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Nietzsche è tedesco, è una personalità affascinante ma anche inquietante. Era geniale tanto che da giovane viene sostenuto dal suo insegnante e vince la cattedra di lingua e letteratura greca. Ha una formazione filologica, umanistica, è un grande conoscitore dell'antica Grecia cui dedicherà grande spazio. Ecco perché è stato al contempo un grande scrittore: è uno dei pochi filosofi che è un piacere leggere: la scrittura nietzschiana è una scrittura di grande levatura. Viene appoggiato da alcuni studiosi che credevano in lui, ma in realtà poi Nietzsche si troverà male nell'ambiente accademico perché gli stavano strette le regole e le condizioni quindi decise di licenziarsi, iniziò a vivere di rendita pur tiranneggiato dalla madre e dalla sorella molto ingombranti. Importante è l'incontro con Richard Wagner, uno dei massimi musicisti dell'epoca. Questo incontro portò alla realizzazione di un comune progetto filosofico-musicale che darà il nome alla prima fase nietzschiana, la ‘Metafisica d'artista’ che gli viene da una concezione dell'arte che secondo lui avevano i primi greci. Questa collaborazione è il periodo in cui scrive 'La nascita della tragedia' e 'La filosofia nell'età tragica dei greci'. Il sodalizio con Wagner si interruppe nel '78 perché Nietzsche si convinse che lui avesse tradito il loro patto originario. (L’opera ‘Parsifal’ che alludeva ad una visione cristiana che nel progetto culturale N+W era stata messa al bando perché hanno una visione pagana). Strinse un'amicizia con Paul Re con cui condivise una comune sensibilità e l'amore per Lou Salomè, un'intellettuale esule russa. Entrambi si innamorarono e convissero finché Paul sposò la fanciulla e anche qui ebbe un colpo forte.

La seconda fase è la fase illuministica che si apre con 'La Gaia scienza' e che giunge sino alla definizione sul superuomo o ultra uomo. Oltre che ‘La Gaia scienza’ che annuncia un freigeist, uno spirito libero poi c'è 'Così parlò Zarathustra', un'opera metaforica. A partire dalla fine degli anni '80 elabora l'ultima fase del suo pensiero, la filosofia del martello, la filosofia che demolisce le menzogne del mondo occidentale, che subentra alla nottola di minerva e ha il ruolo di modificare la realtà. A questa fase distruttiva segue ‘La morale dei signori' in cui teorizza la necessità che il signore diventi il nuovo dominatore che emuli il tracotante eroe dell'età greca che contrapponeva alla moralità dei vigliacchi la morale dei signori. A partire dall'89 emergono segni del disturbo mentale: mentre si trovava a Torino quando comincia a dare segni pericolosi di follia, viene ricoverato e rimane nell'ospedale psichiatrico fino al 1900 quando morirà. La decisione fu presa dalla sorella Elisabeth che fu una iattura, insopportabilmente presente la quale mise mano agli scritti e li manipolò tanto che è stata necessaria una edizione critica dei suoi scritti che in Italia è stata svolta da Colli e Montanari. Personalità molto sofferente come capita a tutti coloro i quali non riescono a vivere nella società come vivono gli altri, coloro che non fanno buon viso a cattivo gioco. Ebbe sempre relazioni con personalità esclusive ed eccezionali. È straordinariamente grande tant'è vero che ci fu nel 1900 una Nietzsche reinessance che recuperò l'interesse per Nietzsche e svolse una opera di diffusione che condizionò la filosofia novecentesca. D'Annunzio non ebbe l'occasione di leggerlo, straparlò di ciò che non aveva letto né conosciuto. C'è una grande differenza tra l'edonista Sperelli e l'oltre uomo nietzschiano. È la diversità tra chi non vede il pathos nella vita.

Parte dalla tesi di Schopenhauer dell'assurdità che ciò che è stato posto nell'esistenza non sia confermato nell'esistenza e quindi la contraddizione che ciò che esiste esista senza la conservazione nell'esistenza. Nel ‘La nascita della tragedia' e ne ‘La filosofia nell'età tragica dei greci' sostiene la tesi di fondo che gli antichi greci ebbero il coraggio di guardare il dolore in faccia perché erano umili e lo seppero trasfigurare nei loro miti e quindi dettero una trasfigurazione mitologica al dolore della vita e la mitopoiesi assurse a trascrizione della realtà salvata su un piano estetico. Quando parla dei greci parla del VI secolo non del V che per lui è il secolo in cui ha inizio la decadenza caratterizzato dalla tragedia di Euripide in cui la tragedia diventa discorsiva, razionale. Con Euripide muore la tragedia nel senso che subentra un tentativo di razionalizzazione di quella che è la sofferenza umana e ci si sofferma sulla psicologia individuale e non sui grandi tipi tragici. Sul piano filosofico il V secolo corrisponde all'avvento di Socrate e Platone che convinsero l'umanità che ci fosse una razionalità nell'esistenza, dettero e indicarono iperurani, speranze millenarie. Per rappresentare questo concetto dette un'immagine straordinaria: Platone vede questo mondo orribile e se ne inventa uno illusorio in cui non c'è più il male, un mondo che non esiste.

Paul Ricoeur ha definito Nietzsche un maestro del sospetto perché ha aperto una critica impietosissima nei confronti delle illusioni consolatorie di cui gli uomini si sono riempiti per far fronte alla vita sofferente.
L'analisi della tragedia greca nel '71 gli procurò un grande disdoro, fu massacrato. La lettura tradizionale di Winckelmann era equilibrio, c'era il dolore trattenuto, un ordine proporzionale, misura, e anche la tragedia pur mettendo in scena il dramma dell'esistenza non si lasciava andare all'urlo straziante. Nietzsche contrappone l'idea che la tragedia nasca dallo spirito dionisiaco, non apollineo che si rappresenta nella musica, orrore per le manifestazioni irrazionali della vita. Nietzsche vuole mettere in luce l'irrazionalità, non la razionalità dei greci. La diversità sta nel cogliere questo aspetto che secondo la lettura classica non è. Dice che la tragedia nasce dallo spirito della musica in quanto nasce dal dionisiaco che rappresenta tutto l'orrore del mondo perché Dionisio è il dio dell'oscurità, dell'orrore, dell'ebrezza, non dallo spirito apollineo che si richiama ad Apollo, alla luce, alla linearità e sostiene che questo risieda nella trasfigurazione sul piano estetico di ciò che è la realtà. Salvi con una rappresentazione estetica, bella, ciò che sarebbe inaccettabile sul piano etico e metafisico. La bellezza del mito che rende accettabile ciò che sarebbe inaccettabile da un punto di vista razionale. Il fatto che l'uomo creato da Dio sia stato creato mortale, malato, è inaccettabile ma se viene raccontato il mito di Prometeo e il vaso di Pandora, la bellezza e la potenza mitopoietica rendono il mito salvifico.
La prefazione alla seconda edizione che fa Nietzsche è una prefazione molto interessante. La scrive 16 anni dopo, è una prefazione a una riedizione de ‘La nascita della tragedia’ però spiega bene la visione che egli ha. La prima edizione è pubblicata nel 71 ed è dedicata a Richard Wagner, la seconda edizione ha come titolo 'Tentativo di autocritica' ed è una prefazione alla seconda edizione riproposta 16-17 anni dopo quando ha già maturato tanta parte del suo pensiero. Nonostante la fase della ‘metafisica d'artisti’ fosse stata superata, lui che si accinge a scrivere questa prefazione ripensa questo libro con grande interesse e delinea una sorta di storia del suo pensiero che istituisce un filo tra ‘La nascita della tragedia’ e l'edizione degli anni 80.

La specie meglio riuscita sono i greci. A che scopo l'arte greca? È una metafisica, una risposta metafisica, l'unica possibile dinnanzi al tentativo dell'autocritica. La visione negativa è sempre segno di declino. C'è un pessimismo nella forza? Ci può essere pessimismo nella forza cioè quando un popolo è nel pieno della sua esistenza o il pessimismo è solo di chi è debole e sfortunato? Il pessimismo può essere proprio dell'uomo debole o esserci nella pienezza della vita. Perché i greci nel periodo migliore della loro storia hanno avuto bisogno dei miti tragici? Il sovrastare della morale è per lui la fase decadente, quando Socrate inizia a dire 'segui il bene', 'non desiderare'. Questo libro l'ha scritto da giovane, nella sua diffidenza giovanile. In cosa consiste questa metafisica d'artisti? Vedere la scienza con l'ottica dell'artista e l'arte con quella della vita.
Tesi: se i greci ebbero nella pienezza della loro gioventù la volontà del tragico e quindi del dionisiaco, il predominio della razionalità e democrazia è un sintomo di forza declinante e vecchiaia. Istituisce questa diversa valutazione del VI e V secolo. Il VI è caratterizzato da grande forza dei greci che furono pessimisti perché seppero guardare in faccia tutto, il dolore presente nella vita e lo espressero attraverso il dionisiaco che troviamo dentro la loro musica e quindi il coro. Nel V secolo diventano ottimisti, superficiali, amano la logicizzazione del mondo, sono più sereni e felici, si alienano dal dolore perché il mondo appare loro ordinato da leggi logiche.

È tutto perfettamente logico, ordinato, tutto giungerà al suo dover essere però questo è segno di decadenza perché gli uomini si allontanano dalla sofferenza, non hanno il coraggio di guardare in faccia la realtà, come fa Euripide che fa ragionare molto i suoi personaggi. Il vero senso metafisico dell'uomo non è dato dalla morale ma dall'arte, la capacità di trasfigurare sul piano estetico ciò che eticamente e ontologicamente è insensato. È come se dinnanzi alla morte del mondo vedessimo la bellezza del processo. Questo dà un senso metafisico alla realtà, la sua dimensione estetica perché se dovessimo valutare questo processo di nascita e morte dal punto di vista etico e metafisico sarebbe folle che quello che è stato posto nell'essere non sia garantito nella permanenza della vita. Il gioco estetico è l'unico senso metafisico che possiamo dare alle cose che viste da un punto strettamente etico sarebbero prive di senso. Giustificazione estetica: la vita ha solo una giustificazione estetica, artistica, non ha certo una giustificazione morale perché non c'è moralità in tutto questo e in effetti nel libro ritorna l'allusiva frase che solo come fenomeno estetico l'esistenza del mondo è giustificata. Dentro questo libro c’è la giustificazione estetica dell'esistenza umana. L'idea che dietro ad ogni accadere e divenire ci sia un dio giocherellone, artista. È un dio immorale e incurante come la natura di Schopenhauer. È un dio che ha in mano dei dadi e gioca. Dietro ad ogni accadere c'è un dio artista, quasi una sorta di Dio bambino, Eone, che ha una sovrabbondanza di essere che nel creare e distruggere prova piacere, si dispiega in modo esteticamente bello. Puoi salvare la vita solo da un punto di vista estetico. Pessimismo al di là del bene e del male, casualmente il fiore spunta e muore ma è questo gioco che è esteticamente bello e lo salva.
Fa riferimento a Schopenhauer: dice che in questo libro c'è una profonda tendenza antimorale contro la dicotomia tra il bene e il male. Il cristianesimo è stata la più sfrenata trasfigurazione del tema morale che all'umanità sia stata data fino ad ora. Il cristianesimo è l'apoteosi della moralità. Prende tutto sul serio, qualifica tutto tra bene e male e nel male ci mette l'arte, le danze, la vita. Il cristianesimo odia la vita. Avversione rabbiosa contro la vita che è sempre male (sesso, carne, cibo).
Nietzsche è contro la restrizione delle passioni. Definisce il cristianesimo come volontà di nulla, di morte, noluntas, che a lui non piace. La mamma di Leopardi sperava che lui morisse giovane prima di peccare. Nausea e sazietà che la vita ha di sé stessa. Tutte le filosofie che parlano di un'altra vita dicono che questa non è buona. Di fronte a un mondo in cui non ti tornano i conti rinunci a vivere in vista di un mondo migliore. Un aldilà inventato per meglio calunniare l'aldiquà. La vita deve avere torto perché è immorale e sentita come indegna di essere desiderata. La morale è volontà di negazione della vita. Dalla sua opera si capisce che la sua lettura della tragedia è una lettura filosofica non filologica: lo hanno criticato perché non l'hanno capito.
VI secolo: dionisiaco: capacità di vedere l'orrore da parte di un popolo che ebbe il coraggio di vedere in faccia la realtà. Istinto distruttivo che si manifesta nei greci all'acme della loro forza che li induce a saper cogliere il tragico del mondo. Con la tragedia dettero a questa visione una trasfigurazione sul piano estetico raccontando esteticamente l'orrore del mondo. L'apollineo è quindi la trasfigurazione estetica. Seppero dare una forma estetica, bella a ciò che sul piano ontologico non era accettabile. L'apollineo è l'abito stupendo di un contenuto terribile. Apollo inteso come Dio della bellezza assurge a simbolo della bellezza.
‘La filosofia nell'età tragica dei greci’ è un testo molto bello che riprende le stesse cose ma proiettate nella filosofia. Similmente analizza la filosofia del VI secolo, i presocratici. Socrate e Platone rappresentano l'illusorio tentativo di creare forme consolatorie di vita razionalizzando e logicizzando ciò che non è possibile logicizzare. Fa un'analisi dei filosofi presocratici sostenendo la tesi secondo cui questi filosofi hanno saputo guardare in faccia la realtà riprendendo una citazione di Schopenhauer nel passo dell'opera ‘Parerga e paralipomena’ in cui dice che l'esatto criterio per giudicare un uomo consiste nel considerare nel considerarlo essere che non dovrebbe esistere e paga il fio dell'esistenza con molte prove di sofferenza e morte. Anassimandro che sosteneva che il distacco degli individui dall'apeiron (la totalità) comportava una sorta di tracotante volontà di individualizzazione. Gli individui con tracotanza si distaccano per volere vivere individualmente. Per aver osato staccarsi venivano puniti prima vivendo e poi morendo. Mette in luce che già Anassimandro dinnanzi a tutto questo, la litania di nascita e morti aveva cercato una causa: spesso il dolore sul volto della natura ha cercato di trovare una risposta riponendo nel mito, quello rappresentato dall'ubris. Come giustificare se non attraverso questo mito ciò che non sarebbe giustificabile dal punto di vista filosofico.
Come può perire qualcosa che ha diritto di vivere? Non c'è risposta. Non si capisce quale sia la causa. Anassimandro ripara nel mito, sfugge a questa contraddizione ontologica. In questo caso ha creato questo mito che rende accettabile ciò che altrimenti non lo sarebbe. Eraclito invece lo interpreta in chiave mitopoietica, arriva al punto di dire che non esiste l'essere, tutto è divenire, nega l'essere. Mentre Anassimandro dinnanzi all'assurdità del divenire sosteneva l'esistenza di un apeiron e quindi contrappose la vita degli individui a una totalità organica da cui tutto è scaturito quasi ci fossero due mondi, Eraclito uccide l'apeiron, nulla si ferma e quindi dinnanzi alla realtà così materiale sostiene che il divenire, la mutevolezza è espressione della contraddizione che alberga all'interno della realtà delle cose, che la vita è contraddizione perché minacciata dal non essere.

Il polemos viene interpretato da Nietzsche come una guerra tra essere e non essere, tutto ciò che esiste è afflitto dalla degenerazione e questo non porterà a niente. La risoluzione della contraddizione del reale era tale per cui una contraddizione vedeva possibile il divenire, il processo e il processo aveva una sua logicità. Il momento negativo era indispensabile e serviva ad un processo. In Nietzsche è il non essere che è dentro l'essere, la contraddizione è ontologica e rivela l'assurdità dell'esistenza: la vita è assurdità perché l'essere non è garantito, è corroso, degenerato senza nessuna ragione o motivo, esattamente per caso. Nel 900, secolo dominato da guerre chissà quale visione ottimistica gli uomini potessero avere della vita. Questa visione così drammatica che mostra la contraddizione intrinseca diventerà una chiave interpretativa pazzesca. La risposta che dà Nietzsche è di tipo mitico e irrazionale. Lui immagina che dio sia un dio bambino e lo chiama Eone, incurante e immorale che gioca con delle pietruzze che getta a terra e la casualità con cui cadono determina le nostre vite. Nascere è un perire, un costruire un distruggere ma privi di ogni imputabilità morale. Toglie significato morale a questo meccanismo di nascita e vita. Non è scelleratezza ma impulso a giocare. Soltanto l'uomo estetico può contemplare il mondo in questa maniera. La contesa è una legge che fa sì che tutto nasca e tutto muoia. Anche in questo caso i filosofi trasfigurarono sul piano estetico con un mito ciò che sarebbe inaccettabile. Ecco la dimostrazione della metafisica d'artisti: la risposta al non senso dell'esistere è data dall'innocenza del mito. Il mito in sé rende bello perché è il gioco ingenuo della sovrabbondanza, ciò che eticamente e ontologicamente non potremmo giustificare. Come ha fatto Parmenide a salvare l'essere? Ha negato il non essere, la molteplicità, il divenire, quello che fa dell'essere il suo bello. Lo chiama esangue Parmenide: ha spogliato talmente tanto l'essere delle sue particolarità che è come se fosse senza sangue.
‘Le considerazioni inattuali’ fanno parte della prima fase, sono 4 ma ci soffermiamo sulla seconda considerazione dedicata alla concezione della storia. Sostanzialmente sostiene che l'età nella quale lui viveva fosse malata di erudizione. La storia era sequela di dati, notizie, informazioni. Nietzsche vive in un periodo in cui l'aveva fatta da padrone il positivismo che a partire dal 1830 si era andato diffondendo dall'area francese che sosteneva il dato di fatto, e come reazione all'idealismo al pensiero all'ideale, alla speculazione astratta, la necessità di tornare ai dati di fatto, ciò che è posto, istituito, dato astratto. Una delle principali critiche che muove Nietzsche all'indirizzo della cultura sua contemporanea è rivolta al positivismo. Lui abolisce il positivismo perché divinizza il dato di fatto com'è e anche sul piano storico ebbe una forte influenza. Quella idealistica e materialistica sono due concezioni che vedono la storia come un processo attraversato da una legge intrinseca. Teleologicamente ordinata perché il processo la porta verso un dover essere. I dati di fatto sia per Marx che per l'idealismo non vanno letti per quello che sono, vanno demitizzati, bisogna vedere cosa c'è dietro ai dati di fatto. Non esiste un dato di fatto ma interpretazione. Il dato non dice niente se non c'è il pensiero che lo interpreta. Il marxismo e l'idealismo hanno in comune una filosofia della storia e i dati di fatto sono assoggettati a chiavi interpretative. La reazione nietzschiana va nella direzione di colpire soprattutto il positivismo ma non solo, anche lo storicismo di matrice tedesca. In Germania era molto forte la lettura storicistica e arriverà a sostenere che la storia rischia di uccidere la vita e se uccide la vita meglio l'oblio.
La storia è una sequela tale di orrori che il rischio è quello di lasciarsi sopraffare da essi e assumere una concezione pessimistica. Teorizza la tesi che la storia deve servire alla vita contro l'idea che sia fine a sé stessa. In questo senso prende in considerazione le varie concezioni che si sono succedute e che sono ancora presenti: storia monumentale, antiquaria e critica.
La seconda considerazione inattuale ha titolo 'Sull'utilità e il danno della storia per la vita'. Istituisce una analisi sul danno e il merito che ha la storia per la vita. Mette in luce che la storia può essere utile e dannosa a seconda della sua funzionalità alla vita o meno. Prende in considerazione 3 indirizzi storiografici presenti nella sua contemporaneità. Ognuna di esse presenta un danno e un vantaggio.
• Storia monumentale: il danno è rappresentato dal fare di un'epoca storica o di un personaggio un monumento tale da presentarlo come la vera qualità di un popolo (Bismarck-2 Reich), tale per cui la verità di un popolo viene ricondotta a quel momento, a quel personaggio. Fa vedere il presente troppo lontano da quel momento di grandezza che si è raggiunto nel passato. O tempore o mores. Alla grandezza passata fa corrispondere l'inadeguatezza del presente letto come decadente, debole. Se ci liberassimo da questo danno che questo approccio storiografico induce ci sarebbe un vantaggio: avere un modello può essere di stimolo e incitamento ad andare avanti. Si riconosce la grandezza di alcune pagine della storia perché ci inducono ad essere grandi pure noi. Foscolo andava sulle tombe dei grani che inducono a essere capace di emulare questi grandi.
• Storia antiquaria: il danno è rappresentato dal fatto che si debba sempre ritornare al passato e quindi è una sorta di schiavitù nei confronti del passato. È come se il passato fosse la verità del presente e questo inibisce il progresso perché gli uomini così sono è così hanno sempre fatto. L'utilità è rappresentata dal fatto che non bisogna mai dimenticare che abbiamo le nostre raduni bella storia passata. La storia antiquaria può avere il vantaggio di farci capire le radici storiche senza prescindere da esse.
• Storia critica (Nietzsche la preferisce): il danno è rappresentato dalla tendenza che si ha criticando la storia di non capirla mai per quello che è, di leggerla sempre un po' deformata. Il merito è quello di fare del passato, sottoposto a giudizio, un'eccezionale strumento per vivere nel presente. Il passato parla al presente, non deve restare uno iato.
Fichte quando parlava della differenza tra l'uomo dogmatico e idealista dice che il dogmatico pensa che la realtà sia un dato di fatto da prendere così com'è. È il pensiero che fa la realtà. La realtà è sempre oggetto di problematizzazione, il dato di fatto viene cambiato solo pensandolo. Il filosofo problematizza il dato di fatto e nel momento in cui diventa problema cambia la realtà. Nietzsche lo dice in Germania dove lo storicismo era importante.
L'altra opera è brevissima e ha titolo 'Su verità e menzogna in senso extra morale'. Questo testo dà un tema importante sul rapporto soggetto-oggetto. La tesi che lui sostiene è la seguente: generalmente pensiamo che verità o menzogna discendano dalla corrispondenza del soggetto con l'oggetto (adeguatio intellectus rei), tesi atomistica di San Tommaso ripresa da Aristotele che stabiliva quando l'essere umano diceva la verità o cadeva in menzogna: se non c'è adeguatio c'è menzogna. La rivoluzione copernicana mette in discussione l'adeguatio rovesciando il rapporto soggetto oggetto dicendo che l'oggetto deve conformarsi al soggetto e ne è uscita la branca dell'idealismo. In questa opera Nietzsche sostiene che la verità, la ricerca ossessiva della verità, il mito della ricerca della verità (Vangelo) nasce non da un problema conoscitivo, non da un problema gnoseologico ma da un problema morale. Se la verità esiste la vita ha un senso. Da qui discende la ossessiva ricerca della verità che gli uomini hanno dispiegato con milioni di ricerca, che nasce da una esigenza etica. Ho bisogno di credere che esista una verità.
Era quello che diceva Kant: quando postula il sommo bene dice che deve esserci una verità altrimenti tutta la mia legge morale è una illusione mia. Sono menzogne che racconto a me stesso dice Freud. La voce della coscienza che sento è il mio super-ego costruito per colpa dei miei genitori. Nietzsche non fa questa dissociazione freudiana, smaschera il fatto che dietro al problema della ricerca della verità ci sia un bisogno morale e sostiene che non solo non esiste ma che è impossibile conoscere la verità perché non esistono fatti ma interpretazioni e fonda quello che gnoseologicamente chiamiamo prospettivismo: dipende tutto dalla prospettiva in cui ti metti a guardare il dato di fatto. (Protagora=relativismo; Gorgia=la verità non c'è, il nulla è=nichilismo=gli uomini si sono creati l'idea della verità per illudersi). Siamo passati dal criticismo, all'idealismo, al materialismo per arrivare al prospettivismo.
Prospettivismo: tesi secondo la quale non esistono fatti ma interpretazioni che cambiano in base ai punti di vista. In questa opera denuncia il ruolo che la conoscenza ha sempre avuto, un ruolo morale perché funzionale a garantire l'uomo alla sopravvivenza. L'intelletto come mezzo per conservare l'individuo dispiega le sue forze principali nella finzione. L'intelletto è al servizio della finzione che serve all'uomo per sopravvivere. Di qui la funzione del linguaggio che è stato quello di fare commedia e quindi presentare ciò che non è. In questo senso quello che chiameremo verità altro non è che metafora. La verità è un gioco di metafore, è una illusione. Ecco che giochiamo con metafore che danno un senso alle cose che non ce l'hanno: la metafora dà un senso non corrispondente alle cose. In questo testo prende in considerazione il ruolo della parola e sostiene che quello che abbiamo sempre chiamato concetto, altro non è che una parola che designa proprietà alle cose che non sono nient'affatto l'essenza ma l'apparenza (di ciò che hanno individui simili in virtù della parola che li unifica). La verità è un nobile esercito di metafore, antropomorfismi, potenziate poeticamente. I concetti, le essenze, sono parole che hanno costituito un esercito di metafore e quindi costruiscono immagini. Non esiste mai nessuna verità, tutto è relativo a chi indaga il mondo. L'uomo è misura di tutte le cose. Solo quando l'uomo dimentica quel mondo di metafore, solo allora può vivere con una certa calma, sicurezza. Non c'è nessuna verità, esiste solo il valore estetico. Tra soggetto e oggetto esiste solo un rapporto estetico. Il soggetto conosce l'oggetto in un rapporto estetico tale per cui il soggetto traspone sull'oggetto immagini, sogni, miti, tensioni. Gorgia: nulla è, se anche ci fosse non sarebbe pensabile, se anche fosse pensabile non sarebbe esprimibile. La parola non ha il potere di indicare la cosa, può inventare una cosa. La parola dà un senso non veritativo ma estetico.
Si infrange il sodalizio con Wagner e inizia la seconda fase della filosofia di Nietzsche definita illuministica di cui ha un ruolo simbolo ‘La gaia scienza', opera che contesta la scienza positivistica e ad essa sostituisce una scienza felice. La prosa è tutta costituita da aforismi slegati tra di loro. Tenta di tratteggiare una scienza diversa, una filosofia del mattino, una filosofia profetica, non più la nottola di minerva. È la filosofia che annuncia un'alba, di un giorno che verrà. Il primo compito che una filosofia profetica deve compiere è quello di demolire il passato e quindi fare piazza pulita dei pregiudizi, menzogne millenarie che gli uomini di sono raccontati per rendere accettabile la vita e quindi comincia ad allinearsi la filosofia del sospetto. Il filosofo è colui il quale mette in dubbio tutto quello che le credenze precedenti avevano affermato come illusioni. È il freigeist, lo spirito libero, colui che ha il coraggio e la forza di demolire tutte le verità che gli uomini si sono detti: verità metafisiche, etiche e religiose.
La prima grande verità che viene demolita è DIO. Nietzsche teorizza la morte di dio, in uno degli aforismi de ‘La gaia scienza’. La morte di dio è tragica, è come spogliare il mondo del sole, di ciò che gli dà vita, è come se l'uomo vivesse in un mondo in cui non c'è più alcun punto di riferimento e precipita in un abisso infinito. Vivere senza dio è drammatico, nessun uomo può vivere senza dio, non può vivere in questo eterno precipitare nel nulla. Dostoevskij in Demoni parla di un ateo di nome Kirillov che cercò disperatamente la verità e che a un certo punto giunge alla conclusione che la verità non esiste. Si sente tutto il pathos legato a questa conclusione che Dio non c'è. Se cristo non esiste perché vivere? Kirillov si uccide. Non ha senso vivere. Se quel cristo non c'è non vale la pena vivere. Nell'aforisma 125 dice una cosa sconvolgente: spiega l'effetto che questa consapevolezza metafisica ha sulla vita di una persona. Siamo noi i suoi assassini? L'abbiamo ucciso noi che non potevamo che ucciderlo per liberare l'uomo. È prometeo che sfida Dio, se c'è Dio non c'è l'uomo. Vivere via da tutti i possibili soli. Non è la nostra un'eterna illusione? Come sopravvivremo noi? Gli assassini degli assassini? Non dobbiamo diventare noi stessi soli per apparire degni di essa? Coloro che vengono dopo l'uccisione di dio appartengono ad una storia più alta.
Per Feuerbach l'uomo ritorna sé stesso; qua invece dobbiamo inventare un altro uomo. Senza dio l'uomo è perduto, non si riapproprierà mai di sé. Bisogna inventare un oltre-uomo creatore di senso che da sé il mondo e la terra non avrebbe. È un uomo creatore di senso e nuovi valori, è l'unico che può creare un senso inventato che nella terra non ci sarebbe che va oltre l'etica, oltre la teologia tradizionale, che sarà fondato su una nuova morale di padroni. Il super-uomo è un creatore di senso, non si illude. Uccidere dio vuol dire permettere all'uomo di declinare e permettere al super-uomo di emergere.
La filosofia del meriggio: viene annunciata la teoria dell'oltre uomo preannunciata dal freigeist che metteva in crisi teorie che avevano funzioni consolatorie. Il vero profeta sarà Zarathustra che scenderà dai monti da cui ebbe origine per preannunciare il super uomo. L'opera 'Così parlò Zarathustra' ha un carattere metaforico. Prosa metaforica che allude a un significato che non è ancora sopraggiunto, e che quindi non può essere espresso con il linguaggio tradizionale. Gianni Vattimo è un filosofo del pensiero debole e ha sostenuto la necessità di tradurre ‘ubermensch’ come l'oltre uomo e non come super uomo per scostarsi da D'Annunzio e dal nazifascismo che vedeva nel superuomo la razza ariana che doveva dominare il pianeta. Il superuomo è colui il quale andava oltre la dimensione della moralità.
Opera 'Al di là del bene e del male': bene e male sono categorie interpretative a cui la cultura occidentale ci ha costretto tentando di razionalizzare ciò che razionale non è. Nietzsche vuole andare anche contro il nichilismo passivo e vi contrappone un nichilismo attivo: pur partendo dalla consapevolezza che l'uomo vive all'interno di un'esistenza senza senso, egli può trovare una via d'uscita nella misura in cui supera sé stesso, guarda in faccia la realtà per quello che è. L'oltre uomo è chi è in grado di DIR DI SÌ alla vita nonostante la sua insensatezza, è il funambolo che tenta di attraversare l'abisso su una corda precaria, che tenta di creare un ponte tra il nulla e l'accettazione di esso. Non fa come Kirillov che si uccide o come Schopenhauer (volontà del nulla) e lega il superuomo a una nuova concezione di tempo. Nella tradizione occidentale il tempo ha un fine estrinseco, lo viviamo in funzione dell'attimi che viene. In realtà dovremmo saper vivere ogni attimo in modo da desiderare che questo infinitamente ritorni e si ripeta mentre la civiltà occidentale ci porta a pensare che l'attimo vada sorpassato per arrivare a qualcosa.
L’oltre uomo è tale ed è colui che accetta la realtà così com'è, cosa che non può fare il decadente uomo occidentale che ha bisogno di un fine, di illusioni. L'oltre uomo guarda in faccia la realtà e dice di sì ad essa. È un trasmutatore di valori, un creatore di senso della realtà delle cose. Allora ecco che le tradizionali categorie etiche di bene e di male, di giusto e di onesto sono le categorie di chi si illude che la realtà vada verso qualcosa, ma soprattutto bene e male, vero e falso sono dicotomie che ci precludono di stare dentro la realtà.
Ne 'Come il mondo vero divenne favola' sostiene che il cristianesimo e il platonismo siano due forme di fuga dalla realtà: nel cristianesimo c'è un aldilà che è riproduzione dell'aldiquà senza carattere effimero di caducità; nel platonismo c'è un secondo mondo senza morte, caducità. Kant ha fatto un passo in avanti: aveva solo ipotizzato, supporto il noumeno. Poi arriva Zarathustra che dice di sì al mondo nella sua mostruosità e crea un senso in questo mondo che non ha un senso. Dice che gli uomini nella loro storia devono attraversare 3 tappe:
1. Cammello: simbolo di mansuetudine ed espressione del tu devi: vita consegnata al dovere, che permette all'umanità attonita dal non senso di trovare un senso. Puntando ad una legge morale si può sopravvivere.
2. Leone: espressione dell'io voglio: figura aggressiva, fase media dell'umanità.
3. Fanciullo: incurante e amorale. Fase dell'umanità che deve arrivare in cui l'uomo dice semplicemente 'io sarò. Non devo orientare la mia vita ad un obiettivo estrinseco menzognero ma devo essere. Attribuire una nuova volontà di vivere a questa vita. Alla noluntas di Schopenhauer contrappone la voluntas, non volontà di vivere l'insensatezza del mondo ma questa insensatezza porta l'uomo a trascurarlo, a fare nuovi valori.
Teorizzazione della morale dei signori contrapposta a quella dei servi (passività, rinuncia, rassegnazione, morale cattolica-cristiana). I signori sono i grandi signori della Grecia arcaica, personaggi arcaici. Non c'è bene o male ma tracotanza, dominio, prevaricazione. Il superuomo è tracotante, affetto da ubris. Il superuomo è Achille tracotante, colui che non si rassegna e impone il suo gesto eroico sulle cose. È il vincitore che trascina lungo la polvere il corpo di Ettore. Ed è ad Achille che l'ultimo Nietzsche, quello della filosofia del Martello allude come superuomo. Questo signore è colui che vede tutto il non senso del reale ma crea il senso. Diverso dal marxismo in cui ci sono categorie di bene e male. Il filosofo è l'uomo del sospetto, che maschera la realtà. Smonta, denuncia le abituali credenze e ne mostra il carattere consolatorio. Anche Marx è un filosofo che guarda sotto, che mostra la struttura al di là della sovrastruttura.

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