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La distinzione esistenza-essenza è fondamentale per comprendere il pensiero di Marcuse, nel quale assume le sembianze di rapporto tra adeguamento al dato-potenzialità irrealizzate. Sono tutti concetti che rimandano a Hegel, in particolare nel resto Ragione e rivoluzione il confronto è serrato. Gli autori della Scuola di Francoforte si rifanno all’interpretazione della sinistra hegeliana, che applicò la dialettica di Hegel al mondo sociale, con poi la direzione presa radicalmente da Marx.
Da un punto di vista hegeliano, si distingue tra intelletto e ragione, facoltà con compiti e ambiti diversi. L’intelletto è la facoltà del senso comune, che rimane in superficie, cogliendo semplicemente i dati separati tra loro e distinti, anche opposti. La ragione è la facoltà dialettica, che è in grado di mettere in relazione dialettica i dati che sono colti separatamente dall’intelletto. Reintegra nella totalità i dati singoli, gli elementi opposti. L’intelletto appartiene al senso comune, mentre la ragione alla speculazione filosofica. Questa distinzione ribalta la concezione di Kant che basa la nostra conoscenza teoretica sull’intelletto, mente la ragione appartiene alla sfera della prassi. L’intelletto dal punto di vista di Hegel è invece senso comune, ma non solo quello dell’uomo della strada, ma dello scienziato, del filosofo neopositivista. Il lavoro dell’intelletto è retto dal principio di non contraddizione, in una moltitudine di cose in relazione che si trasformano, ma l’una non è mai l’altra. Un’entità così definita e isolata è finità, e in virtù di ciò si oppone a ogni altra cosa. È il modo con cui la scienza guarda oggettivamente al mondo, il modo con con cui lo fanno anche i positivisti, ma anche tutti noi. Una maniera empirica e superficiale.

In Marcuse, l’aspetto teorico rimanda sempre ad un livello di rapporti socioeconomici. Alla prospettiva teorica hegeliana quindi, corrispondono degli antagonismi di fatto, un mondo come sistema fisso di cose e opposti inconciliabili. Un modello di pensiero che riflette una realtà in cui è impossibile venire incontro ai bisogni reali degli uomini. Una società non razionale. Alla base di ogni antagonismo, monade, riflessione isolata, c’è invece un’unità che deve essere compresa e realizzata dalla ragione, che deve operare sia a livello teorico che sociale, per restaurare in una società razionale l’unità perduta nelle relazioni sociali. Non dominati e dominatori in una società opulenta, ma l’economia al servizio dei bisogni degli uomini in una società razionale. Ragione che è motivata dall’esigenza di restaurare unità e totalità.
Ma come può avvenire tutto ciò? La meccanica del conformismo, le potenzialità irrealizzate e l’incapacità di andare al di là del dato dipendono proprio dal fatto che l’uomo comune, in quanto manipolato dal sistema, è incapace di applicare la ragione, limitandosi alla percezione, le manipolazioni dell’intelletto. Il senso comune crede ci sia immediata identità tra essenza e esistenza, la prima delle quali può risultare soltanto da un’azione della ragione. Quindi abbandonare il senso comune per il pensiero speculativo. Il metodo dialettico hegeliano deve essere applicato da un lato al livello del pensiero, cioè per superare l’incapacità dell’intelletto di cogliere l’unità alla base degli antagonismi; dall’altro in chiave soprattutto politica e sociale, per superare il conformismo imperante, andare al di là della distinzione esistenza-essenza, cioè mettere in atto la potenzialità dell’esistenza traducendola in essenza. Possiamo rendere razionale l’esistenza, quindi rendere razionale la società. Marcuse, alla luce della convinzione che ci sia un rimando tra livello riflessivo e societario, utilizza il metodo dialettico in funzione politica. Il metodo dialettico mette in prospettiva il dato, lo studia nel suo divenire, non accettandolo in quanto tale senza la dimensione storica. Dato studiato come prodotto di una storia e come qualcosa che produrrà altro. Per questo il metodo dialettico è in grado di cogliere l’esistenza in quanto tale e non come essenza, è in grado di capire che esiste una potenzialità irrealizzata di cui si può andare al di là.
Il binomio può essere letto anche alla luce del concetto marxiano di alienazione. Se l’atto che appare non necessariamente è l’essenza, ciò significa che il mondo umano e storico è alienato, cioè non è la sua vera natura, è altro da sé. Se noi capiamo questo, è inevitabilmente un obbligo politico intervenire per ripristinare la vera natura del mondo umano, storico e sociale. Gli esseri realmente razionali, cioè che esercitano davvero la ragione speculativa e non sono manipolati dal sistema, dovrebbero assumere come primo atteggiamento nei confronti dell’aspetto della realtà uno scetticismo che li porti a credere che la realtà nella sua forma immediata non è l’ultima realtà.
Marcuse delinea quindi l’obiettivo che si deve perseguire, cioè sempre lo stesso, un obiettivo che dia autonomia all’individuo, un “regno della libertà”. Ma attenzione: esso non può consistere nell’indipendenza e autonomia del singolo rispetto al mondo. È un errore che hanno commesso Kant e Fichte, immaginando un singolo autonomo rispetto al mondo che è altro da sé. Il regno della libertà è un assoluto in cui soggetto e oggetto sono riconciliati. Non può esserci libertà che un soggetto ripiegato su se stesso possa cogliere.

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