La teoria critica della società

La scuola di Francoforte

All’analisi di Weber, ma con intenti di critica politica estranei al modello weberiano di scienza avalutativa (che non prende posizione politica) si collegano i pensatori della scuola di Francoforte che si costituisce dal 1922 presso il celebre istituto per la ricerca sociale di quella città. I protagonisti di questa corrente di pensiero che raccolse sociologi, letterati e filosofi, sono Horkeimer, Adorno, Marcuse, Bejamin, Habermas, nato nel 1929, l’erede piu prestigioso seppure con posizioni originali e autonome. Nel 1936 Horkheimer fonda la Rivista per la ricerca sociale, organo ufficiale della scuola e rassegna di studi di fama internazionale. Con l’avvento del nazismo il gruppo è costretto a emigrare a New York, ove alcuni suoi membri (MArcuse) hanno continuato a operare anche dopo la fine della guerra, mentre altri (Adorno e Horkheimer) tornavano in patria per riprendere la loro attività. Svolge le sue ricerche in una fase cruciale della storia, segnata dal nazi fascismo, comunismo staliniano (rivoluzione fallita, altra faccia del capitalismo) e dal trionfo della società consumistica occidentale, si devono alcune opere di maggior rilievo del 900: Eclisse della ragione di Horkheimer nel 1947 in America; Dialettica dell’illuminismo, Horkheimer e Adorno nel 1947; L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica del 36 di Benjamin; Eros e civiltà e l’uomo a una dimensione di MArcuse. Sviluppano anche teorie di critica sociale presenti già in Weber, ma hanno anche in Hegel, MArx e Freud dei punti di riferimento. Da Hegel e MArx derivano la tendenza a impostare il discorso sulla società in modo dialettico, andando a cogliere le tendenze contraddittorie insite nel processo storico per sottoporle a critica. Da Freud ereditano gli strumenti per l’analisi dei meccanismi che sono all’origine del comportamento autoritario e della repressione del piacere nell’individuo e nelle masse.

Verso un mondo amministrato

Il tema centrale negli anni 30 e 40 è l’esplorazione del concetto di razionalità, che sta alla base della moderna civiltà industriale. Horkheimer nel saggio del 47 intitolato Eclisse della ragione traccia il profilo del nuovo tipo di ragione di tipo soggettiva o strumentale che risolve il sapere nella tecnica, la verità nell’utilità, generando un’umanità che non si pone mai l’interrogativo sui fini ultimi dell’agire. Questa mentalità per l’autore si coglie nelle filosofie del pragmatismo e neo empirismo che tendono a risolvere la razionalità nella funzionalità. Al contrario, i grandi sistemi del passato (Platone, Aristotele, Scolastica, idealismo tedesco) si interessavano ai fini dell’agire additando nella ragione una ragione oggettiva e universale, il criterio a cui conformarsi. Dialettica dell’illuminismo viene messa a fuoco la contraddizione contenuta nell’essenza della moderna ragione: scienza e tecnica nate come mezzi di emancipazione, diventano fattori terribili di repressione. Sulle orme di Weber per illuminismo non si intende il pensiero del 700, secolo dei Lumi, ma della mentalità pratica che ha portato l’uomo, sin dal razionalismo greco che con Omero e in modo sempre piu drammatico con la società industriale, ha confidato solo nella forza di padroneggia mento della natura. A differenza di Weber, in Horkheimer e Adorno prevale l’interesse per le forme di dominio implicite nell’organizzazione del lavoro capitalistico. L’illuminismo, la civiltà occidentale, partito con l’intento di dominare la natura col sapere scientifico e l’organizzazione del lavoro sociale, ha messo in campo una paradossale forma di auto distruzione, traducendosi in progressivo dominio dell’uomo su se stesso e gli altri uomini.

L’organizzazione scientifica del lavoro e il razionale sfruttamento della natura se da un lato, hanno moltiplicato le ricchezze materiali, dall’altro hanno accresciuto l’infelicità degli individui, sempre piu repressi e sottomessi alle logiche di produzione e consumo. Il prezzo di questa nuova servitu non è solo la perdita della libertà ma anche la negazione del piacere e della felicità. Sia a operaio che al capitano dell’industria moderna, infatti, non è consentito pensare a se stessi e ai propri bisogni, immersi come sono totalmente nei ritmi frenetici del lavoro. Con un atteggiamento simile a quello dell’ascetico capitalista weberiano, l’uomo industriale, dominando la natura, domina anche se stesso, frena la sue passioni, rinuncia al godimento immediato, imponendosi etica del guadagno e del profitto. Il drammatico rovesciamento degli ideali dell’illuminismo è espresso nella Dialettica dell’illuminismo che riporta l’incontro di Ulisse con le sirene. Per ascoltare il loro canto, Ulisse, e allo stesso tempo non subirne le conseguenze nefaste che lo avrebbero persuaso dal continuare il suo viaggio di ritorno a Itaca, si fece legare all’albero della nave, dopo aver tappato con la cera le orecchie dei suoi compagni di navigazione: abile stratagemma per consentire all’eroe di udire il canto ammaliatore delle sirene senza cedere al suo struggente invito. Per Hork. e Adorno il mito di Ulisse narrato da Omero costituisce uno dei primi documenti rappresentativi della civiltà borghese occidentale ed è metafora della sua logica di repressione; sia Ulisse che i marinai, anche in modi diversi a rispecchiare le loro differenze di classe (Ulisse è il signore che fa lavorare gli altri, i compagni sono moderni operai che devono guardare avanti e lasciare stare quel che è a lato) devono reprimere il loro impulso al piacere e seguitare dritti sulla strada del dovere. Rispetto a MArx, a cui pure si ispirano, gli esiti della riflessione dei due pensatori sono pessimistici; con la fine della guerra H si allontana dal marxismo e come scritto ne La nostalgia del totalmente altro riconosce che egli è un illuso, perché pensava che la società dovesse avanzare sulla via della liberazione attraverso la rivoluzione, mentre la realtà storica ha dimostrato che la rivoluzione russa ha accresciuto la schiavitù e che tutte le nazioni sembrano avviate verso il regno del mondo amministrato da tecnica e organizzazione burocratica.
“Giustizia e libertà sono concetti dialettici; quanto piu giustizia, tanto meno libertà quanto piu libertà tanto meno giustizia. Libertà, uguaglianza, fraternità sono parole meravigliose ma se si vuole conservare l’uguaglianza allora si deve limitare la libertà; se si vuole lasciare agli uomini la libertà allora non c’è piu l’uguaglianza” (H). Non a caso l’ultima fase del suo pensiero è data da un’apertura al discorso teologico in cui Dio è concepito non come certezza ma anelito (Sensucht) e una speranza affinchè, nonostante l’ingiustizia nel mondo presente non avvenga che l’ingiustizia sia l’ultima parola e l’assassino trionfi sulla vittima innocente.

Civiltà e repressione

La polemica contro la repressione sociale del singolo ha trovato espressione in Marcuse, uno dei padri piu ascoltati della rivolta giovanile del 68. Eros e civiltà esprime le sue posizioni che operando una sintesi tra MArx e Freud afferma che la civiltà si è sviluppata attraverso la repressione delle passioni e degli istinti, in particolare della ricerca del piacere. A differenza di Freud che riteneva inevitabile e perenne un certo grado di repressione da parte della società, MArcuse osserva che nella nostra civiltà industriale vi è un eccesso di repressione, detta addizionale che deriva dal modo di produzione capitalistico. Il senso della vita viene percepito nel produrre. Questa società concentrata sul lavoro e lo sfruttamento ha ridotto l’uomo a un “essere per la produzione”: il fine della vita umana è posto nella produzione e non nel godimento con gli altri. Aspetto piu drammatico di questo rovesciamento dei valori, che ha comportato la repressione della sessualità e la sua riduzione a fatto procreativo e utilitaristico, è che gli uomini hanno finito per accettare questo stato di cose come naturale. MArcuse qualifica questo processo come “auto repressione da parte dell’individuo represso”. L’eroe esemplare di questa condizione è Prometeo simbolo della ragione scientifica, tecnica e della dedizione al lavoro. Il filosofo addita due vie di salvezza: la prima è affidata all’arte che esprime il desiderio umano di liberazione. L’arte a differenza della ragione è creatività non alienata, espressa nella figura di Orfeo, “la voce che non comanda ma canta” e intuisce “Un ordine senza repressione”. La seconda è ipotizzata in L’uomo a una dimensione dove riprende i motivi di critica alla società tecnologica avanzata che ha defraudato l’uomo della sua creatività, ma individua anche soggetti rivoluzionari negli esclusi dalla società opulenta. Sta a essi compiere il grande rifiuto, una volta che gli operai si sono integrati nel sistema capitalistico; i nuovi soggetti sono reietti ed immigrati, gli sfruttati dalle altre razze, disoccupati e inabili. Sono rimasti fuori dal sistema democratico e si trovano oggettivamente in una condizione rivoluzionaria anche se ancora non lo sanno. Si tratta di far prendere loro coscienza della propria forza rivoluzionaria che estranea alle logiche interne al potere, potrà risultare un giorno decisiva. E’ un’utopia ma MArcuse ritiene che essa sia necessaria e portatrice di un futuro migliore. Aspetto che come ha scritto VAttimo, insieme al mito di una umanità riconciliata anche con la propria sessualità, non è poi da buttar via.

Arte, tecnica e industria culturale

Contro una ragione ridotta a mero strumento di giustificazione dell’esistente alcuni filosofi si rivolgono all’arte, assegnandole la funzione di verità che tradizionalmente era stata riservata alla conoscenza razionale. Il tema dell’arte, la poesia, come via privilegiata per la conoscenza profonda del reale è ricorrente nella letteratura della prima metà del 900. L’estetica di inizio 900, nelle avanguardie artistiche, grazie anche a una concezione ancora romantica dell’artistica come genio sregolato, partecipa del clima di contestazione dell’alienazione della società di massa. E’ una ribellione antiborghese condotta in nome dell’uomo contro la meccanizzazione della vita sociale che distrugge ogni forma di creatività. Su un versante di carattere socio politico si collocano le posizioni di Adorno e Benjamin. Adorno, critico letterario e musicologo oltre che filosofo ha colto la duplicità della condizione artistica nella società capitalistica avanzata; l’arte è parate asservita all’industria culturale che tratta i soggetti come consumatori anche del prodotto artistico, sottomettendoli alla logica dell’economia pianificata che arriva a programmare il tempo del divertimento e della ricreazione degli individui.
La fruizione estetica non ha nulla di creativo; è strumento nelle mani del potere per imporre i suoi valori e modelli di vita e suscitare il consenso con la persuasione occulta. Adorno scorge nell’arte contemporanea e nella musica in cui ha ruolo decisivo la dissonanza, una potente valenza critica nei confronti della società. Denuncia la disarmonia del mondo ed esprime la soggettività represse, la sofferenza per la mancanza di libertà e verità. L’arte assume una funzione positiva, come speranza e anticipazione utopica di una nuova umanità riconciliata con se stessa. L’esperienza dell’arte per Adorno è un’esperienza di verità inquietante che spalanca un orizzonte alternativo al mondo alienato e banalizzato del presente. Una posizione favorevole alla tecnologia moderna viene espressa da Benjamin, esponente di rilievo della scuola di Francoforte morto suicida mentre cercava di sfuggire ai nazisti, in un saggio del 36, intitolato l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Di formazione marxista, vuole demitizzare il prodotto artistico che vede caratterizzato dal valore della sua aura di grandezza e venale. Nell’epoca in cui l’opera d’arte non è riproducibile è circondata da un’aura sacra che l’allontana dalle masse e la rende un bene dal valore economico inestimabile. L’avvento della tecnologia, con la fotografia, fonografia e cinema, renderà un servizio positivo all’arte, dato che consentirà alle masse di accedervi e di divenire spettatori e autori di arte, dato che tutti disporranno di un registratore o macchina da presa. Quello che gli preme è il superamento della tradizionale concezione classicistica dell’arte. Il peso dei tesori che gravano sull’umanità non è automaticamente di tutti noi; lo può diventare solo se si creano le condizioni adeguate. La tecnica può mettere a disposizione del vasto pubblico anche i capolavori del passato; ha denunciato ci limiti della visione umanistica tradizionale e ha intuito l’enorme possibilità che le tecnologia reca anche sul terreno artistico. La sua insistenza sul fatto che l’arte sia a disposizione di tutti esprime un modo nuovo di guardare al fenomeno estetico, che pone l’accento sul momento della ricezione come costitutivo dell’esistenza dell’opera d’arte. Per Benjamin la riproducibilità amplifica il valore espositivo dell’opera, attivandone la valenza politica. “Coi vari metodi di riproduzione tecnica dell’opera d’arte la sua esponibilità è cresciuta in maniera cosi poderosa che la discrepanza quantitativa tra i suoi due poli si è trasformata in cambiamento qualitativo della sua natura: cosi comme nelle ere primitive, col peso assoluto del suo valore culturale, era strumento di magia, che solo piu tardi fu riconosciuto come opera d’arte, oggi, col peso assoluto assunto dal suo valore di esponibilità, l’opera d’arte diventa una formazione con funzioni nuove, delle quali quella di cui siamo consapevoli, artistica, si profila come quella che in futuro potrà venir riconosciuta marginale. LA fotografia e il cinema forniscono spunti fecondi”. LA teoria della perdita dell’aura magica segna la fine del modello 800esco e prefigura la nuova forma d’arte nell’età della tecnica; è annuncio di un evento ineluttabile, destinato a cambiare la natura dell’arte.

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