La scuola di Francoforte

La scuola di Francoforte viene a costituirsi a partire dal 1922 presso il celebre "Istituto per la ricerca sociale" di quella città. I protagonisti di questa importante corrente di pensiero - che raccolse sociologi, letterati e filosofi - sono Max Horkheimer,(1895- 1973), Theodor Wìesengrund Adorno (1903-1969), Herbert Marcuse (1898-1979), Walter Benjamin (1892-1940). Nel 1936 Horkheimer fonda la "Rivista per la ricerca sociale", organo ufficiale della scuola e rassegna di studi di fama internazionale. Con l'avvento del nazismo il gruppo è costretto a emigrare a New York, ove alcuni suoi membri (ad esempio Marcuse) hanno continuato a operare anche dopo la fine della guerra, mentre altri (tra cui Horkheimer e Adorno) tornavano in patria per riprendere l'attività nell'Istituto di Francoforte. Alla scuola di Francoforte, che svolge le sue ricerche in una fase cruciale della storia segnata dal nazi-fascismo, dall'affermazione del comunismo staliniano e dal trionfo della società tecnologica e consumistica dell'Occidente - si devono alcune delle opere di maggior rilievo teorico del Novecento. Tra tutte ricordiamo: Eclisse della ragione, pubblicato da Horkheimer nel 1947 in America; Dialettica dell'illuminismo, scritto da Horkheìmer e Adorno nel 1947; L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (1936) di Walter Benjamìn; Eros e civiltà (1955) e L'uomo a una dimensione (1964) di Herbert Marcuse. Abbiamo ricordato che i francofortesi sviluppano alcune idee di critica sociale già presenti nel pensiero di Weber, ma dobbiamo altresì aggiungere che essi hanno anche altri punti di riferimento, in particolare Hegel, Marx e Freud. Da Hegel e da Marx derivano la tendenza a impostare il discorso sulla società in modo dialettico, nel senso cioè di andare a cogliere le tendenze contraddittorie insite nel processo storico per sottoporle a critica. Da Freud ereditano gli strumenti per l'analisi dei meccanismi che sono all'origine del comportamento autoritario e della "repressione" del piacere nell'individuo e nelle masse.

Horkeimer e Adorno

Il tema centrale della scuola di Francoforte negli anni Trenta e Quaranta è senza dubbio l'esplorazione del concetto di razionalità che sta alla base della moderna civiltà industriale. Horkheimer traccia con grande lucidità il profilo del nuovo tipo di ragione prevalente nella società contemporanea. Si tratta di una ragione soggettiva o strumentale che risolve il sapere nella tecnica, generando un'umanità che non si pone mai l'interrogativo sui fini ultimi dell'agire. Al contrario, i grandi sistemi del passato (ad esempio le filosofie di Platone, Aristotele) si interessavano ai fini dell'agire, additando nella ragione (una ragione oggettiva e universale) il criterio a cui conformarsi. Tali concetti vengono ripresi nell'opera più significativa della scuola di Francoforte, Dialettica dell'Illuminismo, in cui viene messa a fuoco l'incredibile contraddizione contenuta nell'essenza stessa della moderna ragione strumentale: la scienza e la tecnica,nate come mezzi di emancipazione, finiscono per diventare i più terribili fattori di repressione. Adorno ha condotto una rigorosa critica della società borghese su basi hegeliane e marxiste, tenendo ampiamente conto degli apporti forniti dalla psicoanalisi freudiana. In Horkheimer e Adorno è prevalente l'interesse per le forme di dominio implicite nell'organizzazione razionale del lavoro capitalistico. Secondo il loro punto di vista, infatti l'illuminismo, partito con l'intento di dominare la natura attraverso il sapere scientifico e l'organizzazione del lavoro sociale, ha messo in campo una paradossale forma di auto-distruzione, traducendosi in un progressivo dominio dell'uomo su se stesso e sugli altri uomini. In altri tempi, l'organizzazione scientifica. del.lavoro e il razionale sfruttamento della natura se, da un lato, hanno moltiplicato le rìcchezze matariali, dall'altro hanno accresciuto l'infelicità degli individui, sempre più repressi e sottomessi alle logiche della produzione e del consumo.

Il prezzo di questa nuova servitù non è soltanto la perdita di libertà ma.anche la negazione del piacere e della felicità Sia all'operaio che al capitano dell'industria moderna,infatti, non è consentito pensare a se stessi e ai propri bisogni, immersi come sono totalmente nei ritmi frenetici del.lavoro. L'uomo industriale., dominando la natura, domina anche se stesso, frena le sue passioni, rinuncia al godimento immediato, imponendosi un'etica del guadagno e del profitto. Questo drammatico rovesciamento degli ideali dell'illuminismo è espresso in uno dei capitoli più suggestivi della Dialettica dell'illuminismo, quello dedicato all'incontro di Ulisse con le sirene(v. il XII libro dell'Odissea). Come è noto, l'Ulisse omerico, per ascoltare il canto delle-sirene senza, però, subirne le conseguenze nefaste che l'avrebbero dissuaso dal continuare il suo viaggio di ritorno ad Itaca, si fece legare all'albero della nave, dopo aver tappato con la cera le orecchìe dei suoi compagni di navigazione: abile stratagemma per consentire all'eroe dì udìre il canto ammaliatore delle sirene, senza cedere al suo struggente invito. Secondo Horkheimer e Adorno il mito di Ulisse narrato da Omero sostituisce uno dei primi documenti rappresentativi della civiltà borghese occidentale ed è metafora.della-sua-logica di repressione. Infatti, sia Ulisse sia i marinai, anche se in modi diversi quasi a rispecchiare le differenze di classe (Ulisse è il signore che fa lavorare gli altri, i compagni di viaggio sono immagine, dei moderni operai che «freschi e concentrati, [ ... ] devono guardare in avanti e lasciare stare tutto ciò che è a lato»), devono reprimere il loro impulso al piacere e seguitare dritti sulla strada del dovere.


Marcuse

La polemica contro la repressione sociale dell'individuo ha trovato la sua espressione più alta in Herbert Marcuse, uno dei padri della rivolta giovanile del Settantotto. Marcuse operò una felice sintesi tra Freud e Marx,affermando che la civiltà si è sviluppata attraverso la repressione delle passioni e degli istinti in particolare della ricerca del piacere. A differenza tra Freud, che riteneva inevitabile e, quindi, perenne un certo grado di repressione da parte della società, Marcuse osserva che nella nostra civiltà industriale vi è un eccesso di repressione (una repressione addizionale ) che deriva dal modo di produzione capitalistico. Questa società incentrata sullo sfruttamento ha ridotto l'uomo a un «essere-per-la-produzione»: ciò significa che il fine della vita umana è stato posto nella produzione anziché nel piacere e nel godimento insieme agli altri. L'aspetto più drammatico di questo rovesciamento dei valori, che a comportato di conseguenza la repressione della sessualità e la sua riduzione a puro fatto procreativo (e, dunque, utilitaristico), è che gli uomini hanno finito per accettare questo stato di cose come naturale. Marcuse qualifica tale processo come «autorepressione da parte dell'individuo represso». L'eroe esemplare di questa condizione dell'Occidente è Prometeo, simbolo della ragione scientifica, della tecnica e della dedizione al lavoro.

Il filosofo addita due vie di salvezza. La prima è affidata all'arte, che esprime il desiderio umano di liberazione. L'arte, a differenza della ragione che è repressione, è creatività non alienata. La seconda soluzione è ipotizzata da Marcuse in un altro famosissimo libro, L'uomo a una dimensione (1968), ove riprende i motivi di critica alla società tecnologica avanzata che ha defraudato l'uomo della sua creatività, ma contemporaneamente individua nuovi soggetti rivoluzionari negli esclusi dalla società opulenta. Sta ad essi compiere il grande rifiuto, una volta che gli operai (i tradizionali soggetti rivoluzionari di Marx) si sono integrati nel sistema capitalistico. I nuovi soggetti rivoluzionari di Marcuse sono i reietti e gli immigrati, gli sfruttati delle altre razze, i disoccupati e gli inabili. Essi sono rimasti fuori dal cosiddetto sistema democratico e, dunque, vengono a trovarsi in una condizione oggettivamente rivoluzionaria, anche se nn lo sanno ancora.


Benjamin

Una posizione sostanzialmente favorevole alla tecnologia moderna viene espressa, invece, da Benjamin, esponente di rilievo della scuola di Francoforte morto suicida mentre cercava di passare dalla Francia in Spagna per sfuggire ai nazisti. Di formazione marxista, a Benjamin sta a cuore in particolare la demitizzazione del prodotto artistico, che egli vede caratterizzato da un doppio convergente valore: quello collegato alla sua aura di grandezza e quello venale. Nell'epoca in cui l'opera d'arte non è riproducibile, essa è circondata da un'aura di superstiziosa sacralità che l'allontana dalle masse e la rende un bene dal valore economico inestimabile. L'avvento della tecnologia, ad esempio con la fotografia, la fonografia e il cinema, renderà un servizio positivo all'arte, in quanto consentirà alle masse di accedervi e, cosa ancora più importante, di divenire al tempo stesso spettatori e autori di arte, dal momento che tutti potranno disporre di un registratore o di una macchina da presa. Quello che gli preme è il superamento della tradizionale concezione classicista dell'arte. La tecnica, a suo avviso, può operare in questa direzione, mettendo a disposizione del vasto pubblico anche i capolavori del passato. Con grande lungimiranza, Benjamin ha denunciato i limiti della visione umanistica tradizionale e ha intuito l'enorme possibilità che la tecnologia reca in sé anche sul terreno artistico. La sua insistenza sul fatto che l'arte sia a disposizione di tutti esprime altresì un modo nuovo di guardare al fenomeno estetico, che pone l'accento sul momento della ricezione come costitutivo dell'esistenza stessa dell'opera d'arte. Secondo Benjamin, la riproducibilità amplifica il «valore espositivo» dell'opera, attivandone una valenza nuova, quella politica.

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