Nietzsche

Nietzsche divenne insegnante di filologia classica all’università di Basilea. Nella prima fase della sua vita i suoi incontri importanti furono la lettura dell’opera di Schopenhauer di cui condivide la prognosi (disordine) non la cura (fuga). L’altro incontro importante è l’amicizia con Wagner e vedeva e in lui il possibile emblema dell’opera di rinnovamento, ripresa della cultura classica della tragedia. Con la musica lo vedeva come il rinnovatore della cultura classica, quella di carattere dionisiaco dal suo punto di vista
Poi si distacca da entrambi perché la interpreta come legata al romanticismo e come nostalgia al cristianesimo, come un connotato di rinuncia, rassegnazione.
Dopo dieci anni di insegnamento ha disturbi e quindi vagabonda alla ricerca di un posto dove cerca salute.
Ha un difficile rapporto con la madre e la sorella ed è interessante la battuta in cui dice che l’unica accettazione dell’eterno ritorno sono mia madre e mia sorella.

Dopo un’intensa attività letteraria piomba nella pazzia a Torino, dove c’è l’episodio in cui cerca di salvare un cavallo dalle percosse del padrone.
Quando lui non era più in grado di capirlo le sue opere cominciarono a avere successo.

Le edizioni delle opere

La prima che si occupò di produrre una edizione globale delle opere fu la sorella che lo gestì fin che era malato, ma poi anche la sua eredità letteraria. Insieme a Gast pubblicò degli appunti inediti che verranno dati alle stampe con il titolo La volontà della potenza. La raccolta pur essendo frutto di un arbitrio editoriale fatto dalla sorella, è importante perché buona parte della cultura del ‘900 fece le esperienze a partire da questo testo.

La seconda edizione delle opere complete è la Musarion Ausgabe, che risulta più attenta all’ordine cronologico degli scritti sia editi che inediti.

Filosofia e malattia

Per un certo periodo da parte di chi si sentiva attaccato da Nietzsche, è stata coniata l’equazione che la filosofia di un malato è una filosofia malata. Quindi si attribuiva alla malattia la filosofia o la filosofia alla malattia.
In seguito la situazione è mutata e in taluni settori della critica si tende a valorizzare che la malattia è una condizione privilegiata per la conoscenza in quanto vede dalla sua condizione le ingannevole magie dove nuota la vista dell’uomo sano. Con il dolore ci si disincanta. Questo lo sosteneva anche Nietzsche.

Quindi non c’è rapporto tra la sua filosofia e la sua malattia.

Nazificazione e denazificazione

Per un certo periodo è andata in voga l’idea che Nietzsche fosse un padre spirituale del nazismo, un proto nazista. Per Nolte, senza Nietzsche non sarebbe spiegabile il nazismo come il movimento operaio non sarebbe spiegato senza Marx.
Questa lettura è stata agevolata dalle operazioni della sorella Elizabeth, che ha contribuito a diffondere l’immagine di Nietzsche come teorico e propugnatore di una palingenesi reazionaria dell’umanità. La sorella con la raccolta di testi inediti, ha contribuito a darne un’immagine di un fautore del cambiamento dell’umanità caratterizzata dal superuomo.
Elisabeth falsificò parte dell’epistolario del fratello e scrisse di suo pugno l’opera La volontà di potenza, sulla quale tutta Europa studiò le tesi di Nietzsche. È però sbagliato imputare ad Elisabeth gli echi di ideali antidemocratici ed antiegualitari.
Per contro, negli ultimi decenni, si è voluta dare all’opera del filosofo una lettura progressista, “da sinistra” avvicinandolo addirittura a Marx, come liberatore dell’umanità da Dio, dalla morale, etc.
Oggi si è giunti a sostenere che la lettura di Nietzsche in senso politico è comunque sbagliata, concedendo che, nelle opere pubblicate ed inedite del filosofo, sono effettivamente presenti echi reazionari che favoriscono una lettura “da destra”.

Caratteristiche del pensiero e della scrittura di Nietzsche

Ogni scritto ha avuto un suo stile poiché in Nietzsche c’è stato lo sperimentalismo di varie forme. Nietzsche è un geniale poligrafo in cui si alternano generi e stili diversi . Negli scritti giovanili è ancora legato alla forma accademica del saggio e del trattato.

Nella seconda fase c’è la forma dell’aforisma che è un frammento, una scheggia, che è come una figura in bassorilievo e cioè da solo una parte e poi l’altra va aggiunta. Quindi dice che l’aforisma va ruminato, interpretato e questa forma lo rende di non facile interpretazione.
I testi anti cristiani ricalcano il modo di scrivere dei Vangeli cioè di una scrittura profetica, allusiva e questo paradossalmente in un testo anticristiano.
Infine gli scritti assumono un tono personale e di invettiva polemica, come in Come si filosofa col martello.

I diversi stili hanno in comune che sono scritti esistenziali e quindi paradossalmente può essere paragonato a Kierkegaard secondo cui ci si deve concentrare sull’esistenza.

Altro tratto caratteristico degli scritti nietzschiani è l’anti-sistematicità dell’esposizione: è anti sistematica perché nel sistema vede il tentativo di catturare la realtà in una forma stabile, immutabile. Per lui invece la realtà è divenire, caos, che non può essere catturato in una forma e così rifiuta di bloccare il divenire in una forma stabile. La rete è bucata da una realtà in divenire.
Questo è anche una motivazione che giustifica il fatto che i suoi scritti siano di difficile interpretazione, perché sono spunti che vanno ruminati.

Fasi o periodi del filosofare nietzscheano

Il pensiero di Nietzsche è volto a mettere in discussione tutte le certezze del passato – pars destruens. Egli però non si limita a negare tutto ciò che l’ha preceduto, delinea un nuovo tipo di umanità, quella del superuomo o oltreuomo – pars construens.

Perfino sui periodi della filosofia di Nietzsche non c’è una scansione unica. C’è la fase giovanile, quella intermedia, la fase di Zarathustra e per qualcuno ci sarebbe anche una quarta fase.
Anche per i frammenti inediti ci sono differenze interpretative.
Quindi ci sono visioni diverse perche ha un pensiero nomade che si presta a diverse interpretazioni tra le più diverse.

Nascita della tragedia

La nascita della tragedia dallo spirito della musica è un’opera che Nietzsche scrive in qualità di filologo ma in un ottica tipicamente filosofica. Intendeva dare una interpretazione della nascita della tragedia che andava ben oltre la questione meramente filologica, ossia con un’ottica filosofica.

Il tema centrale dell’opera è la distinzione tra apollineo e dionisiaco. In termini pre freudiani si potrebbero tradurre come la ragione e l’es, cioè la parte dell’istinto. Sono gli impulsi che stanno alla base della tragedia greca, dell’arte greca in generale, am anche dello spirito greco, del sentire greco.
Apollineo e dionisiaco hanno tutta una serie di sottocopie, la più importante delle quali è Apollo, dio della ragione, della sapienza, della razionalità e Dioniso, il Bacco latino, che è il dio dell’ebbrezza, della gioia, della danza, dio del furore orgiastico cioè del mondo degli istinti.
Per lui questi due impulsi sono alla base sia dell’arte greca che dello spirito greco più in generale.
L’aspetto originale di Nietzsche non sta nel fatto di aver sottolineato queste due diverse divinità, non è una novità sua; il punto è che lui vede la grecità in maniera opposta rispetto alla tradizione: la grecità sarebbe contrassegnata dal trionfo degli elementi dell’apollineo, della limpidezza,della serenità. Nietzsche rompe con questa immagine tradizionale neoclassica perché ritiene che l’impulso originario greco sia asiatico (cioè il culto dionisiaco aveva origini asiatiche). I greci originariamente hanno colto il dramma della vita, la sua caoticità, tragicità e su questa piattaforma dionisiaca hanno cercato di trasformare questa assurdità del divenire caotico del mondo in un mondo definito, armonico, equilibrato, perfetto che è rappresentato dalla visione apollinea.

Quindi l’apollineo è un tentativo di trasformare il caos nella forma. Ma originariamente la visione di base è dionisiaca. Su una base dionisiaca nasce l’apollineo cioè il tentativo di trasformare l’assurdo, il caotico in qualcosa di armonico che ci renda in grado di sopportare la vita (lotta, distruzione, disordine) e allora ecco la creazione dell’apollineo.
L’apollineo viene secondariamente come tentativo di sublimare il caos nella forma. Questo spiega anche l’origine degli dei greci, per sopportare il dolore. Originariamente il mondo greco era dionisiaco ma dall’impatto insopportabile con questa realtà confusionale ecco il tentativo di trasformare il caos nella forma.
Coppie di opposte: forma-caos → la forma sta nell’apollineo e il caos nel dionisiaco
stasi-divenire → la stasi sta nell’apollineo e il divenire nel dionisiaco
finito-infinito→ il finito sta nell’apollineo e l’infinito nel dionisiaco
sogno-ebbrezza
luce-oscurità
serenità-inquietudine

I due aspetti quindi vanno al di là dell’arte, designano due modi di approcciarsi al mondo, di vedere il mondo.

Tornando all’arte i due impulsi in un primo momento erano separati e davano origine a forme d’arte diverse, poi con Eschilo e Sofocle si fondono dando origine alla tragedia che è fusione.


Con Euripide inizia la tragedia nel senso di disastro perché inserisce considerazioni moralistiche nella tragedia, ma la colpa è di Socrate perché Euripide rappresenterebbe la traduzione tragica del pensiero socratico. Quindi quel miracolo che aveva dato origine a una sintesi tra dionisiaco e apollineo viene meno perché nel mondo greco trionfa l’apollineo fino quasi a distruggere l’elemento dionisiaco. La colpa sarebbe di Socrate perché viene interpretato come il filosofo che avrebbe esaltato la ragione a scapito degli istinti. Avrebbe enfatizzato quel pallido ideale che secondo Nietzsche è rappresentato dalla ragione.
La responsabilità sarebbe di Socrate interpretato soprattutto in chiave platonica che in nome della ragione tende a comprimere gli istinti. Questo segna la decadenza della cultura occidentale nel suo complesso, non solo della tragedia in Euripide. Tutto l’occidente è segnato dalla vittoria dello spirito apollineo, teoretico socratico platonico rispetto a quello dionisiaco cioè la vittoria dell’uomo della ragione sull’uomo degli istinti, dell’uomo che dice no alla vita rispetto a quello che dice sì.

La proposta che emerge in Nietzsche, anche in contrapposizione a Schopenhauer, è quindi quella di esaltazione e celebrazione della vita. Accettazione della vita che va oltre all’ottimismo e al pessimismo, perché il pessimismo è quello dei rinunciatari e dei falliti di fronte alla tragedia, al dolore, al caos (=fermate il mondo voglio scendere). Ma anche l’ottimismo non toglie le profondità tragiche dell’esistenza che è contraddistinta da opposti come vita morte, gioia dolore. Quindi l’ottimismo è una forma di pensiero superficiale. Non si tratta di dire che tutto va bene perché il mondo è fatto di aspetti orridi, è raccapricciante, caotico, c’è guerra, dolore.

Non si tratta di essere ottimisti e neanche pessimisti. Si tratta di andare oltre.
Rispetto a Schopenhauer ne condivide la diagnosi, cioè la visione del mondo, l’essenza caotica del mondo, ma non condivide la terapia cioè si oppone totalmente a quello che è secondo Nietzsche è un no alla vita perché Schopenhauer propone la noluntas, l’ascesi, cioè il fuggire che è la risposta di tutta la morale tradizionale ascettica.
Invece Nietzsche, che si presenta come un discepolo di Dioniso, propone un’accettazione entusiastica della vita in tutte le sue componenti positive e negative. Si propone come discepolo di Dioniso perché vede in lui il simbolo del dio che dice sì alla vita in tutte le sue dimensioni (si immerge nel caos gioiosamente) e non che fugge. Non rinuncia, non fugge e quindi si può dire che condivide la diagnosi ma non la terapia, la fuga. Si alla vita. Dioniso è il simbolo del si alla vita, dell’accettazione entusiastica della vita.

Le passioni di cui Dioniso sarebbe l’incarnazione, che dicono sì alla vita: l’orgoglio, la gioia, la salute, l’amore dei sessi, la volontà di potenza, la riconoscenza verso la terra e la vita (contro chi promette ultraterrene speranze).

La sua speranza del Nietzsche giovane è quella che possa rinascere una cultura di tipo tragico greco, incentrata sull’arte e in particolare sula musica (il suo idolo dell’epoca è Wagner) per riprendere l’ideale dionisiaco rispetto alla vittoria della linea socratico platonica e cioè lo spirito teorico razionalistico. Quindi Wagner rappresenta uno dei possibili rinnovatori della cultura di stampo tragico.
Dopo pochi anni abbandonerà Wagner perché anche in lui vedrà un’opera nostalgicamente orientata verso il cristianesimo e quindi una espressione dell’atteggiamento della rinuncia, della fuga, non dell’accettazione della vita.
Però in questo momento Wagner e Schopenhauer rappresentano i due maestri ai quali ispirarsi.

Scrive quattro considerazioni inattuali e le chiama così perché sono una forma di critica alla cultura contemporanea e quindi le ritiene del tutto inattuali. La cultura contemporanea è caratterizzata dagli aspetti negativi perché non tragica dionisiaca.
In quelle rivolte a Strauss ne parla malissimo, mentre in quelle di Wagner e Schopenhauer li rietiene coloro a cui rifarsi.
La più nota è la seconda, che si intitola Sull’utilità e il danno della storia per la vita cioè vuol far notare quelli che sono gli aspetti dannosi e quelli utili della storia per la vita.
L’aspetto più noto è quello della critica alla “saturazione di storia”, l’eccesso di storia, quello che diventa una malattia, un peso eccessivo perché l’eccesso di storia è come mettersi delle pietre sulla schiena e non si riesce più a camminare cioè l’eccesso di storia indebolisce le potenzialità creatrici. Diventa una malattia che ti impedisce di camminare, di andare avanti, vivere il presente e progettare il futuro.
Specificamente perché ci si rende conto di essere pigoli cioè tutto quello che poteva avvenire o tutto quello che si poteva fare è stato fatto. Quindi non ci può essere più nulla di nuovo sotto il sole. Che senso ha impegnarsi per qualcosa che non può portare nessuna novità. Che senso ha impegnarsi per qualcosa che è provvisorio, caduco, passeggero. Questa è la malattia storica.
Hegel vedeva lo stesso perché vedeva la storia come lo spirito del mondo rispetto il quale l’individuo non può cercare di modificare, ma deve solo adeguarsi. Perfino i grandi eroi sono solo degli strumenti. Quindi imputa ad Hegel di aver idolatrato il fatto storico, la potenza della storia in modo da fare dell’uomo il risultato di un processo necessario e quindi un soggetto che non può far altre che calare il capo, adeguarsi alla storia. L’uomo è in balia del passato e non riesce a vivere il presente e soprattutto non può creare qualcosa di nuovo per il futuro.
Ecco che l’eccesso di storia diventa qualcosa di negativo.

Per agire, oltre che per essere felici, ci vuole l’oblio. Tuttavia, anche se non c’è felicità o azione nel presente se non c’è oblio, non vuol dire che la storia sia sempre e solo dannosa, ma c’è anche un’utilità della storia per la vita purché la storia non venga vista come una disciplina asettica, neutrale, che si erge di fronte all’uomo come una scienza pura, di carattere oggettivo, ma che la storia venga vista in riferimento alla vita, cioè in senso che la storia possa essere vista come utile all’uomo.
Ci sono tre tipi di storia in relazione a tre tipi di uomo, di istanze umane, perché la storia appartiene all’uomo ed è untile all’uomo sotto tre aspetti diversi.


L’uomo è attivo e ha aspirazione, preserva e venera, soffre e ha bisogno di liberazione. A questi tre rapporti corrispondono tre tipi di storia.
→La storia serve all’attivo e al potente che vuole realizzare qualcosa di grande, che ha bisogno di modelli e maestri. Se non li trova nel presente li va a cercare nel passato e in questo senso serve perché se nel passato fu possibile una certa azione vuol dire che sarà possibile anche nel presente. Quindi il modello garantisce la fattibilità di un progetto, di un’azione anche di una certa maestosità.
→La storia serve poi a chi custodisce e venera in quanto paga il debito di riconoscenza verso dio perché si coglie come frutto, come erede di una tradizione che lo giustifica, che dà senso alla sua esistenza. Non siamo arbitrari e fortuiti perché siamo l’anello di una catena che ci giustifica e quindi si paga il debito di riconoscenza per la nostra esistenza. Ci collochiamo in una continuità storica, in una tradizione. La tradizione poi viene trasmessa ai posteri. Chi preserva e venere finisce non per possedere il patrimonio, ma piuttosto a essere posseduto da questa tradizione. Così ci si garantisce una sopravvivenza ultraindividuale, non nel senso di vita eterna, ma che la nostra caduca e peregrina vita viene garantita dalla continuità della tradizione storica e quindi ci permette di sopravvivere alla nostra morte. La degenerazione è quella che lui chiama “furia collezionistica ” per cui si collezionano tutti i fatti del passato, della tradizione.
Anche quando non c’è questa degenerazione ci sono dei rischi: si tende a assolutizzare il passato e quindi si sottovaluta il nuovo. Chi si approccia in questo modo alla storia è capace di conservare la tradizione. Se qualcosa è diventato vecchio genera la pretesa che debba essere immortale, intangibile, diventa una reliquia che va preservata e in questo senso rompere col passato significa fare un sacrilegio. Se gli aspetti del passato diventano quasi sacri, ogni atto che tende a innovare diventa sacrilego, temerario e scellerato.
→La storia serve infine per chi soffre e ha bisogno di liberazione, chi sente il passato come un fardello rispetto a cui bisogna avere la forza di rompere, tagliare, per costruire qualcosa di nuovo, per poter vivere. Non è la giustizia che giudica il passato, ne la clemenza, ma la vita con le sue passioni, con la volontà di potenza.
Il rischio di questo tipo di storia è che essendo il risultato del passato, siamo condizionati dai suoi traviamenti. Si può decidere di tagliare con una certa tradizione ma comunque si deriva da essa, da tutti i suoi aspetti positivi o negativi che siano.

Ognuno dei tre tipi di storia ha la sua utilità; Nietzsche è per la storia critica perché bisogna avere il coraggio di rompere con il passato per potersi rifare da capo.

Non parliamo delle ultime due inattuali dedicate a Wagner e a Schopenhauer.

Periodo illuministico

Il secondo periodo è quello illuministico e le opere sono Umano troppo umano, Aurora, La gaia scienza, caratterizzate dalla scrittura aforistica; abbandona il saggio e c’è l’avvento della scrittura aforistica.
Periodo illuministico perché viene valorizzata la scienza cioè non è più esaltata l’arte ma il filosofo educato ai valori della scienza, la scienza in contrapposizione all’arte. Nietzsche diventa illuminista (tanto è vero che dedica la prima edizione di Umano troppo umano a Voltaire) non perché abbia la fiducia illuministica del tutto acritica nella ragione o nel progresso, quella che aveva nel suo periodo anche il positivismo, ma la scienza viene intesa da lui non come scienza particolare (fisica, chimica..) ma come metodo di pensiero in grado di sgravare l’umanità dalle tenebre del passato.
Il metodo di pensiero che lui chiama scienza consiste in un procedimento critico, cioè la regola fondamentale di indagine è il sospetto (costa sta sotto).
Poi si concretizza anche per il metodo storico genealogico (fare la genealogia vuol dire andare a cercare l’origine di qualcosa) perché l’idea di fondo è che non resistono realtà immutabili, ma ciascuna realtà, a partire da dio, è l’esito di un processo che va ricostruito, di cui va colta l’origine storica. Non ci sono realtà con valore immutabile. Per realtà si intendono i valori religiosi, metafisici, morali. Quindi sono fatti creati dall’uomo.
Se io ricostruisco l’origine di un’idea, ad esempio quella di dio, non ho bisogno di dimostrare che dio non esiste perché ho fatto vedere che è un costrutto umano.
Il metodo storico genealogico poi Nietzsche lo chiama con un noto aforisma,la chimica delle idee e dei sentimenti. Fare la chimica vuol dire ricostruire i composti per arrivare ai componenti, facendo vedere dal punto di vista di Nietzsche che gli atteggiamenti scaturiscono dal loro opposto, in particolare l’altruismo scaturisce dall’egoismo, e in particolare si tratta di scorgere le radici umane troppo umane dei valori cosiddetti assoluti (umane troppo umane vuol dire che sono aspetti creati psicologicamente dall’uomo) . Quindi riconduce le idee e i sentimenti alle loro radici umani e scomporle nelle loro componenti. Come il sepolcro imbiancato che non dà l’immagine di quello che c’è dentro cioè putrefazione. Occorre una chimica delle idee e dei sentimenti morali, religiosi, estetici che mostri come i colori più magnifici derivino da materiali bassi e cioè impulsi e interessi di carattere egoistico. Come Marx riconduce l’ideologia agli interessi materiali, come Freud riconduce tutti gli aspetti umani a impulsi sessuali, così Nietzsche ritiene di decomporre i vari sentimenti morali, estetici, religiosi, nei componenti di base che sono impulsi, interesse di carattere egoistico e anche la volontà di sopraffare l’altro.
Riconducendole a un valore umano elimina la pretesa di avere un valore assoluto.
I concetti in cui si incarna la filosofia di questo periodo illuministico sono lo spirito libero, che è l’uomo che si è liberato dalle menzogne, errori del passato e dopo essersi liberato dalle tenebre degli errori del passato inaugura una filosofia del mattino vista come la possibilità di creare liberamente dei valori senza adeguarsi alle certezze del passato spacciate per Nietzsche come valori assoluti.

Annuncio della morte di Dio

Per dio Nietzsche ha due accezioni: quella particolare è legata alla visione che Nietzsche ha del dio cristiano, la visione per cui di rappresenterebbe ogni prospettiva in un oltre mondo contrapposto a questo mondo. In questo senso dio rappresenterebbe un no alla vita, una rinuncia alla vita. Ma per la tematica della morte di dio il significato da tener presente è quello più generale secondo cui dio rappresenta il simbolo di tutte le certezze di carattere religioso, metafisico morale, che l’umanità si è creata per dare un senso al mondo e alla vita che conforti. Di fronte a un mondo crudele, senza senso, gli uomini hanno dovuto costruirsi una visione per cui il mondo è qualcosa di benefico, provvidenziale, per sopportare un impatto altrimenti insopportabile con il mondo. Dio è nato per esorcizzare un mondo che danza nei piedi del caso. Quindi dio è il simbolo di tutte le menzogne vitali, delle menzogne che l’umanità ha creato per sopportare una realtà che di per sé è caotica. È la nostra più antica bugia creata per dare un senso a ciò che non ha senso, per rendere apollineo ciò che è dionisiaco, per rendere eterno ciò che non lo è.
Dio rappresenta tutte le certezze metafisiche, morali, religiose che l’umanità si è creata cioè va al di la della visione cristiana, ha una accezione molto più vasta.
Se il mondo è quello che è cioè un mondo ateo di per sé perché è la realtà stessa a confutare l’idea di dio, non c’è bisogno di dimostrare che dio non esiste, lo dimostra la realtà quindi la coscienza di vivere in un mondo ateo è così radicalizzata da far si che è inutile dimostrare che non esiste. Per cui dimostra come è stata forgiata l’idea di dio e poi la sua morte.
Se si è evidenziata l’origine dell’idea di dio (umana) la si è già decostruita, perché se hai fatto emergere che dio è un costrutto umano non serve dimostrare che non esiste. Pagina 15

Avvento del superuomo

C’è una relazione tra morte di dio e avvento del superuomo. La morte di dio è un trauma per l’uomo, un uomo che non è ancora diventato superuomo. Morte di dio = avvento del superuomo perché solo chi ha coraggio di decretare la morte di dio è pronto per diventare superuomo nel senso che lui ha dietro di sé come condizione per sorgere la morte di tutte le certezze metafisiche ed ha così di fronte a sé la filosofia del mattino cioè la possibilità di progettare liberamente l’esistenza perché non ci sono più valori su cui basarsi.
Pagina 17.
Per il superuomo la morte di dio è una liberazione, una condizione necessaria per la sua esistenza. Per l’uomo è un trauma.
Ma la morte di dio è una persuasione filosofica una presa d’atto di ciò che sta avvenendo? È un pò tutte e due perché è una presa d’atto storica ma certamente in ogni caso una teoria condivisa da N perché l’uomo può diventare superuomo quando sono morti tutti gli dei cioè se ci fosse ancora dio non ci sarebbe spazio per un superuomo che istituisce liberamente valori altrimenti bisogna obbedire ai valori che dio incarna. Nella misura in cui dio non c’è più il superuomo progetta i valori. Se c’è dio l’uomo si adegua ai valori che dio incarna.
Tra morte di dio e avvento del superuomo c’è un rapporto biunivoco nel senso che da un lato la morte di dio può essere accettata solo da colui che diventa superuomo (non l’uomo che prova sgomento) e dall’altro lato solo la morte di dio consente / è il presupposto per l’avvento del superuomo

Nietzsche nel suo ateismo vuole essere così radicale da criticare anche i surrogati di dio di cui l’uomo ha bisogno.

Storia di un errore

Il platonismo è l’invenzione della metafisica, che ha creato Platone: il nostro è un mondo apparente e quello vero è il mondo delle idee. Nietzsche fa una storia della filosofia riassunta nel senso di come nella filosofia si è giunti al tramonto del platonismo. Vediamo come in sei tappe c’è stata la storia di un errore (errore perché per Nietzsche c’è solo un mondo, quello in cui viviamo).

Così parlò Zarathustra

È la terza fase della sua filosofia che inizia dove finisce la filosofia del mattino. Con la scomparsa del mondo vero scompare anche il mondo apparente. Inizia la filosofia del mezzogiorno.
Altra rivoluzione di Nietzsche che scrive un poema in prosa (pensiero poetante) con tono profetico che rendono il testo di difficile interpretazione.Nietzsche sceglie Zarathustra antica religione.Il superuomo, che in Italia venne tradotto e volgarizzato da D’Annunzio, va interpretato in senso filosofico ed è il progetto di un uomo nuovo che sono i temi di fondo della filosofia di Nietzsche (pagina 20). Il termine sta nell’orizzonte del futuro e per questo Vattimo ha proposto di sostituire la tradizionale tradizione con quella di oltreuomo così si indica che è un altro uomo, diverso da quello conosciuto finora, un uomo radicalmente diverso da quello che conosciamo. Superuomo come oltre uomo, un uomo nuovo, più che si imponga. Quindi il primo messaggio è fedeltà alla terra, fedeltà al corpo. Il corpo non è più la tomba in senso platonico, ma tutto quello dell’uomo.
È una espressione di umanità liberata oppure no? Se letto in senso politico può essere letto da sinistra? Dal punto di vista politica il superuomo di Nietzsche presenta connotati reazionari perché non è una realtà che riguardi tutta l’umanità ma solo un’elite di individui superiori. Non si può leggere da sinistra perchè non pensa a un’umanità di superiori. Il termini è egregio cioè colui che sta fuori dal gregge. Il superuomo è una tappa che non possono raggiungere tutti, è elitario, che possono raggiungere pochi.
Quindi in realtà non va letto politicamente che si scaglia contro tutte le politiche del tempo, ma come un concetto filosofico che incarna i messaggi elencati. Ma se lo dobbiamo leggere politicamente non ha carattere progressista ma reazionario e questo spiega perché si sia potuto fare di Nietzsche precursore del nazismo. Quindi è progressista: ci sono espressioni molto forti in senso antidemocratico.

L'eterno ritorno

L’idea di una storia lineare, di linearità del tempo è di S. Agostino. Il passato è eterno e quindi ognuna delle cose che possono camminare cioè il futuro, non dovrà già essere accaduto visto che il passato è eterno?
Il serpente è una cosa ripugnante quindi l’uomo è l’uomo che non riesce a sopportare l’eterno ritorno e invece il superuomo riesce a vincere il pensiero dell’eterno ritorno, un aspetto entusiastico. Quindi un superuomo prova accettazione entusiastica all’eterno ritorno. Dal punto di vista cosmologico si riprende una visione ciclica del mondo cioè una visione tipica del mondo ariano indoeuropeo. Ma cosa intende nice con questo? Sono state fatte varie ipotesi perché un discorso di difficile interpretazione. L’aspetto polemico è che significa rifiutare la concezione lineare del tempo perché in questa concezione in cui ognuno ha senso grazie a uno successivo non c’è felicità perché si vive in funzione del momento successivo e quindi nessun momento ha funzione sua ma qualcosa di interiore. Nessun momento viene vissuto come pieno ma in funzione di un ulteriore momento.
Ritenere che il senso dell’essere non stia fuori del mondo, ma il senso dell’essere sta nel nostro mondo non in un oltre irraggiungibile. Il senso dell’essere sta nell’essere e quindi bisogna vivere la vita come qualcosa che ha pienezza di significato e si realizza la felicità. Può farlo non l’uomo come lo conosciamo nell’occidente che vive l’esistenza come una scissione che proietta la vita come in un oltre mondo. Chi è in grado di vivere questa divisione è il superuomo che vive la ivta non in funzione del futuro ma appagante in ogni momento.

Critica alla morale

L’ultimo Nietzsche compre le ultime opere edite e in quest’ultima parte critica la morale e il cristianesimo cioè determinate credenze dominanti per far spazio all’avvento del superuomo. Il tema da cui nascono le critiche è l’accettazione dell avita e se la prende con tutte quelle forme che hanno portato l’uomo al suo contrario cioè a dire no alla vita e queste sono state la morale e il cristianesimo.

La morale

Applicazione della genealogia. L’approccio è che fa notare che la morale non è mai stato un problema nel senso che la si ritiene un qualcosa con valore assoluto ma invece per lui bisogna metterla in discussione, in questione il valore stessa della morale e in particolare chiedersi da dove è nata? Non vedere i valori come qualcosa di assoluto. Dal suo punto di vista la psicologia è la regina delle scienze per scoprire l’origine della morale. La morale è un prodotto umano e studiata genealogicamente si sottolinea che è un prodotto umano e per ciò stesso si demistifica la pretesa di avere un valore assoluto perché se ho dimostrato dove ha origine ho smascherato che non c’è niente altro.
La morale è uno strumento di dominio ciò con cui una parte della società tende a dominar sugli altri. Si può fare un’analogia con Marx cioè la morale è uno strumento attraverso cui chi domina mantiene il suo dominio. La differenza con Marx è che si è reso conto che la morale è uno strumento di dominio dei forti sui deboli ma storicamente è stato uno strumento di dominio dei deboli sui forti (gli schiavi sui signori). Demistificata in questo modo la voce della coscienza non è la voce di dio nell’uomo ma l’istinto del gregge nel singolo cioè la voce di chi domina. È un precursore del superio di Freud.

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