può intervenire: basta che qualcuno decida di desiderare determinate cose. Poiché il conflitto, manifesto o latente, cʼè sempre in questa condizione che è quella dello stato di natura, secondo Hobbes, nello stato di natura non cʼè mai la
pace. È uno stato di guerra manifestata o latente non c’è mai la pace.
Questa connotazione negativa dello stato di natura, nel quale probabilmente gli uomini non potranno continuare a rimanere, è una descrizione che viene letta da alcuni interpreti di Hobbes come un’allusione alle vicende inglesi della prima guerra civile, in cui appunto i vari gruppi che si contendevano il primato, avviarono una situazione di guerra che non è una situazione desiderabile.
La guerra può sempre scoppiare in qualsiasi momento.
Lʼuomo è comunque un essere dotato di ragione, e la ragione dellʼuomo come detto prima, è una ragione calcolante. Questa ragione calcolante comincia a sommare vantaggi e svantaggi dello stato di natura e li pesa. Lʼuomo dunque osserva che, benché moltissimi siano i vantaggi dello stato di natura (ciascuno può fare in realtà quello che vuole; concetto di libertà e della massima libertà alla quale si possa aspirare), nei fatti il pericolo di morire di morte violenta per mano di un proprio simile, il rischio costante di morire che aumenta la paura, fa pendere lʼago della bilancia dalla parte degli svantaggi. E allora la ragione scopre le leggi di natura. Scopre un precetto o una regola generale, i quali prescrivono di fare alcune cose, e quindi identifica degli obblighi. Hobbes presenta una serie di 19 leggi di natura (vedremo le prime 3) legate proprio a ciò che lʼuomo deve fare per conservare la sua natura, e ciò che lʼuomo deve invece evitare per non distruggere la sua natura. Quindi i contenuti della legge di natura sono connessi alla necessità di evitare alcune cose e di farne altre allo scopo di autoconservarsi.
La prima legge di natura
La prima legge di natura secondo Hobbes, dice “pax est quaerenda” (bisogna cercare la pace), per uscire dalla situazione di costante paura di morire. Dal Leviatano: “una legge di natura, lex naturalis, è un precetto o una regola generale scoperta dalla ragione, che proibisce ad un uomo di fare ciò che distruggerebbe la sua vita, o che gli toglierebbe i mezzi per conservarla e di non fare ciò che egli considera meglio per conservarla”.
Dunque, mentre il diritto è libertà, la legge configura un obbligo, un divieto di non fare ciò che distruggerebbe la sua vita, cioè la sua natura, ed ha il divieto di fare ciò che
porterebbe alla fine della sua natura stessa. Come cercare la pace? Tutti gli uomini sono liberi ed uguali tra di loro e nessuno è vincolato ad alcunché.
La terza legge di natura
Allo scopo di poter raggiungere qualsiasi obiettivo, è necessario che gli uomini si sottomettano ad unʼaltra legge di natura, la terza: “pacta sunt servanda” (i patti devono essere rispettati).
Finchè gli uomini spontaneamente non si assoggettano a questa legge, non esiste la possibilità che alcun accordo, che venga stretto tra gli uomini, duri nel tempo. E finchè gli uomini non si sottomettono alla terza legge di natura, finchè gli uomini non rispettano i patti, non esiste né giustizia né
ingiustizia. Giustizia e ingiustizia sono conseguenti allʼassoggettamento alla terza legge di natura.
Per raggiunger la pace la via è quella di riflettere sulla natura dellʼuomo, vedere quali sono le condizioni in cui lʼuomo si trova e capire appunto quale può essere la strada migliore e questo viene indicato nella seconda legge di natura. Si possono togliere lʼaggressività e la paura? Secondo Hobbes non si possono eliminare dallʼuomo. Ciò che invece si può togliere è il diritto naturale. Il diritto di tutti sopra tutte le cose può essere cancellato o eventualmente limitato.
La seconda legge di natura
Ciò viene prescritto dalla seconda legge di natura che prescrive appunto che si deve essere disposti a far qualcosa rispetto a questo diritto e allo scopo di ottenere la pace. “Che ogni uomo sia disposto, quando lo siano anche gli altri, tanto quanto egli ritenga ciò necessario per la sua pace e per la sua sicurezza, a rinunziare al suo diritto su ogni cosa e si contenti di conservare nei riguardi degli altri uomini tanta libertà quanto egli vorrebbe che gli altri ne avessero verso di lui. E come eliminare il diritto su ogni cosa? Ci sono 3 vie per eliminare il diritto.
1.Prescrizione: abbandono di fatto. Il non essersi avvalersi di un determinato diritto per un determinato periodo di tempo che viene stabilito previamente dalla legge, comporta appunto la decadenza della titolarità di quel diritto stesso. Abbandono di fatto che viene riconosciuto dal giudice se un terzo fa richiesta di quel territorio o di quellʼoggetto. La prescrizione dunque è tale che se non decorre un determinato periodo di tempo, non si realizza. Quindi, non necessariamente il fatto che un certo diritto non venga esercitato implica la prescrizione: per cui se io non uso un mio oggetto per due anni, può essere che dopo me ne ricordi e lo rivoglia indietro e la prescrizione si interrompe.
2.Rinuncia: dichiarazione unilaterale manifesta che un soggetto non intende più esercitare un determinato diritto. Dichiarazione manifesta espressa e quindi esplicita, accertabile.
3.Cessione: trasmissione dello stesso diritto da un soggetto ad un altro. È possibile che un uomo ceda il suo diritto naturale sopra tutte le cose ad un altro uomo? Sotto il profilo logico no, perchè è un diritto che possiedono già tutti. E quindi lʼistituto della cessione non è una via praticabile se ci riferiamo a questo diritto. Quella preferibile e indicata da Hobbes nella seconda legge di natura è proprio la via della rinuncia. Infatti, ciascuno rinuncerà liberamente ad esercitare il proprio diritto sopra tutte le cose, a patto che ogni altro faccia altrettanto.

Il contratto sociale - (Pactum Unionis)

Ci stiamo avvicinando al contratto sociale. Stiamo
introducendo lʼuscita dallo stato di natura che avviene a partire dalla sottomissione dellʼuomo, la cui ragione calcola benefici e svantaggi dello stato di natura e si sottomette alla legge di natura e, dopo la sottomissione alla legge di natura, si avvia lʼistituzione del patto sociale. Il patto sociale avviene attraverso la rinuncia da parte dei soggetti che decidano liberamente di farlo, di esercitare il proprio diritto sopra tutte le cose, a patto che anche tutti gli altri facciano altrettanto.
Prima cosa: non tutti sono necessitati a compiere questa scelta, qualcuno se vuole può rimanere nello stato di natura. Per gli altri, affinché il contratto sociale abbia valore e affinché il contratto sociale venga rispettato, (tutti si sono sottomessi al pacta sunt servanda e quindi ci si può aspettare che mantengano il patto che hanno stipulato), Hobbes descrive un meccanismo. Il meccanismo porta alla costituzione della società civile e quindi allʼuscite dalla condizione dello stato di natura. Il contratto sociale in realtà è la sommatoria di tanti contratti bilaterali quanti sono gli uomini che stipulano il contratto stesso, cioè quanti sono gli uomini che intendono entrare nella società civile. A due a due, gli uomini, rinunciano reciprocamente ad esercitare il proprio diritto su tutte le cose, a patto che lʼaltro faccia altrettanto, e nello stesso tempo consentono che il sovrano continui ad esercitare il diritto sopra tutte le cose. Rinunciare allo ius in omnia, equivale alla rinuncia della libertà di cui ciascuno era dotato. Si acconsente che un terzo possa continuare ad esercitare il diritto assoluto su tutte le cose; questo terzo è il sovrano.
Norberto Bobbio ritiene che il contratto sociale di Hobbes sia configurabile come un contratto a favore di terzo, in cui il sovrano sarebbe effettivamente estraneo al patto e dunque non vincolato al patto stesso. Qual è lo scopo di questo contratto? Perchè cioè gli uomini hanno acconsentito a sottomettersi alla legge di natura? Lo scopo è lʼautoconservazione, aver salva la vita. Lʼunico profilo del diritto su tutte le cose che viene da ciascun uomo è proprio il . A questa non si rinuncia. E in questo consiste lʼunico limite al potere del sovrano, che è un sovrano assoluto in tanto in quanto è svincolato da qualsiasi obbligo che non sia quello di fare in modo che i cittadini possano mantenersi in vita.
Hobbes parla di questo contratto sociale come di un “Pactum Unionis” di un patto di unione attraverso il quale gli uomini si costituiscono in una società civile. Si tratta di un patto di unione, al quale di li a poco succederà un patto di assoggettamento, detto “factum subiectionis”. Il patto di assoggettamento implica la sottomissione al sovrano. Dal contratto sociale nascono lo stato e nasce il sovrano. Di stato e sovrano non cʼera traccia nello stato di natura.
Lo stato nasce e viene identificato da Hobbes anchʼesso come una sorta di macchina. Dice che per capire bene il suo funzionamento bisogna conoscere prima di tutto le parti che la compongono. Questo sta ad indicare la concezione di Hobbes che riconosce il primato delle parti sull’intero, (smentendo l’idea aristotetitelica). Le parti che compongo lo stato sono tutti i membri che hanno sottoscritto il patto sociale.
Anche lo stato tende ad auto conservarsi, ed anche lo stato, per certi versi, è aggressivo e pauroso. I rapporti internazionali tra gli stati, secondo Hobbes, avvengono analogamente a quanto avveniva nei rapporti tra gli uomini nello stato di natura, rapporti di forza.
Lo stato di natura non è dunque una condizione ipotetica o un presupposto logico, ma ha anche un valore storico. Nello stato di natura si trovano i sovrani, avvengono i rapporti tra gli stati, ci sono anche coloro che non vogliono entrare nello stato. Lʼautorizzazione da parte di ciascun uomo al sovrano di esercitare il diritto naturale prevede anche che ciascuno assicuri che non opporrà resistenza allʼesercizio da parte del sovrano del diritto sopra tutte le cose. Sovrano può essere sia unʼassemblea, sia un piccolo gruppo aristocratico, sia un monarca.
Lʼindividuazione del sovrano è uno degli elementi che costituiscono il contratto sociale: cioè gli individui designano il sovrano già nel momento in cui stipulano il contratto. Il sovrano è colui che incarna lo stato. Tutti gli altri sono definiti da Hobbes “sudditi”, ed essi garantiscono, assicurano al sovrano ubbidienza, affinché egli protegga la loro vita.
Lo stato dunque è un uomo artificiale e al suo interno sono presenti delle parti che sono analoghe a quelle che compongono la struttura dellʼuomo naturale. Il sovrano rimane estraneo al patto sociale, il quale non assume alcun altro compito se non quello di assicurare la salvezza della vita degli individui.
Dopo che lo si è generato gli si assicurerà ubbidienza e fedeltà.
La sovranità, frutto di questo atto di rinuncia irrevocabile, (pacta sunt servanda), è dotata dei caratteri dell’irrevocabilità, dellʼassolutezza, ed è indivisibile. Sono gli stessi tratti della sovranità nella filosofia di Bodin.
Irrevocabilità: la rinuncia alla propria libertà non è rescindibile, dunque non può essere ritirata: dopo che si è rinunciato al proprio diritto naturale su tutte le cose e si è riconosciuto invece al sovrano la possibilità di continuare ad esercitare tale diritto, questa rinuncia diventa irrevocabile. Per questo motivo, non si può, nellʼottica di Hobbes, dar vita ad uno stato per poi pensare di distruggerlo.
Assolutezza: il sovrano resta l’unico titolare dei diritti assoluti, ed è un sovrano legibus solutus perché egli non ha sottoscritto il patto. La libertà nella società civile è residuale ed è definita da ciò che la legge positiva non vieta. La sua assolutezza è data anche dalla sua irresistibilità, i sudditi hanno ceduto il loro diritto e non hanno la forza di resistergli. Non limitato nemmeno dalle legge divine.
Indivisibilità del potere. Il sovrano rappresenta lo stato ed è una persona artificiale che detiene il potere statale e che ha come suo compito quello di emettere degli atti di volontà i quali sono dei comandi rivolti ai sudditi. Allo scopo della formazione della volontà del sovrano che si forma autonomamente e liberamente, che egli coincida con unʼunica persona è la cosa migliore in quanto più semplice rispetto ad una volontà scaturita da una assemblea.
Dunque alcun diritto di resistenza è ammesso al potere del sovrano. Vi è un unico dubbio che si insinua a questo riguardo: poiché ciascuno rinuncia ad esercitare il suo diritto naturale su tutte le cose e avviene una sorta di identificazione della propria volontà con quella del sovrano dato che al sovrano si riconosce lʼesercizio del diritto, Hobbes si chiede se il sovrano possa lecitamente e legittimamente condannare a morte un suo suddito. Si tratta di un punto problematico perchè la ragione per cui lo stato è sorto è proprio lʼaver salva la vita e il proprio corpo.

Dunque in linea di principio si dà una contraddizione nel caso il sovrano decida di condannare a morte i sudditi. In linea di principio, Hobbes dovrebbe vietare al sovrano di condannare a morte i sudditi che si siano macchiati di reati ritenuti talmente gravi, ma ciò contrasta con 1) lʼassolutezza del potere sovrano e con il fatto che, poiché il sovrano detiene il diritto su tutte le cose, egli ha anche il diritto sul corpo degli uomini che gli riconoscono la possibilità di esercitarlo, e nello stesso tempo 2) i codici penali (definibili ante litteram, dato che non era ancora stata avviata la codificazione) che prevedevano ampiamente nel ʻ600 la pratica della pena di morte.
Come possano essere contemperate le due esigenze, quella dellʼindividuo di aver salva la pelle e quella del sovrano il cui potere assoluto si dovrebbe esercitare anche sul corpo di tutti i sudditi, per salvare il quale però il sovrano è stato istituito. In questa circostanza, Hobbes diciamo fa un passo indietro rispetto alle argomentazioni che sostiene: infatti egli non giunge alla conclusione di impedire al sovrano di condannare a morte il suddito e né consente al suddito di ribellarsi al sovrano cosa che era impossibile in ipotesi.
Lʼidentificazione tra la volontà del suddito e quella del sovrano che avviene grazie allʼartificio del contratto sociale, non contempla il fatto che il suddito possa volere la propria morte. La questione della pena di morte viene così risolta: che, per quanto attiene ai rapporti tra il sovrano e il suddito che venga ritenuto responsabile di un reato talmente grave da meritare la pena capitale, si ritorni a quella dinamica dei rapporti che era tipica dello stato di natura. Questo perchè si trovano di fronte due prerogative entrambe legittime: quella del singolo di aver salva la vita e quella del sovrano di avere il diritto su tutte le cose, compreso il corpo dei sudditi. La logica dei rapporti propria dello stato di natura è la logica della forza e dunque il sovrano ha maggior forza e molto probabilmente il suddito soccombe.
La pratica scientifica della gestione del potere e della politica è possibile grazie alla presenza di un potere di tipo monarchico. Perché se il sovrano fosse incarnato da unʼassemblea, egli dovrebbe necessariamente assumere decisioni sulla base di una maggioranza che si venga a creare tra i membri dellʼassemblea stessa, dato che lʼunanimità è praticamente impossibile, osserva Hobbes. In linea di principio si può ammettere che una forma di stato democratica sia ammissibile, e dunque che il sovrano possa essere di tipo democratico, tuttavia è preferibile, proprio allo scopo della formazione della volontà del sovrano, che coincida con unʼunica persona la cui volontà appunto si forma autonomamente e liberamente in ordine ai fini che il sovrano intende raggiungere. E quindi la formazione della volontà è più semplice.
Questa pratica scientifica della politica prevede che il re debba circondarsi di consiglieri, egli deve avere lʼaccortezza di non convocare mai il consiglio in quanto corpo, in quanto assemblea, ma di convocare ciascuno dei consiglieri che compongono il Consiglio stesso. Ciò per evitare che il consiglio pretenda di assumere un potere autonomo o un potere privilegiato nei confronti del sovrano. Le decisioni del sovrano saranno sempre e comunque insindacabili da parte di chiunque.
Hobbes cioè tende sempre ad identificare dei meccanismi che valgano ad assicurare la massima libertà di azione del sovrano, la cui volontà devʼessere sempre ubbidita, rispettata dai cittadini. Ogni cittadino ha quei diritti che il sovrano
ritenga di affidargli (non di riconoscergli perchè nn cʼè alcun diritto da riconoscere). Ogni diritto viene creato dal sovrano e se il sovrano riterrà opportuno per i fini noti, assicurare, dare o assegnare qualche diritto ai sudditi, allora lo farà. Diversamente, nessun diritto ai singoli sarà riconosciuto.
Il diritto nello stato assoluto, nato dal patto sociale, è un diritto che è esclusivamente positivo. Ogni diritto è tale perchè espressione della volontà del sovrano. Cioè, attraverso il giusnaturalismo, Hobbes in realtà giustifica e fonda il giuspositivismo. Non necessariamente ogni legge devʼessere scritta; una legge è una proposizione che, oralmente o per iscritto, esprime la volontà puntuale del sovrano in ordine ad un determinato problema. Non esiste più alcun diritto naturale se non quello del sovrano. Nella società civile ogni diritto è diritto positivo, il quale è e dà il contenuto della giustizia. Ciò che vuole il sovrano è per definizione giusto ed è il criterio della giustizia.
Mentre la rinuncia degli individui è irrevocabile, gli atti di volontà del sovrano sono invece revocabili da egli stesso. Il suo potere sovrano si manifesta innanzitutto nel potere legislativo che si esprime nelle leggi, alle quali ovviamente, il re non è sottomesso,e che egli discrezionalmente, può derogare o abrogare a suo piacimento. La legge è, per sua natura, una proposizione che ha una natura eminentemente pubblica in quanto deve essere nota ai destinatari i quali sono tenuti tutti ad ubbidire. La legge diventa dunque una delle armi delle quali Hobbes si avvale, per eliminare lʼarbitrio dalla vita politica. Perché la legge è comunque un atto insindacabile al quale ci si deve attenere.
LA PROPRIETÀ PRIVATA Attraverso la legge il sovrano, tra le altre materie, regolamenterà la proprietà privata, la quale esisteva nello stato di natura solo in via provvisoria perché ciascuno possiede alcune cose fin tanto che ha la forza di trattenerle e nessun altro è interessato ad esse.
In linea di principio, nello stato assoluto, di tutte le cose è padrone lo stato. Se il sovrano lo ritenga, può riconoscere ai sudditi che mantengano quella proprietà provvisoria di cui disponevano nel momento in cui hanno stipulato il contratto sociale, ma in ogni caso padrone di tutto è lo stato e se il sovrano lo decide, riconoscerà la proprietà privata.
In ogni caso, diversamente da Bodin, poiché di tutto è proprietario lo stato che ha diritto su tutte le cose, in Hobbes non è presente la distinzione fra il patrimonio pubblico e la proprietà privata e
questo ha la funzione di ovviare ad un altro gravissimo problema che affliggeva lo stato moderno e che aveva soprattutto afflitto le organizzazioni politiche medioevali, che è la capacità impositiva dello stato stesso, cioè la capacità di imporre e di esigere tasse e tributi. Nel corso del medioevo, affinché una tassa potesse essere imposta, doveva superare lʼapprovazione da parte dei ceti o delle corporazioni, perchè la proprietà privata era considerata intangibile e lo stesso accadeva nella concezione bodiniana che prevedeva la netta separazione tra pubblico e privato. In tanto in quanto nella riflessione hobbesiana è assente questa distinzione, si riconosce al sovrano il diritto di imporre le tasse che egli ritenga necessario al fine di agevolare la vita dello stato stesso.
E dunque la monarchia assoluta di Hobbes è ancora una volta molto più forte, molto più solida rispetto alla teoria della sovranità elaborata da Bodin.

La libertà
Nello stato di natura consisteva nella possibilità di muoversi verso gli oggetti del desiderio o di allontanarsi da quanto invece fosse causa di avversione, ed era tale quando il movimento potesse avvenire senza ostacoli esterni. La libertà, anche nello stato civile, continua ad essere vista come assenza di ostacoli esterni.
Problema: il suddito è libero o non è libero? La presenza del sovrano è pensabile o no come un ostacolo nei confronti dellʼazione libera di ciascun cittadino? Nella nostra ottica si. Ma nellʼottica di Hobbes, questo è più difficilmente argomentabile; infatti nel passare allo stato politico, alla società civile, il suddito rinuncia alla propria volontà e la identifica con quella del sovrano. Quindi, avvenendo questa identificazione della volontà del suddito con quella del sovrano, bisognerebbe ammettere che il cittadino è libero. Ma è libero, per definizione, ma anche per finzione perché è evidente che la finzione sta nellʼidentificazione della volontà del suddito con la volontà del sovrano.
Se noi consideriamo il suddito in quanto uomo, potremmo dire che il corpo dellʼuomo rimane libero di muoversi verso gli oggetti del desiderio. Dunque potremmo dire che la libertà dellʼuomo nello stato assoluto teorizzato da Hobbes, è una libertà residuale che si estende nei campi che il sovrano abbia deciso di non disciplinare. Un uomo è libero fino a quanto la legge non gli vieta di fare qualcosa.
Alcuni lettori di Hobbes, hanno ritenuto di poter intendere nella riflessione di Hobbes in questi termini, un aspetto di protoliberalismo. Ma bisogna tener conto che egli non si preoccupava di essere liberale o meno, prima di tutto perchè non cʼera ancora la teoria politica liberale inventata da John Locke, ma anche perchè la sua preoccupazione era quella di avere uno stato forte che impedisse le guerre civili, che impedisse ai singoli e alle sette religiose o ai gruppi politici di combattersi lʼun lʼaltro e di distruggere, di conseguenza, lo stato. Potremmo dire che la libertà che rimane è la libertà di pensiero, ma a livello esteriore, il singolo uomo deve attenersi completamente alle disposizioni che il sovrano emana.
Rapporti stato - chiesa / politica – religione
Lʼultimo aspetto che riguarda la filosofia di Hobbes e il suo Leviatano, è il rapporto tra Stato e Chiesa, o per meglio dire tra religione e politica.
Il Leviatano è composto di 4 sezioni. La prima parte si intitola “Lʼuomo” e raccoglie 16 capitoli, la seconda dal cap. 17 al cap. 31, si intitola “Lo stato”, la terza e la quarta parte che abbiamo identificato in una, trattano la prima dello stato cristiano, e la quarta del regno delle tenebre e dunque il rapporto fra politica e religione nellʼopera di Hobbes, è un rapporto estremamente importante e non potrebbe non essere così allʼalba del ʻ600.
Egli, nelle ultime due parti manifesta, rivela tutta la sua conoscenza della Sacra Scrittura, delle varie interpretazioni, della storia sacra ecc, e ne tiene conto x la giustificazione di uno stato cristiano e per osservare che, in ogni caso un regno delle Tenebre, cioè un regno del diavolo frutto del peccato, è sempre presente anche attualmente.
In ogni caso che rapporto cʼè tra politica e religione nello stato assoluto?
La copertina del libro riprende il frontespizio dellʼeditio princeps del “Il Leviatano” (1651) raffigura il sovrano, cioè lo stato. Il sovrano, quellʼuomo artificiale, è composto al suo interno da tanti piccoli "omini", i quali compongono il corpo dello stato. Ciò dimostra che ciascun individuo rinuncia a sé stesso e viene assorbito nello stato, identificandosi in esso.
Il sovrano domina la campagna, domina le città e quindi il territorio dello stato e tiene nella sua mano destra la spada e nella mano sinistra il pastorale. La spada è lʼinsegna del potere politico, il pastorale è lʼinsegna del potere religioso, il potere del vescovo. Lʼautorità del sovrano si esercita sia a livello religioso sia a livello politico. Non esiste nello stato alcuna altra autorità, egli è anche il capo della Chiesa.
Nello stato di natura, la libertà dei singoli prevedeva anche, tra le altre, la libertà di professare la religione che ritenessero essere la più adeguata per loro. Nello stato assoluto invece, ciascun suddito deve appartenere alla Chiesa di stato: deve partecipare al culto pubblico regolato dallo stato, disciplinato dal sovrano, il quale esercita al tempo stesso la sua giurisdizione in materia civile e in materia penale, ma anche in materia religiosa. Così come avveniva nellʼottica di Marsilio da Padova, in cui la Chiesa era una parte essenziale dello Stato, ma non cʼera alcun potere religioso perchè anche la convocazione dei Concili era sottomessa al sovrano.
Secondo il materialista e giuspositivista Hobbes, è impossibile negare lʼesistenza di Dio: essere materialisti non significa essere atei. Nello stato assoluto è necessario che vi sia uniformità sotto il
profilo religioso. Dʼaltra parte non poteva essere diversamente in un autore che era fuggito dallʼInghilterra allʼalba del 1641, quanto i conflitti tra il Parlamento e la Corona, facevano presagire grossi problemi.

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