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L'Autocoscienza, che rappresenta la seconda parte della "Fenomenologia dello Spirito", costituisce un momento di particolare importanza della trattazione hegeliana per tre motivi:
1) innanzitutto, non ci si muove più sul piano esclusivamente conoscitivo, ma anche sul piano pratico, infatti vengono introdotte le relazioni con altre autocoscienze;
2) Hegel, d'ora in avanti, inserisce nella sua esposizione dei rimandi e delle esemplificazioni attraverso figure storiche;
3) infine, l'Autocoscienza è la parte della "Fenomenologia dello spirito" che ha ottenuto la maggiore attenzione nel corso del XIX secolo da parte di Marx e nel XX secolo da parte degli esistenzialisti moderni.
La ricerca della certezza di se, che caratterizza l'Autocoscienza, parte dalla vita, che è appetito, e ha come esito il desiderio, da parte dell'Autocoscienza, di essere riconosciuta, ovvero di essere confrontata con altre autocoscienze. Dunque la coscienza di se stessi la si ottiene solo se si è riconosciuti da un altro essere libero e autocosciente. Questo riconoscimento reciproco tra le autocoscienze, però, non può avvenire soltanto sul piano conoscitivo, teoretico; da qui l'introduzione di una dimensione pratica che costituisce ciò che Hegel chiama la lotta per il riconoscimento. Questa lotta si conclude o con la morte di una delle due autocoscienze o con il rapporto di signoria e servitù: è proprio questa la prima figura della seconda tappa della Fenomenologia. Inizialmente soltanto il signore è riconosciuto come indipendente e libero: infatti, egli è tale perchè ha dominato la morte ed è stato disposto addirittura a rinunciare alla vita pur di predominare, ma non è stato disposto a rinunciare alla libertà; il servo, dal canto suo, è stato invece disposto a rinunciare alla libertà pur di conservare la vita. Tuttavia, il progredire dell'autocoscienza passa attraverso la figura del servo, e non del signore, perché diventa centrale la figura del lavoro. Il signore, infatti, ha un'indipendenza fine a se stessa, in quanto finisce per dipendere dal lavoro del servo, il quale è capace di manipolare e imprimere la propria impronta nella materia. Questo processo, chiamato "oggettivazione", fa sì che il servo abbia una forma di libertà più avanzata di quella del signore, poiché la coscienza riconosce di essere altro rispetto alle cose del mondo, e quindi indipendente. Questa forma ulteriore di libertà raggiunta dal servo viene raffigurata da Hegel prima nello stoicismo e poi nello scetticismo, che rappresentano la seconda figura dell'Autocoscienza. Secondo lo stoicismo il saggio, proprio come il servo, è indipendente dal mondo ("ataraxia, aponia"), il quale, però, continua a restare condizionante poiché non viene negato. Con lo stoicismo, dunque, l'autocoscienza raggiunge solo un'astratta libertà interiore. Con lo scettiscismo, invece, il distacco dal mondo si trasforma in negazione del mondo, il quale, non esistendo, non può essere condizionante. Ma lo scetticismo conduce l'autocoscienza all'autocontraddizione, poiché, sebbene neghi il mondo, costringe a vivere come se il mondo esistesse davvero. Questa contraddizione già implicita nella figura dello scetticismo viene resa esplicita in quella che è la terza figura del momento dell'autocoscienza, ovvero la coscienza infelice, che per Hegel non è altro che la coscienza religiosa. In questa figura, in cui troviamo la problematica del rapporto tra finito e infinito del Romanticismo, avviene la scissione tra trasmutabile e intrasmutabile. Il trasmutabile è tutto ciò che vi è di mutevole nella coscienza umana ed è fatto coincidere con l'uomo; l'intrasmutabile, invece, è ciò che vi è di assoluto, di immutabile nella coscienza umana ed è fatto coincidere con un Dio trascendente. Proprio da questa subordinazione dell'uomo a Dio deriva la condizione infelice della coscienza religiosa. A questo punto si giunge alla terza tappa del percorso che compie lo spirito: la Ragione.

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