Mongo95 di Mongo95
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Anche Marcuse ha la sua visione della teoria sociale, o meglio “teoria critica”. Anche lui la pone in relazione con la filosofia classica tedesca, cioè sua prosecuzione (in riferimento a Hegel). Il suo è però un discorso più filosofico e meno metodologico. Ci si chiede cosa sia la filosofia critica e quale sia stato il suo salto di qualità rispetto alla “filosofia della ragione” (Kant e idealismo). Quest’ultima ha avuto indubbi meriti, cogliendo alcuni valori della società borghese, come libertà, ragione, etc. Ma è sempre rimasta legata ad un concetto di ragione pura, astratta, slegata dal reale, a scapito della fatticità stessa, che viene quindi valutata in modo negativo. Si limita ad un operare puro e teorico. Filosofia che quindi non si estese al dominio del reale concreto, sociale. Il soggetto è il ruolo della razionalità, ma non è stato in grado di razionalizzare l’oggetto sociale. Inoltre, si è arrivati ad un punto in cui la filosofia DEVE diventare filosofia sociale, teoria sociale, deve cioè fare in modo che la società diventi razionale. Nel momento in cui ciò effettivamente accadrà, cioè la società garantirà libertà e felicità ai suoi membri, solo allora la filosofia sarà superata. Attenzione ai termini: dicendo “astratto”, Marcuse ha in mente il fatto che l’individuo non esercita davvero la sua autonomia nella società capitalistica evoluta. Infatti, da un lato c’è la libertà astratta, dall’altro la libertà concreta, cioè di effettivamente fare all’interno della società, la libertà di gestire il proprio tempo, impiegare la propria energia repressa per gli scopi che più aggradano. Giustamente, la filosofia della ragione ha individuato la ragione come istanza suprema che l’individuo libero deve realizzare, in quanto sua sede. Il soggetto ha dunque il compito di razionalizzare l’oggetto. Ma ciò non è accaduto, e la palla ora passa alla teoria sociale, in una condizione favorevole di capitalismo avanzato. Le istanze della ragione sono state fatte valere a livello soggettivo senza estendere la razionalità al mondo della materialità (esperienza/oggetto). La fase attuale di sviluppo storico permette e necessita di ampliare l’istanza della ragione alla sfera della realtà sociale. Quindi la società stessa deve essere razionalizzata, garantendo effettivamente un ambiente in cui gli individui possono vedere i loro bisogni reali soddisfatti, così come la loro libertà concreta. Nel momento in cui questa razionalizzazione avrà luogo, allora la filosofia in quanto esperienza puramente teoretica verrà superata. Gradualmente la ragione si concretizza nelle varie fasi di sviluppo della filosofia, ma la fase ultima è appunto il passaggio dalla ragione puramente soggettiva ad una ragione oggettiva/sociale. E la filosofia ha fatto il suo corso.

Ma Marcuse dà un taglio diverso alla filosofia sociale, concependola come “teoria critica”. La teoria sociale ha valenza eminentemente pratica e economica, deve indicare concretamente le ricette per un’organizzazione della società che favorisca autonomia dell’individuo. Fino a qui il discorso di Marcuse coincide con quello di Horkheimer: non si deve avere una teoria sociale astratta, ma ricorrere alle risorse concrete, un discorso di carattere empirico. È il versante positivo, una “teoria della società”. Tuttavia, concretamente, sarebbe troppo facile se tale teoria e le sue soluzioni funzionassero nell’immediato come pensato: incontreranno delle resistenze. Una teoria sociale quindi diventa una teoria “critica”, critica dei limiti, delle contrapposizioni razionali della società. Prima di dire che cosa fare, deve dire che cosa non funziona. È una teoria di carattere olisitico, globale. Infatti le relazioni sociali permeano tutta la vita delle sfere in cui si esplica la società. Ciò che Marcuse definisce “sociologia empirica”, che si occupa di singoli settori, è destinata al fallimento. La teoria critica invece prende in esame tutto. Le contraddizioni la spingono proprio a preoccuparsi maggiormente dei fini e bisogni che vengono negati all’interno della società. È costruttiva (critica, ma non distruttiva): è una teoria che ha di fronte la fatticità della realtà sociale, che giudica irrazionale perché non viene incontro ai bisogni reali degli individui. Non rispetta libertà, giustizia e felicità. Ma la teoria non si limita a descrivere tale stato di fatto come farebbe una sociologia empirica: si prospetta delle possibili alternative. C’è un’esistenza negativa che nasconde dietro di sé un’essenza positiva, che la teoria critica vuole snidare. Facendo ciò, la teoria si comporta come la filosofia, ed in questo modo la filosofia si sviluppa nell’ambito della società capitalistica avanzata. A differenza della filosofia però, la teoria critica è utopica in senso positivo, prospettando qualcosa che non esiste partendo dai dati di fatto. E deve configurarsi in questo modo, trascendente a favore della verità. Nella sua analisi della situazione presente e nel tracciare alternative future, è chiaramente testarda, lottando contro il senso comune, l’intelletto delle sociologie e economie politiche.
Quindi teoria critica che si configura come costruttiva, utopica e ostinata. Non una mera teoria, non si adegua ai dati di fatto ma li critica per trascenderli, andando oltre le apparenze.
Marcuse, affermando la dialettica della teoria sociale, critica la meccanica determinazione struttura-sovrastruttura del marxismo, cioè la dipendenza dei bisogni umani dall’economia. Il rapporto umanità-economia non può essere posto in questi termini, quindi la critica deve ribaltare questo rapporto. Rapporto che è distorto anche sul piano teorico, con prevalenza dell’economia politica. I rapporti economici fanno certamente parte dell’esistenza umana, ma la teoria critica ha un qualcosa in più rispetto all’economia politica. Se l’economia è ciò che regola il tutto, la teoria critica, criticando ciò, non propone solo un’alternativa a questo concetto, ma a tutto il complesso della società. È quindi una teoria olistica.
Proprio perché si parte dal presupposto che gli economisti pretendono di avere il primato sul resto della società, criticando l’economia politica di fatto si va a prospettare una teoria onnicomprensiva. La teoria critica subordina l’economia politica ai bisogni degli individui, facendo cadere il rapporto originario struttura-sovrastruttura. Sono i bisogni universali che decidono sul processo lavorativo, non viceversa. Ciò che caratterizza la teoria critica non è l’organizzazione economica in quanto tale, ma i bisogni e interessi degli uomini. In funzione di essi deve essere organizzato il lavoro. Si accusa quindi Marx di una letture economicista molto limitata: la felicità dell’uomo non consiste semplicemente nel ribaltamento dei rapporti di forza economici. La dialettica a livello economico non basta a garantire la felicità, ci sono dimensioni altre che da essa prescindono, che Marx non aveva considerato. Ma è colpa sua solo fino a un certo punto, in quanto viveva in una società con altre problematiche, in cui gli uomini non erano degli automi. Al tempo dei Francofortesi, nonostante il miglioramento economico, ancora la società non è razionale, ancora non si può raggiungere la felicità, in quanto manca libertà concreta.

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