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Heidegger


Heidegger è legato alla fenomenologia, ma definirlo fenomenologo è problematico:
• Da un lato è assistente di Husserl e dedica ampio spazio alla discussione sul metodo fenomenologico
• Dall’altro intende la fenomenologia come un “lasciar vedere ciò che mostra” cioè l’essere, distaccandosi dall’epochè di Husserl. Per Heidegger l’indagine filosofica consiste nel passaggio dallo sguardo fenomenologico sull’ente alla comprensione dell’essere dell’ente.  valenza ontico-trascendentale.

Essere e Tempo

Essere e Tempo è la sua opera più importante e inizia tracciando il compito della sua filosofia: il problema dell’essere. Il problema dell’essere accompagna la filosofia da sempre, ma nessuno è riuscito a dare una risposta soddisfacente. Si sono sviluppato tre pregiudizi:
1. L’essere è il concetto più generale di tutti e viene compreso implicitamente nella conoscenza dell’ente. MA ciò non significa che essendo il più generale tale concetto sia anche il più chiaro e perciò non richieda una discussione più approfondita. L’essere risulta essere il concetto più oscuro di tutti e perciò è necessario interrogarsi sul suo senso.
2. Il concetto di essere è indefinibile: muovendosi dal basso la conoscenza dell’ente non è sufficiente per rendere conto all’essere e dall’alto non esiste niente più in alto dell’essere. MA l’indefinibilità dell’essere non esaurisce il problema della ricerca del suo senso, anzi rende ancora più necessaria tale ricerca.
3. Il concetto dell’essere è ovvio: anche le espressioni più semplici (il cielo è azzurro) mostrano una comprensione diffusa di come si predica l’essere. MA tale comprensione nasconde una più profonda incomprensione, infatti è enigmatico che viviamo nella comprensione dell’essere mentre ci sfugge il suo vero senso.
Manca una risposta alla ricerca del senso dell’essere e anche una buona impostazione, che propone Essere e Tempo.
Heidegger per poter preparare una propria impostazione ritiene opportuna una pars destruens, ossia una distruzione della storia ontologica  non vuole seppellire il passato, ma sciogliere l’ontologia da schemi consolidati per aprire una pars construens, una nuova impostazione del problema.
Secondo Heidegger la metafisica ha ridotto l’essere all’ente, ma l’essere non è riducibile ai singoli enti/ alla semplice presenza (= il modo di essere di quegli enti che l’uomo, o meglio l’Esserci, incontra nel mondo). La metafisica ha portato quindi ad un oblio dell’essere perché ha spinto a cercare il senso dell’essere tra gli enti, dove non può essere trovato. per trovare una via per risolvere il problema dell’essere è necessario interrogare l’uomo, o meglio l’Esserci (Dasein, pronuncia dasain), cioè l’essere nel mondo. Heidegger utilizza l’analitica esistenziale che vede l’Esserci come una possibilità di essere se stesso, di appropriazione di se, di autenticità o di espropriazione e inautenticità.

L’essere-nel-mondo

l’Esserci è un essere-nel-mondo, qualcosa di unitario che è possibile studiare secondo tre direttrici:
1. In-essere: esistenziale, caratteristica propria dell’Esserci che non è una semplice presenza spaziale, ma un abitare/essere presso/soggiornare nel mondo o avere familiarità con il mondo. Un elemento che qualifica il modo dell’Esserci di in-essere è il suo prendersi cura delle cose. L’essere dell’ente intra mondano è: appagatività (capacità di appagare un’azione finalizzata), utilizzabilità (essere utilizzabile dall’Esserci) e significatività (collega i mezzi agli scopi).
2. Con-essere: l’Esserci nella quotidianità è sempre con gli altri nel senso che anche il suo essere solo è una forma di con-essere. L’Esserci incontra l’altro e ciò lo porta ad aver cura di lui. La modalità dell’aver cura non è riducibile al prendersi cura. Il prendersi cura si riferisce alle cose, mentre l’aver cura alle persone. Nell’aver cura però rientrano anche l’indifferenza e la trascuratezza  Heidegger lungi dall’idealizzare i rapporti umani. Il con-essere si caratterizza anche per il Si impersonale: nella vita quotidiana ognuno è come l’altro dove l’identità di ciascuno è irrilevante. La forza del Si consiste nella sua pervasività (è in ogni luogo) e nella sua impersonalità che lo rende irresponsabile. Inoltre il Si asseconda la tendenza a prendere tutto alla leggera e a rendere le cose più facili.
3. Analisi dell’in-essere come tale: l’Esserci è sempre in uno stato emotivo e coglie il mondo e se stesso attraverso il sentimento. L’Esserci è poi caratterizzato dalla comprensione, cooriginaria dello stato emotivo: ha sempre qualche tonalità emotiva. La comprensione è insieme una comprensione del mondo e dell’Esserci stesso. Dopo Heidegger si occupa anche della deiezione, cioè la caduta sul piano delle cose.

Inautenticità

Se l’autenticità consiste nel fatto che l’esserci sceglie e attua la possibilità “se stesso”, l’inautenticità consiste nel fatto che egli si pone sul piano delle cose e della semplice presenza perdendosi nell’impersonale. Heidegger analizza il Ci, l’essere quotidiano dell’uomo e le sue forme di deiezione. Individua tre forme di deiezione:
1. Chiacchiera: in essa il discorso perde o non raggiunge il suo rapporto originario con l’ente di cui si discorre. La fondatezza della chiacchiera sta nel fatto che così si dice e che lo dicono tutti. Contro il “si dice che” non c’è appello perché la chiacchiera è chiusa alla discussione o al riesame. L’esserci, nella chiacchiera, rimane fuori da un rapporto originario/genuino con il mondo ed è questo che rende difficile capire il proprio stato.
2. Curiosità: è un vedere fino a se stesso, non aperto a un autentico prendersi cura di ciò che si è visto. È caratterizzata dall’incapacità di soffermarsi sulle cose. È irrequietezza, è frivola, ricerca incessante di novità ≠ meraviglia che apre ad un conoscere autentico. La chiacchiera fa da guida alla curiosità.
3. Equivoco: si fonda su informazioni incerte, sulla chiacchiera, sul sentito dire e alimenta la superficiale curiosità. L’equivoco fa accrescere la chiacchiera e la curiosità. Nell’inautenticità la parola sostituisce l’azione perché se ciò che era stato predetto si realizza allora le forme di deiezione si stizziscono. Ma l’inquietudine della chiacchiera porterà a nuovi equivoci. L’essere insieme inautentico non è dominato da indifferenza ed estraneità ma da un sorvegliarsi reciproco  domina l’essere-l’uno-contro-l’altro.
La sua analisi dell’inautenticità non ha alcun intento moralizzatore. La deiezione risulta essere un modo preciso di essere-nel-mondo nel quale l’esserci è completamente immerso nel mondo. Non è la “faccia notturna” dell’esserci, ma una sua struttura ontologica essenziale.

Angoscia

Heidegger la paragona alla paura. La paura è il frutto della minaccia di un ente intramondano, l’angoscia è suscitata dall’essere-nel-mondo come tale. Può sorgere anche da una situazione serena, non vi è qualche specifica cosa che provoca l’angoscia, ma è originata dalla presa di coscienza che il nulla è il fondamento delle cose. L’angoscia fa si che l’Esserci non si senta a casa propria e si capisce perché l’Esserci fugge nella deiezione. Nell’angoscia il mondo si rivela per quello che è veramente: ciò che nella deiezione occupa l’Esserci nell’angoscia si rivela privo di significato. L’angoscia mostra all’Esserci che è isolato e gli fa comprendere il proprio distacco originale dalle cose e di consistere nell’essere-libero-per, nell’essere progettualità autentica. Mostra quindi all’Esserci la possibilità dell’autenticità, ma perché ciò avvenga occorre una decisione dell’Esserci.

L’esserci come Cura

la Cura va intesa sia positivamente come attenzione sia negativamente in quanto preoccupazione, affanno e timore. La vita è dominata dalla Cura, che è la totalità unitaria delle strutture dell’Esserci e lo caratterizza in quanto essere-nel-mondo. L’Esserci manca di qualcosa e ciò lo spinge in avanti nel tentativo di realizzare i propri progetti: l’Esserci è un esser-avanti-a-sé. L’ente che è utilizzabile serve per realizzare i progetti dell’Esserci. Questi è presso le cose e prendendosi cura di esse è progettualità. La progettualità e l’essere-per caratterizzano l’Esserci come Cura e lo mostrano come temporalità.

La temporalità

l’avvenire, l’essere stato e il presente vengono definiti “estasi della temporalità”, dove estasi etimologicamente significare “essere fuori (di sé)”. L’esistenza dell’Esserci è un ex-sistere, uno stare fuori caratterizzato dalla progettazione e proiettato verso la decisione. Nel tempo l’Esserci è fuori di sé e tra le estati quella originaria è il futuro. La Cura infatti si proietta fuori di sé, verso il futuro, per realizzare autenticamente o inautenticamente la propria progettualità. L’esistere inautentico perde costantemente il suo tempo quindi non ne ha mai, l’esistere autentico è deciso e quindi ha sempre tempo. Si ha un tempo inautentico, dove l’Esserci è travolta e si lascia travolgere dal piano delle cose del mondo (curiosità, chiacchiera ed equivoco), e un tempo autentico che consiste nel vivere con il distacco di cui l’angoscia rende l’Esserci capace (non un allontanamento dal mondo). L’Esserci autentico abbraccia il proprio destino che consiste in un essere-per-la-morte.

L’essere-per-la-morte

La morte non è un fenomeno che si possa osservare o sperimentare, ma è qualcosa che si rivela nell’Esserci stesso. L’Esserci ha un “non-ancora” che è mancanza costante, dove si rivela la finitezza dell’Esserci: la morte. Viene definita come la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’Esserci. L’angoscia ha la capacità di mostrare all’Esserci la sua gettatezza nella morte. La deiezione rappresenta una fuga dal proprio essere-per-la-morte. Non si tratta di un prendersi cura di realizzare la morte (sarebbe il suicidio), ma è una forma di distacco momentaneo dal possibile. È definita “anticipazione della possibilità”: mostra la finitezza di ogni cosa e mostra all’Esserci la sua possibilità, svela l’inautenticità del Si impersonale.

La produzione heideggeriana successiva a Essere e Tempo (dove non esaurisce la ricerca/il problema dell’essere) è definito come una svolta.

Verità

Il termine greco significa disvelamento. La verità consiste nell’essere strappato alla velatezza, nel manifestarsi pienamente. Vero è l’essere che si svela e si manifesta. Da Platone questo modo di comprendere la verità è stato sostituito dalla teoria della corrispondenza tra la cosa e l’intelletto, cioè dalla verità come adaequatio rei et intellectus.

Tecnica

La tecnica è il fenomeno fondamentale che caratterizza l’epoca contemporanea. Rappresenta qualcosa di nuovo rispetto all’utilizzo di strumenti, ma cambia la prospettiva: si ha una prospettiva del “pro-vocare”, ossia un chiamare la natura manipolandola e inducendola a rientrare nel processo di produzione (massima utilizzazione al minimo costo). Attraverso la tecnica la natura rivela se stessa ed è impiegata in un processo. La tecnica però non solo svela ma nasconde l’essere. Essa comporta il pericolo che l’uomo si senta il signore della Terra e finisca con il credere che tutto ciò che esiste è un proprio prodotto. La tecnica moderna mette in pericolo il rapporto dell’uomo con se stesso e con tutto ciò che è. Nella tecnica quindi si manifesta il destino della metafisica occidentale che ha ridotto l’essere all’ente. La posizione di Heidegger è critica, ma pur nel pericolo vede nella tecnica la possibilità di un nuovo inizio  è necessario un atteggiamento di ricerca, di apertura e di domanda.

Linguaggio

il Linguaggio è un bene, l’uomo è linguaggio (anche nel silenzio). Le strutture del linguaggio rendono possibile e condizionano l’accesso dell’uomo all’essere: solo dove vi è linguaggio, c’è mondo /nessuna cosa è dove la parola manca. Gli stessi concetti della tecnica sarebbero inconcepibili senza il linguaggio. Il linguaggio è anche condizione di storicità, perché solo dove c’è mondo c’è storia. Comporta un pericolo: il venire in luce dell’ente può occultare l’essere. L’essere appare nel linguaggio e lo fa nel modo in cui il linguaggio lo lascia apparire  il linguaggio è la dimora dell’essere. Avviene soprattutto nel linguaggio dei poeti e dei pensatori, perché sono i suoi custodi. La poesia è autenticità, è un luogo privilegiato in cui l’essere si mostra. Il poeta sa esprimere in parola l’esperienza che fa del linguaggio. La poesia più alta è un dono dell’essere: nella poesia non è l’uomo a parlare ma il linguaggio stesso  l’uomo deve solo ascoltare.

L’opera di Heidegger si presenta come un ricercare che muove di domanda in domanda. La ricerca razionale, che comincia con il quesito sul senso dell’essere, in Heidegger finisce per portare a una forma di messianismo irrazionalistico che caratterizza l’ultima produzione.

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