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L'autocoscienza


Con l’autocoscienza l’attenzione si sposta dall’oggetto al soggetto, cioè all’attività concreta dell’Io, considerato nei suoi rapporti con gli altri. Essa si sviluppa quando la coscienza, grazie all’intelletto, risolve l’intero oggetto in sé stessa, cioè quando l’intelletto diventa consapevole di sé, stabilendo così una serie di figure celebri:

-dialettica servo-padrone: per Hegel l’uomo è autocoscienza solo se riesce a farsi riconoscere da un’altra autocoscienza ed ha, per questo motivo, bisogno degli altri in modo costitutivo. Secondo il filosofo, tale riconoscimento avviene attraverso un momento di lotta tra autocoscienze che si conclude con il subordinamento dell’una all’altra nel rapporto di servo-padrone. Il padrone è colui che per affermare la propria indipendenza ha messo a rischio la propria vita, fino alla vittoria, mentre il servo è colui che ha preferito la schiavitù pur di avere salva la vita. Tuttavia, secondo Hegel, ad un certo punto si ha una paradossale inversione dei ruoli secondo cui il padrone diventa servo del servo (in quanto finisce per dipendere dal lavoro del servo) e il servo diventa padrone del padrone (in virtù del lavoro che svolge). In particolare, tale processo di acquisizione di indipendenza da parte del servo avviene attraverso tre momenti: la paura della morte (con cui l’autocoscienza diventa schiava), il servizio (con cui l’autocoscienza si autodisciplina) e il lavoro (con cui l’autocoscienza si libera).

-stoicismo/scetticismo: quando l’autocoscienza raggiunge questa indipendenza nei confronti delle cose, essa trapassa dialetticamente in un’altra figura, quella dello stoico che celebra l’autosufficienza del saggio. Tuttavia, nello stoicismo l’autocoscienza raggiunge solo un’astratta libertà interiore, così questa figura trapassa dialetticamente ancora una volta nella figura dello scettico che sospende il giudizio rendendosi conto che la verità non può essere trovata. Questo atteggiamento di negatività nei confronti del reale dà all’autocoscienza la misura del suo essere separato tra sé e gli altri, dando luogo ad un’altra figura: la coscienza infelice.

-coscienza infelice: la coscienza scettica dà all'autocoscienza la misura del suo essere separato tra sé e l’altro, trapassando dialetticamente nella figura della coscienza infelice, propria dell’uomo che sente una separazione radicale tra sé e Dio e che non riesce a recuperare il senso dell’individualità alla luce dell’universalità; tale lacerazione genera inevitabilmente infelicità. Questa è la situazione che si genera nella religione dell'ebraismo in cui si trova un Dio trascendente, padrone assoluto della vita e della morte, nonché un Signore inaccessibile. Successivamente, con il cristianesimo tale pretesa è destinata a fallire. Il simbolo eloquente di questo fallimento sono le crociate e il fatto che per i posteri un Dio incarnato risulta sempre e inevitabilmente lontano; quindi anche con il cristianesimo la coscienza continua ad essere infelice. Le manifestazioni di questa infelicità sono tre sottofigure:

-devozione: è quel pensiero a sfondo sentimentale-religioso che non si è elevato al concetto;
-operare: il momento in cui la coscienza cerca di esprimersi nel lavoro, da cui trae il proprio godimento. Tuttavia la coscienza sente il lavoro come frutto di Dio, umiliandosi ulteriormente.
-mortificazione di sé: la negazione dell’io a favore di Dio; l’uomo, con le sue pratiche di umiliazione della carne, pensa di arrivare a Dio ma, in realtà, non fa altro che annientare sé stesso. Tuttavia, il punto più basso toccato dalla coscienza è destinato a trapassare dialetticamente nel punto più alto, quando la coscienza si rende conto di essere lei stessa Dio (soggetto assoluto), diventando ragione.

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