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La coscienza, l'autocoscienza e la ragione


La coscienza è la prima tappa della fenomenologia dello spirito, intesa come ciò che si rapporta a un oggetto. La coscienza si articola quindi in certezza sensibile che coglie l’astratto, ovverosia gli elementi che l’uomo pensa di conoscere attraverso la percezione sensibile, ma che invece sono singoli oggetti, irreali e ineffabili. Così la coscienza diventa percezione quando riconosce la loro collettività esplicitando la distinzione tra soggetto che percepisce e oggetto percepito, ma ancora in astratto, per questo subentra l’intelletto, quella capacità di cogliere gli oggetti come “fenomeni” risultanti da una “forza” che agisce sul soggetto con una determinata legge. Poiché il fenomeno è soltanto nella coscienza, quest’ultima ha risolto l’intero oggetto in se stessa: l’io diventa autocoscienza del singolo, che si scontra con le altre autocoscienze di altri “io divisi”. Infatti, con l’autocoscienza, l’attenzione si sposta dall’oggetto al soggetto considerato nei suoi rapporti con gli altri, perciò si tenta il riconoscimento reciproco dell’unione tramite l’amore, quello esaltato dai Romantici come fusione di due in uno, senza eliminazione della dualità. Ma a questi sfugge che l’umanità è sempre stata in lotta tra le autocoscienze, che quest’unità “a buon mercato” è frutto di una visione fallace e irrealistica della realtà. Il riconoscimento reciproco non può quindi che passare attraverso un momento di lotta, che si conclude con il subordinarsi di una coscienza a un’altra nel rapporto servo-signore. La servitù è il prezzo da pagare per aver salva la vita, cioè di sottomettersi al signore, che invece ha combattuto e ha vinto. In questa lotta si ragguaglia la storia dell’umanità perché coincide col tipo di società del mondo antico, e questo perché in un certo senso la filosofia hegeliana si configura sempre con la storia. Tuttavia vi è un’inversione dialettica dei ruoli, perché, come nel Medioevo, i feudatari non possono vivere senza i servi della gleba che coltivano i loro campi, altrimenti è come se fossero dei re senza trono. E così il servo si consapevolizza che è lui il vero padrone della realtà, e lo fa in tre modi correlati: la paura della morte, che gli fa temere di perdere tutto ciò che ha e che quindi lo spinge a concentrarsi sulla vita (e ad apprezzare la morte per averlo reso consapevole). Nel servizio il servo impara quindi a disciplinare i propri istinti e infine nel lavoro egli trova un’etica nelle cose che fa o che crea, nobilitandolo. Anche gli stoici riconoscono questa importanza della vita, seppur se ne distacchino alla ricerca di un’autosufficienza nei confronti di ciò che li circondano; anche gli scettici, che sostengono di eliminare tutto ciò che è comunemente ritenuto vero o reale, stanno in verità affermando un loro postulato: paradosso gravissimo!
La verità è che la coscienza scettica trapassa nella figura della coscienza infelice, perché capisce che tutta la vita è basata su un passaggio, una lacerazione che genera infelicità. L’unica verità assoluta sarebbe Dio, ma quello degli ebrei è troppo inaccessibile agli uomini, che così si devono abbandonare a lui ciecamente, mentre quello dei cristiani è vissuto duemila anni prima, troppo lontano perché gli uomini se ne possano ricordare per riallacciarsi alla sua dottrina. Di conseguenza, la “[s]coscienza infelice[/s]” continua a vagare nei suoi limiti e Dio continua ad essere un “irraggiungibile al di là che sfugge”. Manifestazioni di questa infelicità cristiano-medievale sono le sotto-figure della devozione, del fare e della mortificazione di sé. La devozione è quel pensiero a sfondo sentimentale e religioso che non si è ancora elevato al concetto. Il fare è il momento in cui la coscienza, rinunciando al contatto con Dio, cerca di esprimersi nell’appetito e nel lavoro. Infine, con la mortificazione, si ha la più completa negazione dell’io a favore di Dio perché si ha la concezione del corpo come sede del peccato (ecco spiegati l’ascetismo e la flagellazione dei catari per la rinuncia la corpo).
Il punto più basso toccato dal singolo è però destinato a trapassare nel suo punto più alto quando la coscienza si rende conto che a soffrire non è il corpo, ma la “coscienza infelice”, e che è lei stessa Dio, in altre parole il soggetto assoluto. È il passaggio alla ragione, in cui l’uomo si consapevolizza veramente di se stesso, in un modo che caratterizza tutti gli uomini proprio come la ricerca di Dio.
La ragione è la certezza di essere ogni realtà, la capacità di comprendere la complessità del mondo e non le singole parti e quindi l’unità profonda di soggetto e oggetto perché qui l’autocoscienza sa che nessuna realtà è qualcosa di diverso da se stessa. Analizzando il percorso per giungere a questa certezza, si parte da un tentativo di giustificarsi che si rivolge alla natura come se fosse “altro da sé”, fase coincidente al Naturalismo rinascimentale e all’empirismo. Quindi si ha la fase della ragione osservativa di Aristotele, da cui poi si approfondisce con la ricerca della legge e dell’esperimento con Galileo, passando nel dominio del mondo organico e infine nell’ambito stesso della coscienza: la psicologia. Qui Hegel si sofferma sugli studi di fisiognomica di Johann K. Lavater e di frenologia di Franz J. Gall, che cercarono goffamente di riconoscere la coscienza in qualcosa “fuori di sé” come un viso. In questa crisi si arriva a proclamare che “l’essere dello spirito è un osso”, duro da spolpare cioè da riconoscere. A questo punto si passa a ciò che il filosofo tedesco chiama ragione attiva, sarebbe a dire il momento in cui ci si rende conto che l’unità di io e mondo non è qualcosa di dato e di contemplabile, ma qualcosa che deve venir realizzato. Ciononostante, fintantoché assume la forma di scelta individuale, questo è destinato a fallire, come testimoniano le prossime tre figure. La prima, il piacere e la necessità, è quella in cui l’individuo, deluso dalla scienza, si getta a capofitto nella vita ricercando il proprio godimento. L’autocoscienza cerca allora di opporsi al corso ostile del mondo appellandosi alla legge del cuore, ma che la porta al delirio della presunzione, perché si crede un messia, ma poi si scontra con altri fanatici, presunti portatori del vero progetto di miglioramento della realtà. Perciò vi si oppone con la virtù, un agire oltre ogni immediatezza e inclinazione soggettiva, che però è sconfitta dal corso del mondo, perché si tratta di una lotta tra leggi astratte e realtà concreta. Si può dire finalmente che la ragione non è un “dover essere” ma un “essere per sé, un’individualità reale e per sé e in sé”, anche se ancora astratta e inadeguata, pur potendo raggiungere la propria realizzazione, come dimostrano le seguenti figure. La frase Il regno animale dello spirito e l’inganno significa la dedizione ai propri compiti individuali, atteggiamento classico dei borghesi che scavalcano le ambizioni universalistiche; la ragione legislatrice è la ricerca dell’autocoscienza di leggi valide per tutti, in opposizione alla prima figura; tali contraddizioni la portano a farsi ragione esaminatrice delle leggi, cercandone di assolutamente valide. Tuttavia, sottomettendole al proprio esame, essa è costretta a porsi al di sopra di esse.
Hegel vuol in questo modo farci capire che se ci si pone dal punto di vista dell’individuo, si è inevitabilmente condannati a non raggiungere mai l’universalità, ed è per questo che la ragione “reale” è quella dello spirito e dello Stato, che fondano l’individuo come suo substrato fondamentale.
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