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Hegel: nasce nel 1770, studia a Tubinga, dove conosce Schelling. Gli studi teologici e la vicinanza con gli avvenimenti storici di quel periodo (soprattutto la rivoluzione francese), influenzeranno moltissimo la sua produzione. Dopo gli studi divenne precettore privato a Berna (1793-1796). I suoi primi scritti, di questo periodo, trattano temi politici e religiosi: es. “vita di Gesù” 1795. Dopo un breve soggiorno in Svizzera, torna in Germania dove, nel 1801, pubblica il primo scritto filosofico “Differenze tra il sistema filosofico di Fichte e di Schelling”, in cui non ci sono ancora alcuna considerazione e commento personale. Nel 1802 collabora con Schelling al “giornale critico di filosofia". Nel 1805 diventa professore a Jena di filosofia e logica. Tra il 1808 e il 1816 è direttore del ginnasio di Norimberga. Nel 1816 diventa professore di filosofia di Heidelberg. Dal 1818 fino alla sua morte, 1831, è a Berlino, dove insegna e riveste anche la carica di rettore dell’Università.

I suoi scritti possono essere divisi in:
1. Dal 1793 al 1800: periodo degli scritti giovanili, in cui si nota un interesse religioso, sempre accompagnato da un forte interesse politico.
2. 1807: prima grande opera di Hegel “fenomenologia dello spirito”. Nella prefazione di questa si stacca da Schelling.
3. Anni di Norimberga: pubblica la “Scienza della logica”, divisa in due parti, la prima pubblicata nel 1812, la seconda nel 1814.
4. Nel 1817 pubblica l’”Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio”, una sintesi di tutto il suo sistema.
5. Nel 1821 pubblica i “Lineamenti di filosofia del diritto”, opera che descrive in modo accurato le categorie essenziali dello Stato moderno e della società civile.
Dopo la sua morte, i suoi studenti ordinarono i suoi appunti e li pubblicarono in: “Filosofia della storia”; “Filosofia dell’arte”, “Filosofia della religione” e “Storia della filosofia”.
I cardini del sistema hegeliano:
1) Identità di razionale e reale. Ciò è espresso nella frase scritta nella prefazione della “Filosofia del diritto”: “ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale”. Questa proposizione rileva due aspetti diversi: la prima coordinata tende a evidenziare che la razionalità non è uno schema mentale, un dover essere, un’idealità, un’astrazione, ma è la struttura stessa della realtà, perché la ragione abita il mondo e lo costituisce; la seconda coordinata, invece, indica che la realtà non è una natura caotica senza connessioni, ma è il manifestarsi di una struttura razionale. Questa razionalità si manifesta in modo inconsapevole nella natura e in modo consapevole nell’uomo. Con quest’aforismo Hegel dice che c’è una necessaria, sostanziale identità di realtà e Ragione. La realtà è la totalità dei passaggi necessari (non possono essere diversi da come sono) per la realizzazione e manifestazione di questo soggetto spirituale e infinito che è la ragione. Di conseguenza, la realtà è una totalità processuale necessaria, all’interno della quale ci sono diversi gradi o momenti che sono il risultato di quello precedente e il presupposto di quello che sarà. La realtà va accettata e giustificata, non ha senso contrapporre all’essere il dover essere perché quest’ultimo urta contro la necessità razionale dell’Idea, perché nell’Idea essere e dover essere coincidono. Conseguenze: questa impostazione, dal punto di vista storico, porterà a un esito giustificazionistico, cioè tutto ciò che accade ha una sua giustificazione. Secondo questa idea, ogni avvenimento storico è un momento necessario e come tale ha una sua giustificazione (si parla di provvidenza hegeliana). Secondo Marx, con questa impostazione non è possibile avere un atteggiamento critico e reazionario. Da un punto filosofico, invece, questa impostazione fa sì che la filosofia studi la realtà per comprendere le strutture razionali che la costituiscono. Per Hegel, la verità non è un problema del filosofo perché “la filosofia deve mantenersi in pace con la realtà”. La filosofia, quindi, non deve avere la pretesa di guidare la realtà, ma piuttosto deve elaborare in concetti il contenuto del reale. Cioè, la filosofia deve portare nella forma di pensiero la realtà di cui l’uomo fa esperienza. Hegel paragona la filosofia alla nottola di Minerva: la nottola è un uccello che esce solo di notte. Secondo questo paragone, la riflessione filosofica deve essere fatta solo dopo i fatti, cioè valuta ciò che è reale, non ciò che dovrebbe essere.
2) Il vero è l’intero. Ciò sta a indicare la risoluzione del finito nell’infinito. Questa frase è contenuta nella prefazione della “Filosofia del diritto”. Se la realtà è una totalità processuale e necessaria in cui si manifesta quel soggetto spirituale e infinito, allora la realtà non è qualcosa di caotico, costituita da sostanze autonome, ma è una struttura globale, di cui tutto ciò che esiste è solo una parte, una manifestazione. È una struttura globale perché non c’è niente al di fuori di sé, è la causa e il fine di ogni realtà, questa struttura coincide con l’assoluto e con l’infinito. I vari enti del mondo, le diverse realtà, essendo manifestazioni di essa, costituiscono il finito, che non esiste come tale ma solo perché all’interno di una struttura globale che è infinita. “il vero è l’intero”: se è vero che tutto ciò che è finito è una parte della struttura globale che corrisponde con l’infinito, allora la verità, intesa come manifestazione di questo soggetto infinito spirituale, è la totalità delle cose. La verità è una struttura globale dove il vero coincide con l’intero. Hegel ribalta, rispetto a Kant, il rapporto intelletto-ragione: secondo Hegel, l’intelletto è ciò che coglie il particolare, mentre la ragione è ciò che coglie l’intero, il tutto. Hegel ribalta anche il rapporto astratto-concetto: secondo Hegel il concetto è sempre una parte astratta del tutto di cui fa parte, mentre l’astratto è ciò che la sua conoscenza porta a una sapienza maggiore del particolare. Il termine “astrazione” è usato da Hegel quasi sempre con una concezione negativa, per denotare ciò che è isolato dal tutto e, perciò, il finito, l’immediato, la singola cosa o un suo particolare. L’astratto viene a identificarsi in lui con ciò che tradizionalmente rappresentava il concetto: astratto è la ghianda separata dalla quercia…. Hegel definisce, al contrario, concreto proprio quello che noi intendiamo per astratto: il concreto, per lui, è il concetto, che, comprende tutte le articolazioni essenziali della realtà, ne coglie l’essenza.
3) Concezione dialettica dell’essere e del pensiero. Hegel darà due definizioni di dialettica:
1° Definizione dal punto di vista gnoseologico: “La Dialettica è quel processo mediante il quale la ragione si riunisce nella realtà che appare come estranea o opposta alla ragione, togliendo o conciliando quest’opposizione”. (legge del pensiero)
2° Definizione dal punto di vista ontologico: “La Dialettica è quel processo mediante il quale la realtà si concilia con se stessa e si attua nella sua unità razionale, superando le differenze, le divisioni, le opposizioni che costituiscono gli aspetti particolari e pacificandosi nell’unità del tutto”.
La dialettica, quindi, è una legge interna alla realtà, che è una struttura globale, all’interno di una totalità globale necessaria. Hegel elabora questa teoria partendo dal concetto fichtiano della dialettica, intesa come sintesi degli opposti. Tuttavia sin dai suoi primi scritti, emerge l’esigenza di un processo conciliativo o sintetico, cioè di un momento nel quale le divisioni e le opposizioni della realtà sono giustificate in una sintesi superiore. Questa capacità di compiere questa conciliazione spetta alla sola ragione, perché l’intelletto non è capace. La Dialettica è costituita da tre momenti, il processo dialettico (processo triadico ed è la legge interna della realtà e la struttura del pensiero) è una serie infinita di triadi. La triade è costituita da tesi, antitesi e sintesi, che diverrà una nuova tesi cui seguirà un’antitesi e infine un’altra sintesi.
- Tesi: è il primo momento, chiamato intellettuale o astratto, perché nella tesi il pensiero si ferma su una determinazione rigida, si limita a considerare un aspetto singolo della realtà in contrapposizione ad altri aspetti.
- Antitesi: momento dialettico o negativo, fa vedere che la determinazione rigida della tesi ha anche una sua determinazione opposta.
- Sintesi: momento speculativo o sintetico, le due opposizioni trovano una conciliazione. Il concetto della sintesi è espresso con il termine “Aufhebung”, intraducibile in italiano perché significa contemporaneamente “superare” e “conciliare”. La sintesi non nega i due momenti precedenti, ma li racchiude dicendo qualcosa in più.
La Dialettica è la necessaria sintesi razionale di opposizioni nelle quali a ogni tesi si contrappone un’antitesi, che è la negazione, a cui succede una sintesi, che è la riaffermazione di entrambe. Questo processo funziona sia per la realtà sia per la ragione.
Prima triade hegeliana: è la triade della struttura della filosofia di Hegel. È espressa dal passaggio dalla logica (tesi), alla filosofia della natura (antitesi) alla filosofia dello spirito (sintesi):
- La Logica è la scienza dell’idea in sé e per sé, cioè nel suo primitivo essere implicito e nel suo graduale esplicarsi. La logica è la scienza che studia il presupposto della realtà. (Scienza dell’idea in sé)
- La filosofia della natura è la scienza dell’idea nel suo essere altro, cioè nel suo farsi estranea ed esterna a se stessa. (Scienza dell’idea che esce da sé)
- La filosofia dello spirito è la scienza dell’idea che dopo essersi alienata (uscita da sé), ritorna in sé, cioè alla sua compiuta autocoscienza, che è lo Spirito. (Scienza dell’idea che ritorna in sé)
Fenomenologia dello Spirito (1807): come si manifesta lo Spirito. Opera nella quale Hegel vuole mostrare le diverse tappe che lo Spirito compie per riconoscere la sua infinità e assolutezza e completezza. Le tappe sono le figure, perché sono le forme storiche attraverso le quali lo Spirito si è manifestato. È un’opera che rappresenta lo spirito nella sua lotta ?? per recuperare le divisioni dell’epoca moderna. L’itinerario filosofico di Hegel parte dalla costatazione che quest’epoca sia stata governata da scissioni che il romanticismo vuole superare. È il viaggio che la coscienza deve compiere da ciò che è più basso fino a raggiungere il livello superiore della ragione. Quest’opera spiega il processo che consente l’affermazione della storia nella ragione. Fu definita: “La storia comandata dalla coscienza”. Coscienza: è uscita dalla sua individualità per arrivare all’universalità. L’opera deve arrivare a riconoscere che la ragione è reale. La fenomenologia deve ripercorrere le ragioni dello Spirito. Il suo ciclo è riassunto dalla figura della coscienza infelice che rappresenta la coscienza dilaniata dalle scissioni e che può uscire dalla condizione d’infelicità quando arriva alla consapevolezza di essere il tutto. Quest’opera è una sorta di premessa alla filosofia di Hegel, introduce il singolo nella filosofia, studiando le tappe dello Spirto giunge alla totalità.
• Coscienza (tesi):
- La prima tappa è la certezza sensibile (tesi): ci rende certi di una cosa, è il sapere immediato che ci pone di fronte le cose esterne come se fossero isolate dall’uomo. È l’in sé della cosa che è colta nella sua singolarità e non nella complessità, nel suo essere in relazione con le altre.
- Dalla certezza sensibile si deve passare a una concezione più ampia: la cosa per sé. Questa è colta non nel suo isolamento ma nelle relazioni con gli altri. La percezione segna il passaggio dalla costatazione della cosa in sé a quella per sé, perché c’è un io che stabilisce di dare un’unità alla molteplicità delle caratteristiche di una cosa.
- È l’intelletto che dà unità, ed è questa la terza figura. Nel passaggio dalla prima alla seconda figura, Hegel riprende le determinazioni spazio-temporali di Kant. L’oggetto esiste ed ha una sua consistenza perché io lo vedo. L’intelletto, cioè ciò che da unità, è la terza figura perché il passaggio dalla seconda alla terza figura consiste nel riconoscere che l’oggetto ha una sua forza che agisce secondo una determinata legge. Così la conoscenza ha risolto l’intero oggetto in se stessa. La conoscenza diventa autocoscienza grazie all’intelletto, perché, finché si parla di cose esterne, il soggetto è separato dalle cose esterne, ma ha la consapevolezza, oltre che delle cose, anche di aver dato unità, quindi l’oggetto si risolve nel soggetto e non sono più delle cose separate.
• Con l’autocoscienza inizia l’antitesi, questa è diversa in tutti gli uomini, ma in relazione tra loro. Spesso si scontrano perché per giungere alla piena consapevolezza del loro essere devono affrontare una lotta che non si risolve con la morte di un’autocoscienza, ma con il subordinarsi di una all’altra.
- La tesi è il rapporto servo-padrone. Questa dialettica servo-padrone nasce da un’autocoscienza vincitrice che ha subordinato l’altra e si pone come libertà, afferma la propria superiorità sul servo, che è ridotto al rango di cosa (cosalità). Il servo è legato al lavoro e alla materia in cui s’identifica. Ciò accade fino a quando il servo giunge, attraverso il lavoro, alla conoscenza della propria dignità e indipendenza: senza di lui il padrone non esisterebbe, per cui rivendica la dignità. La sua autocoscienza tende alla libertà. Si passa da tesi ad antitesi: il padrone diventa servo del suo servo perché dipende da lui. Marx interpretò ciò in chiave politica.
- Stoicismo e scetticismo (antitesi) sono le epoche di liberazione che nascono dall’esigenza di libertà del servo, attraverso queste i soggetti tentano di arrivare alla loro libertà, ma, eccetto che nei rapporti d’amore, le autocoscienze sono sempre in conflitto. Marx contesta che l’autonomia non è avvenuta davvero ma si è fermata alla rivendicazione. Le epoche di libertà rappresentano i movimenti della coscienza verso la liberazione. Nello stoicismo la coscienza vuole liberarsi dalle realtà che turbano gli animi (per esempio le passioni). Tuttavia la libertà raggiunta è astratta perché tra la coscienza e la realtà permane un vincolo, perché queste realtà non sono negate e la coscienza che pensa di essere autonoma in realtà non lo è. Lo scetticismo, invece, ha cercato di negare ogni realtà ponendola nella coscienza stessa. In questo modo, però, per Hegel, si arriva a una contraddizione: si afferma che non vi è verità ma parallelamente si teorizza che “la verità non esiste”. Lo stoicismo e lo scetticismo falliscono nel giungere al loro obiettivo (la libertà) perché la coscienza resta imprigionata in un imbroglio.
- La sintesi dell’autocoscienza è la coscienza infelice. È infelice perché non ha raggiunto la libertà cercata. È individuata nella coscienza religiosa medievale. Interpreta la scissione e la coesistenza tra due coscienze: quella umana e mutevole, e quella divina e immutevole. Il singolo avverte la scissione quando si rende conto della propria inadeguatezza, propria della coscienza che ambisce all’infinità divina, per cui la coscienza infelice culmina nella coscienza devota, nella quale, attraverso l’ascetismo, riconosce la miseria della condizione umana e tende a liberarsene unificandosi con l’immutabile, che è Dio. Nel suo tentativo scopre di essere essa stessa Dio. Inizia il ciclo del soggetto assoluto.
• Ragione (sintesi), ciclo del soggetto assoluto, è il riconoscimento dell’unità tra soggetto e oggetto. Come soggetto assoluto, l’autocoscienza è diventata ragione, ha assunto in sé ogni realtà ed è consapevole che nessuna realtà è diversa da sé. Si deve giustificare questa certezza.
- La tesi della ragione si esprime nel Naturalismo e nell’Empirismo rinascimentale. In questi la natura si osserva dalla semplice descrizione. La conoscenza crede di cercare l’essenza delle cose, considerando la natura come altro da sé, ma perviene alla consapevolezza di ricercare se stessa.
- La ragione, delusa dalla scienza e dalla ricerca naturalistica, si getta nella vita e nella ricerca del piacere (Faust di Ghote, vedi fine). Il Faust è una figura emblematica, egli incontra un destino estraneo che pare travolgerlo, per cui il soggetto è costretto a far riferimento alla legge del cuore (sentimento proposto da Rousseau). Ciò porta alla scoperta individuale della legge del cuore che lotta contro l’altrui legge del cuore (delirio di presunzione). Da questa lotta se né può uscire solo attraverso l’affermazione della virtù, che, per Hegel, è solo un bene astrattamente vagheggiato, che solo raramente si traduce in concretezza. Quando la virtù non è un bene realizzato e concreto si conclude con la sconfitta della virtù stessa: l'emblema della virtù sconfitta è Robespierre, egli, infatti, è la figura che meglio spiega cosa accade alla virtù quando questa si scontra con il corso del mondo, che ha sempre una ragione. Lo sforzo morale di una singola persona è privo di senso.
- La virtù, infatti, si afferma solo nell’eticità, che è la realizzazione storica del bene, quindi è il frutto non dell’opera singola, ma dello Stato. Hegel afferma che qualsiasi legge morale, anche la più nobile, non ha significato se non si conosce il giusto modo di realizzarlo, che non può essere determinato dall’individuo, ma dallo Stato. L’eticità è la ragione che diventa cosciente di sé e si realizza solo nelle istituzioni della vita politica di uno Stato. La moralità si realizza in forme storiche e politiche di uno stato. L’eticità supera la moralità. Per Hegel la moralità è la contrapposizione tra il dover essere e l’essere, quindi il reale è ricondotto con l’ideale. Nell’eticità reale e ideale coincidono.
Logica hegl (tesi): è contenuta nella “Scienza della logica” (1812-1816) e nella prima parte dell’”Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio”. La logica è la scienza dell’idea pura, cioè dell’idea nell’elemento astratto del suo pensiero, con ciò non s’intende che la logica è qualcosa di astratto. Poiché in Hegel, l’equazione parmenidea di essere e pensiero vale, dire che la logica è la scienza dell’idea pura non dire che l’oggetto è qualcosa di puramente formale, ma, se essere e pensiero coincidono, l’oggetto della logica è la realtà, intesa come verità assoluta, cioè come Ragione, Idea. Hegel definisce il regno della logica come “dio prima della creazione del mondo”, perché se la logica è la scienza dell’idea in sé, allora la logica è la metafisica della realtà, quindi il regno della logica coincide con dio prima della creazione del mondo. I concetti della logica non sono pensieri soggettivi rispetto ai quali la realtà rimanga esterna e contrapposta, ma pensieri oggettivi che esprimono la realtà nella sua essenza necessaria. La logica coincide con la metafisica, in quanto con i suoi concetti offre l’ossatura e la sostanza dell’intera realtà. Si allontana dalla logica aristotelica. Se la logica ha come oggetto la realtà e pensiero ed essere coincidono, il punto di partenza della logica sarà il concetto più vuoto e più astratto della realtà, cioè l’essere. Triade:
• La dottrina dell’essere (tesi della logica) è costituita dalla triade: essere (tesi), nulla (antitesi) e divenire (sintesi). Il concetto di essere nella sua indeterminatezza è privo di ogni contenuto, è simile al nulla. Il concetto di questa identità tra essere e nulla è il divenire. L’essere e il nulla si contrappongono ma si toccano nella loro indeterminatezza. Divenire: passaggio da un tipo di essere a un altro tipo. È una prima forma di determinazione. Il divenire è l’essere determinato dalla qualità, che specifica l’essere e lo rende finito, dalla quantità, misurazione dell’essere determinato (scrittura in termini matematici della realtà), e dalla misura, che è ciò che determina la quantità della qualità. Queste tre categorie dell’essere determinato consentono il passaggio dalla dottrina dell’essere alla dottrina dell’essenza.
• La dottrina dell’essenza è l’antitesi della logica. Questa inizia quando l’essere determinato non si considera nella sia immediatezza, ma come oggetto di riflessione. L’essenza è la verità dell’essere. La dottrina dell’essenza si configura in: ragione d’esistenza (tesi), fenomeno (antitesi) e realtà in atto (sintesi). L’essenza, riflettendo su se stessa si riconosce identica a sé e diversa dalle altre essenze. In questo modo scopre la propria ragion d’essere, in virtù della quale diventa esistenza. L’essenza fa sì che l’oggetto determinato colga la propria ragion d’essere nel momento in cui l’esistenza si mostra nella realtà con il fenomeno, che è la manifestazione adeguata e piena dell’essenza di ciò che esiste, cioè è realtà in atto. La realtà in atto è unità dell’essenza e dell’esistenza, cioè dell’interno (essenza) e dell’esterno (esistenza).
• La Dottrina del concetto è la sintesi. Arricchito dalla riflessione su di s^, l’essere diventa concetto. Il concetto della ragione, non dell’intelletto, perché quello dell’intelletto scompone la realtà nelle sue determinazioni, mentre quello della ragione considera la realtà nella sua pienezza. Il concetto della ragione è “lo spirito della realtà”. La triade della dottrina del concetto è: concetto soggettivo (tesi), puramente formale, noetico, della mente; concetto oggettivo (antitesi), si manifesta negli aspetti fondamentali della natura; l’idea (sintesi) è unità di oggettivo e soggettivo, ossia la ragione autocosciente. Il passaggio da soggettivo e oggettivo è lo stesso passaggio dal concetto di Dio (Spirito, Assoluto) alla sua esistenza. Dio si rivela nella realtà, quindi il concetto soggettivo è puramente formale, quello oggettivo è il concetto di Dio che si manifesta nella sua opera. L’idea è la totalità della realtà in tutta la ricchezza delle sue determinazioni. Questo si può cogliere o in una forma immediata (idea coincide con la vita) o in una forma mediata (idea coincide con la conoscenza). È solo nella sua forma mediata che l’oggettivo e il soggettivo possono essere considerati separatamente. In questa distinzione capiamo che il conoscere e l’essere hanno due finalità diverse. Il conoscere ha una finalità teoretica e l’oggetto è la verità; l’essere ha una finalità pratica e l’oggetto è il bene. L’idea assoluta è l’identità dell’idea teoretica e pratica, quindi la logica stessa di Hegel è l’idea assoluta nella totalità è unità della sua determinazione.
Filosofia della natura(antitesi): è la scienza dell’idea che si esce da sé ed è contenuta nella seconda parte dell’”Enciclopedia”. In questa parte si ha una svalutazione della natura, considerata come un momento indispensabile del ritorno dell’idea in sé. Questa è la parte più debole della filosofia hegeliana perché vi è una forte svalutazione della natura, che è considerata inferiore a qualsiasi espressione dello spirito, ma necessaria perché l’idea ritornerà in sé, nella filosofia dello spirito, solo dopo essersi estraniata nella filosofia della natura. La triade comporta una riduzione dello sviluppo scientifico a uno schema triadico, ciò determinerà una valutazione negativa di questa parte del sistema hegeliano:
• Meccanica
• Fisica
• Fisica organica
Questo passaggio permette di comprendere la filosofia dello Spirito. Corrisponde al necessario estraniarsi dell’idea in sé nel mondo fisico per potersi poi elevare nello Spirito, dove l’idea torna in sé.
FILOSOFIA DELLO SPIRITO (sintesi): è contenuta nella terza parte dell’”Enciclopedia”, nella “Filosofia dello spirito” e nelle lezioni pubblicate postume di estetica, “filosofia della religione” e “Filosofia della Storia”. È la scienza dell’idea che ritorna in sé. Lo Spirito è l’idea che dopo essersi estraniata da sé, ritorna a se stessa. Il presupposto dello Spirito è dato dalla negazione e dalla verità della natura, perché se lo Spirito è il momento che supera la tesi e l’antitesi, la natura è negata ma recuperata nella sua verità. La Natura è nello Spirito che rivela la sua finalità ultima e nello Spirito la natura non è più esteriorità, ma si fa soggettività e libertà (ciò che caratterizza lo Spirito, essenza dello Spirito). I tre momenti della realizzazione dello Spirito sono:
• Spirito soggettivo (tesi)
• Spirito oggettivo (antitesi)
• Spirito assoluto (sintesi)
La tesi e l’antitesi costituiscono lo Spirito finito, individuale; la sintesi costituisce lo spirito totale ed esplicita la rivelazione dello Spirito. Lo Spirito, inteso come libertà, si afferma solo nell’uomo, perché l’uomo è l’unico essere dotato di una reale consapevolezza di sé e di una volontà libera.
Lo Spirito soggettivo è quello individuale e si sviluppa nelle tre forme di:
- Antropologia: vede nel concetto di anima la forma e l’oggetto dell’antropologia, cioè è lo Spirito che rimane attaccato all’individualità e alle condizioni naturali dell’uomo. Si esprime negli atteggiamenti corporei o nel linguaggio. L’antropologia è quella sfera in cui corpo e psiche sono uniti. Qui Hegel studia il rapporto tra sonno e veglia, malattia e salute, linguaggio e comunicazione non verbale.
- Fenomenologia: la coscienza è forma e oggetto della fenomenologia, l’individuo riflettendo su se stesso, giunge a porsi come Me o autocoscienza e dall’immediata certezza che la coscienza ha di sé nella sua singolarità, passa all’autocoscienza universale, che, in quanto tale, è ragione.
- Psicologia: lo Spirito è Spirito in senso stretto, ciò che si considera nelle sue manifestazioni universali. Queste sono tre: conoscere teoretico, totalità delle determinazioni che costituiscono il processo concreto di coscienza, attraverso il quale la ragione trova se stessa nel suo contenuto; attività pratica, unità di tutte quelle manifestazioni attraverso le quali lo Spirito giunge in possesso di sé e volere libero, volontà di libertà.
Spirito oggettivo: contiene la riflessione etico-politica di Hegel. Su questa parte i suoi discepoli si dividono in destra e sinistra. Hegel sostiene che la volontà di libertà trovi la sua realizzazione solo nella sfera dello Spirito oggettivo, perché la volontà di libertà è qualcosa che può realizzarsi solo nelle situazioni storiche concrete, caratterizzate dall’unità tra volere razionale e volere del singolo. Solo nello Spirito oggettivo la volontà di libertà si può realizzare perché è nelle eticità che ci sarà l’affermazione piena della volontà libera. Le tre espressioni dello Spirito oggettivo sono: diritto, cioè l’insieme di norme che regolano la condotta esteriore degli individui. Individuo: ha un significato giuridico, cittadino in quanto persona in grado di compiere atti giuridicamente validi. È la sfera del diritto privato, considerato il diritto giuridico la cui base è il contratto, relazione giuridica tra due o più persone (soggetti di diritto) fondato sull’accordo tra volontà libere. Il diritto si occupa delle proprietà private. Se esiste il diritto, c’è la possibilità di infrangere le sue regole, commettendo l’illecito o il reato. Ragionando sulla pena smentisce Beccaria, che associava alla pena una funzione educativa. Per Hegel la pena serve a ripristinare un ordine giuridico che è stato violato, quindi ha un significato punitivo e, per questo, lo stato deve essere inflessibile. L’antitesi del diritto è la moralità. La moralità è ciò che regola la condotta interiore. Sfera della volontà soggettiva che si manifesta nell’azione. L’individuo è il soggetto libero e responsabile delle proprie azioni. Che cosa accade alla moralità? Vi è una separazione tra il soggetto che deve agire e il bene che deve essere realizzato; il valore che l’azione possiede è dato dalla sua intenzione, il fine a cui l’azione mira è il benessere. Quando il benessere e l’intenzione passano dalla sfera dell’individualità a quella dell’universalità, il fine assoluto è il bene che è ancora un dover essere, cioè un’idea astratta che non è un’idea in sé, ma che passa a un’azione attraverso un soggetto. La moralità è caratterizzata dalla divisione tra il soggetto che vuole realizzare il bene e il bene che vuole essere realizzato. Questa separazione è superata nell’eticità, che è la sintesi. Questa annulla e risolve questa separazione perché qui il bene si è realizzato concretamente ed è divenuto esistente. Hegel parla di sostanza etica che si articola in: famiglia, istituzione naturale dove il rapporto istintivo tra due sessi diventa unità. Implica tre momenti: matrimonio, origine della famiglia, patrimonio, impegno pecuniario, e educazione dei figli. La famiglia è caratterizzata dall’unità, ma nella famiglia i figli diventano adulti, quindi soggetti di diritto e vanno a costituire una serie d’individui estranei tra loro, cioè la società civile. La società civile è l’antitesi. È lo spazio intermedio tra la famiglia e lo stato. Ha la funzione di educare e formare i giovani e di moderare gli egoismi privati. Qui prevale l’elemento dello stato di conflitto, dove gli individui mettono in discussione l’armonia sociale. La società civile cerca di moderare l’egoismo individuale attraverso la tutela degli interessi dei gruppi sociali e la divisione del lavoro. Lo stato, invece, è la sintesi. È l’unità di famiglia e società civile, in quanto esso ha l’unità che è propria della famiglia e realizza e garantisce quest’unità nelle forme che sono proprie dell’unità civile. Solo nello stato, quindi, si realizza pienamente la sostanza infinita e razionale dello Spirito. Lo stato è la realtà nella sua libertà completa, unico nel quale si realizza la libertà. Lo Stato per l’individuo è una forma esterna che lo necessita e lo subordina a sé, ma è anche il fine immanente dell’individuo, della famiglia e della società civile che, rispetto allo stato, sono organismi particolari e imperfetti, per questo dipendono dallo Stato. Hegel ha una concezione organicistica dello Stato, per questo la ragione del bene collettivo deve prevalere su qualsiasi forma di particolarismo. Lo stato è assiologicamente superiore alla famiglia e alla società civile, pur derivando da esse. Hegel rifiuta la dottrina del contratto sociale. Lo stato è collegato con la ragione dato che è la suprema manifestazione del divino nel mondo. Lo stato ricava la sua sovranità non dal popolo, perché questo al di fuori dello stato è solo una moltitudine disorganizzata, ma da se stesso, in questo modo esclude il principio democratico dei singoli. In questo modo, Hegel esclude la partecipazione dei singoli allo stato, possono solo se si fa parte di un gruppo. Poiché lo stato è vita divina che si realizza nel mondo, non può trovare nelle leggi della morale un limite o un impedimento alle sue azioni. Lo stato ha esigenze che sono diverse e superiori a quelle della morale. “il benessere di uno stato ha un diritto tutto diverso dal benessere del singolo”, pag. 642, testo. Per Hegel la migliore forma di governo è la monarchia, e la migliore monarchia è quella prussiana, perché qui si fondono modernità e autorità. Fuori dallo stato monarchico vi è solo una moltitudine di uomini senza senso e senza forma. La monarchia ha tre poteri fondamentali (triade): potere legislativo, esecutivo e potere del principe, il quale ha l’ultima parola sulle leggi e sulle decisioni da prendere. I rapporti tra gli stati: Hegel ritiene che di fronte alle controversie tra gli stati, queste siano risolvibili solo con la guerra. Hegel ritiene che la guerra sia eticamente e necessariamente opportuna, quindi gli organismi super-statali non hanno alcun valore. Il tema dello stato è connesso alla concezione della storia di Hegel, perché le relazioni tra gli stati determinano la storia.
Filosofia della storia: Hegel non nega che la storia possa apparire come una serie di fatti contingenti senza razionalità, questa è la visione dell’intelletto finito, cioè dell’individuo che vede la storia dal suo punto di vista. La ragione coglie nella storia il dispiegarsi dello Spirito. “La storia è il dispiegarsi dello Spirito nel tempo, nello stesso modo in cui la natura è il dispiegarsi dell’Idea nello spazio”. Lo stato è la ragione che fa il suo ingresso nel mondo, e la dialettica tra gli stati che determina la storia è il dispiegarsi di questa. La Filosofia della storia è la visione della storia dal punto di vista dello Spirito/Ragione, ed è diversa dalla visione dell’intelletto finito. La storia ha un piano razionale (provvidenza in religione), e la filosofia della storia è la conoscenza scientifica di questo piano. Hegel definisce la storia una teodicea, giustizia divina. Fare filosofia della storia, vuol dire conoscere la giustizia divina di ciò che appare come male di fronte all’assoluto potere della Ragione. Ciò che appare male è l’antitesi, cioè il movimento negativo da cui però scaturisce la dialettica, la guerra è semplicemente il movimento dell’antitesi che muove la storia. Hegel spiega la necessità della guerra come ciò che muove la storia. Testo pag. 648. Lo Spirito oggettivo è ciò che si dispiega nella storia, si particolarizza, declina, nello Spirito del popolo. A ogni popolo corrisponde uno Spirito: lo Spirito particolare di un popolo può perire, estinguersi, perché è solo ‘anelo di una catena, ma quello assoluto, universale, non può perire. Lo Spirito particolare è lo Spirito universale in un popolo particolare. I momenti particolari dello Spirito s’identificano negli individui cosmico-storici, grandi eroi capaci di cogliere ciò di cui la storia ha bisogno in quel momento e di portarlo a compimento, es. Alessandro Magno, Cesare, Napoleone. Lo Spirito, attraverso questi individui, non fa altro che tessere i suoi disegni, quando si realizza ciò di cui c’era bisogno, questi individui hanno una fine tragica. Ciò avviene per l’astuzia della Ragione: la Ragione/Spirito si serve delle passioni che muovono gli uomini e dei loro fini, progetti, per muovere gli uomini al fine di adempiere un disegno che sfugge all’uomo. Hegel suddivide la storia del mondo attraverso tre tappe distinte e dialettiche:
1. Mondo orientale, dove solo il despota ha la libertà assoluta;
2. Mondo greco-romano, dove solo pochi hanno la libertà, c’è ancora la schiavitù;
3. Mondo cristiano-germanico, dove c’è un progressivo incremento di libertà perché in esso lo Spirito sembra essersi pienamente realizzato.
Spirito assoluto: lo Spirito Assoluto è lo Spirito che dopo essersi oggettivato nelle istituzioni e nella storia, si manifesta a se stesso e si comprende nella sua spiritualità. Le forme, in cui lo Spirito si manifesta, sono date dalla triade arte, religione e filosofia. Queste tre non si differenziano per l’oggetto, che è lo stesso, cioè lo Spirito (Assoluto, Infinito, Dio), ma per le forme con le quali lo esprimono. L’arte conosce l’Assoluto nelle forme delle intuizioni sensibili, la religione secondo la rappresentazione e la filosofia attraverso il concetto puro.
• Arte (tesi): è la prima tappa attraverso cui lo Spirito acquista coscienza di se medesimo, perché, attraverso l’arte, lo Spirito coglie delle informazioni che lo riguardano per mezzo delle forme sensibili. Lo Spirito vive in modo immediato e intuitivo la fusione tra soggetto e oggetto, Spirito e natura, sostenendo che la natura non è altro che una manifestazione dello Spirito. Nell’esperienza del bello artistico, lo Spirito e la Natura sono concepiti come un tutt’uno quindi l’oggetto e la materia di cui la statua è composta, è una natura spiritualizzata, cioè la manifestazione di un messaggio spirituale. Il soggetto, l’idea artistica, invece, è uno Spirito naturalizzato, cioè un concetto incarnato e reso visibile. L’arte, seconda la concezione di Hegel, ha assunto tre forme:
- L’arte simbolica, che si manifesta nei popoli orientali, è caratterizzata da uno squilibrio tra contenuto e forma. Era incapace di esprimere un messaggio spirituale con forme sensibili adeguate, quindi ricorre ai simboli.
- L’arte classica, dove vi è la fusione (armonico equilibrio) tra il contenuto spirituale e la forma sensibile, in particolare nella rappresentazione della figura umana, unica forma sensibile in cui l’arte riesce a realizzarsi completamente.
- L’arte romantica, vi è nuovamente uno squilibrio tra la forma sensibile e il contenuto spirituale, il quale è così ricco da trovare inadeguata ogni figura sensibile. Lo Spirito acquisisce coscienza che qualsiasi forma sensibile è inadeguata a esprimere l’interiorità spirituale. Ciò determina la crisi moderna dell’arte, nessuno vede più nell’arte l’espressione più elevata dello Spirito.
L’arte rimane un tassello importante per esprimere l’Assoluto ma Hegel arriva a parlare di morte dell’arte. In questo modo si comprende l’inadeguatezza dell’arte per esprimere la ricchezza del messaggio spirituale. L’arte rimane una categoria dello Spirito ma, come tale, deve essere superata dalla sua antitesi, che è la religione.
• Religione (antitesi): è l’Assoluto che si manifesta attraverso la rappresentazione. Il primo problema che Hegel deve affrontare è il rapporto esistente tra la filosofia della religione e la religione stessa. Il compito della filosofia della religione non è creare la religione, ma prendere atto della religione che c’è già e idi leggerla alla luce della ragione. Hegel distingue l’oggetto della religione (Dio), il soggetto di questa, che è la coscienza dell’individuo che si apre a Dio e lo scopo, che è la coscienza riempita e penetrata da Dio (raggiungimento di Dio, quindi unificazione della coscienza e Dio). La triade della religione è: Dio, tesi; coscienza di Dio (antitesi); culto (sintesi). Secondo Hegel, il più alto culto divino è la filosofia della religione, perché questa ci permette di cogliere Dio nella forma più alta, quella del pensiero (non del rito). La rappresentazione è questo modo, tipicamente religioso, di pensare Dio. La rappresentazione della religione sta in mezzo tra l’intuizione sensibile dell’arte e il concetto puro alla base della filosofia. Per Hegel, quando pensiamo a Dio, pensiamo alla relazione tra Dio e il mondo, o a degli attributi singoli. Tutti questi attributi presi singolarmente non ci danno l’immagine completa di Dio. Per questo la rappresentazione deve ammettere la sua inadeguatezza nel cogliere l’essenza di Dio, che è ciò che tiene uniti questi attributi. Secondo Hegel, la religione cristiana è quella assoluta, perché è quella in cui in Dio si ha l’unione del Dio divino e umano. La religione cristiana dà la forma più alta e perfetta dal punto di vista religioso, perché l’incarnazione di Dio come uomo dà l’unificazione della coscienza con Dio. Per superare i limiti che sono proprio della religione, vi è uno slancio filosofico.
• Filosofia (sintesi): al pari della realtà, è una formazione storica, cioè è una realtà processuale sviluppatasi attraverso diversi gradi, che si andrà a concludere con l’idealismo. Per Hegel, la filosofia e la storia della filosofia coincidono, ed egli crede che l’intera storia della filosofia giunga a compimento con lui. Secondo Hegel, tutti i sistemi filosofici non sono altro che tappe necessarie per il manifestarsi della realtà, dove ciascun momento supera il precedente e prepara al successivo. La storicità della filosofia troverà nell’idealismo la sua sintesi suprema. Per Hegel, la filosofia inizia con quella greca, termina con Fichte e Shelling e trova il suo compimento con se stesso.

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