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Husserl

All'esordio del Novecento, Husserl pubblica due volumi delle Ricerche Logiche. E' l'atto di nascita della fenomenologia, una delle correnti filosofiche più influenti del ventesimo secolo. Per intendere cosa sia la fenomenologia di Husserl, occorre anzitutto metterne in rilievo due caratteristiche.
La fenomenologia di Husserl intende:
a) proporre un metodo scientifico di indagine filosofica.
b) essere la "scienza delle scienze", ossia la scienza sulla quale fondare le altre scienze.
Oggetto di questa scienza rigorosa, sono i "fenomeni". L'espressione fenomeno deriva dal greco phainòmenon, "ciò che è manifesto", "ciò che si mostra", "l'apparente". Dice Husserl: è fenomeno tutto ciò che è presente nella percezione. E' fenomeno ciò che è in un posto ricordato, ed anche le cose astratte sono fenomeni: quando compio l'operazione aritmetica 2+2, vedo che da essa risulta 4, il risultato è cioè un'evidenza razionale. Non a caso la parola "evidenza" deriva dal latino videri, "apparire": ciò che è evidente, ossia evidentemente vero, è anch'esso fenomeno. La parola fenomeno però, può anche avere un altro significato, opposto a quello di evidenza del vero: il significato di mera sembianza, falsa apparenza: cammino per strada e vedo che da lontano mi viene incontro qualcuno che mi sembra un amico; non appena vicini, mi accorgo che in realtà è uno sconosciuto che avevo scambiato per un amico. Questi sono i fenomeni da prendere in considerazione. Falsa apparenza è comunque fenomeno. In ognuno dei fenomeni è possibile distinguere due lati. Da un lato c'è il fenomeno e dall'altro c'è la mia coscienza che lo percepisce. In altre parole: ogni fenomeno è una relazione tra un "dato" e il suo modo di "datità". Il percepire, l'udire, il coglierine l'evidenza sono i modi di datità. La relazione tra dato e modo di datità è chiamata da Husserl "intenzionalità", termine che deriva dal latino "intentio" che in alcuni filosofi medioevali designava il rapporto tra mente e oggetto della mente. I fenomeni studiati dalla fenomenologia, sono fenomeni intenzionali, ossia, vissuti della coscienza intenzionale, perché il fenomeno c'è in quanto lo percepisco. Husserl dice che siamo arrivati a dover riformare l'apparato scientifico e filosofico, in quanto nessuna filosofia si è mai occupata della relazione tra il fenomeno e la coscienza che lo percepisce. E' stato studiato il fenomeno o la coscienza che prende in esame il fenomeno, ma non la relazione. Husserl ripercorre alcune tappe fondamentali di riferimento per superarle. I suoi punti di riferimento sono: Cartesio e Hume. Non è infatti difficile intravedere dietro la terminologia di Husserl la presenza di una precisa tradizione filosofica: l'empirismo. Husserl vede nell'empirismo un'impresa fallita, ma non c'è dubbio che la sua filosofia presenti un'ispirazione empiristica. Empiristico è in particolare, il risalto dato alla sfera psichica, come terreno di indagine filosofica, la quale viene pertanto a configurarsi come psicologia. Nel riprendere la tradizione empiristica, Husserl giunge ben presto a metterla radicalmente in questione. Si dedica dunque alla confutazione dello psicologismo. Con l'espressione psicologismo, si intende la tendenza a considerare la psicologia come una scienza primaria in grado di chiarire e giustificare concetti fondamentali utilizzati da altre discipline. Più in particolare, Husserl critica lo "psicologismo logico", vale a dire la tesi secondo cui, "la logica è un ramo della psicologia". Per coloro che sostengono il punto di vista dello psicologismo logico, le leggi logiche non sono altro che le leggi naturali che governano i processi psichici. I sostenitori dello psicologismo logico quindi considerano la psiche un fenomeno naturale: come, in base alle leggi della fisica, un pietra cade perché è soggetta alla forza di gravità, così i processi psichici (pensare, dedurre, immaginare, ecc), sono soggetti ai principi logici. Dunque, come la fisica stabilisce le leggi fisiche studiando i fenomeni fisici con il metodo dell'ipotesi e della verifica sperimentale, così possiamo essere nelle condizioni, attraverso lo studio delle metodiche della mente umana, uno studio di cui si occupa lo psicologismo logico, di attivare una scienza sui modi di funzionamento della psiche dell'uomo. Se è vero che tutta la natura, uomo compreso, funziona secondo un determinato meccanismo e se è vero che la natura può essere studiata attraverso leggi precise per cui data un'ipotesi si può fare una verifica e pervenire ad una legge, così sarà per la psiche umana, cioè osserviamo i fenomeni tipici della psiche dell'uomo e attraverso la metodica dell'ipotesi, della sperimentazione, della verifica, andremo a formulare delle leggi che riguardano la psiche. Così la psicologia è in grado di stabilire le leggi logiche studiando i fenomeni psichici. Husserl critica questa teoria e attraverso essa fa emergere i limiti dell'empirismo per poi superarli. Husserl considera questa teoria insensata e assurda, un'accusa sorprendente se si pensa che i sostenitori dello psicologismo logico muovono da quella che sembra un'ovvietà, ossia che il pensiero consista in eventi psichici e naturali e in quanto tali, simili a tutti gli altri fatti che ci capita di osservare in natura. A quest'ovvietà Husserl replica con un ragionamento che non apparirà meno ovvio. Gli psicologisti, osserva, trascurano una differenza essenziale, quella tra gli atti psichici in cui il pensiero trova materialmente espressione e il contenuto o significato a cui gli atti d'espressione si riferiscono. Gli atti psichici possono essere molteplici, possono variare nel tempo, possono essere compiuti da persone diverse e tuttavia, nonostante ciò, riferirsi sempre al medesimo contenuto. Ad esempio, l'operazione aritmetica 2+2, può essere compiuta infinite volte e da chiunque, uomo o macchina che sia, senza che cambi mai il risultato 4. Ciò accade per Husserl perché l'operare aritmetico si riferisce a contenuti ideali la cui caratteristica è di essere indipendenti dagli eventi psichici materiali o sensibili per mezzo dei quali tali contenuti divengono manifesti. Dal punto di vista fenomenologico e del suo concetto di fenomeno intenzionale, dunque, l'errore dello psicologismo logico è quello dell'identificare il dato con il suo modo di datità. A questa identificazione, Husserl oppone criticamente l'irriducibilità, posta in rilievo per primo da Platone, dell'ideale (o formale) al reale sensibile.

Husserl si richiama dunque a Platone e più in particolare, al significato platonico delle parole greche èidos e idèa, dalle quali deriva l'italiano "idea". Come indica la loro origine etimologica èidos e idèa rinviano all'attività del "vedere" (in greco: idèin). La dimensione ideale o "eidetica", che Husserl distingue da quella materiale o sensibile, è accessibile grazie ad un determinato modo di vedere: la "visione eidetica". La visione eidetica è quella che mettiamo in atto quando guardando oggetti qualsiasi come ad esempio il libro, diciamo che sono "tre" oggetti. Secondo Husserl in questo caso noi "vediamo" il numero "tre". Il "tre" è anch'esso un oggetto, di natura però ideale o eidetica, che afferriamo grazie ad uno sguardo diverso della percezione sensibile.
Per Husserl insensata è la pretesa dei sostenitori dello psicologismo logico di ridurre il significato dei concetti logici alla loro genesi psichica e ricondurre tutte le categorie logiche all'attività intenzionale ed empirica della coscienza. Ciò significa fare confusione tra ciò che è soltanto un fatto sensibile empirico e ciò che è puramente formale. Scopo principale della filosofia di Husserl è critica del dogmatismo, ossia la liberazione dal pregiudizio, ma nello stesso tempo non bisogna cadere nello scetticismo. Si tratta di spiegare qual è il fondamento di tutte quelle idealità che come i principi logici, si presentano con il carattere di validità assoluta. Hume vide il problema, ma non andò oltre e si rassegnò allo scetticismo; in questo senso, per Husserl, la sua è un'impresa fallita. Per Husserl si tratta di riproporre il problema humiano e realizzare un'autentica fondazione assoluta dotata di evidenza apodittica, al riparo cioè dal dubbio scettico. "Apodittica" è un'affermazione di cui non è possibile concepire la negazione, un'affermazione indubitabile, assolutamente certa.
Definendo la fenomenologia "filosofia prima" o anche "scienza rigorosa", Husserl intende i termini filosofia e scienza nel senso dell'antica epistème greca, ossia di una scienza razionale che aspira a stabilire verità assolutamente certe e salde, al riparo dalla mutevolezza e inconsistenza dell'opinare comune (quella che la filosofia greca chiamava dòxa). Un'aspirazione prossima al razionalismo di Platone, ma soprattutto di Cartesio. Husserl intende infatti la propria filosofia, come ripresa e prosecuzione, non soltanto del problema posto da Hume, ma anche del dubbio metodico cartesiano. E però importante notare la compresenza, nell'opera di Husserl, di empirismo e razionalismo. Per Husserl, infatti, entrambi sollevano esigenze legittime: il primo, l'esigenza di indagare l'esperienza nella sua dimensione soggettiva (modi di datità) e il secondo, l'esigenza di stabilirne la verità oggettiva (il dato). Ma nessuna filosofia è stata in grado di intendere quella che Husserl chiama "correlazione intenzionale" tra dato e modo di datità, vale a dire, il legame inscindibile tra ciò che è dato oggettivamente e il vissuto soggettivo grazie al quale il dato oggettivo si manifesta.
Tema della fenomenologia è appunto la correlazione intenzionale tra dato e modo di datità. La correlazione però non è immediatamente manifesta. Il fenomeno in senso fenomenologico non è soltanto il libro, che ora aprendo gli occhi dopo averli chiusi, mi si mostra davanti, bensì il libro in quanto mi si mostra davanti. In altre parole, il fenomeno non è soltanto ciò che si manifesta, ma anche il manifestarsi di ciò che si manifesta, non soltanto l'apparente, ma l'apparente nel suo apparire. Contrariamente a quanto lascia intendere il significato etimologico dell'espressione ("ciò che è manifesto"), il fenomeno che la fenomenologia mette a tema, ossia l'intenzionalità di coscienza, non è qualcosa di immediatamente manifesto. Tornando all'esempio del libro mentre lo percepisco, esso si dà come qualcosa che è lì davanti a me. Io posso toccarlo, sfogliarlo, leggerlo, chiuderlo, capovolgerlo, ecc. ma in ognuna di queste mie azioni, il libro mantiene il senso di qualcosa che è lì, indipendentemente da me. La cosa percepita, si manifesta come un "in sé". In sé significa che il libro mi si dà come qualcosa che è altro da me, esiste come in sé, indipendentemente da come lo percepisco. Colgo il senso oggettuale del libro, colgo l'oggetto come in sé, non lo colgo come fenomeno e quindi non colgo la relazione. Normalmente, non faccio attenzione alla correlazione tra ciò che si manifesta e il suo manifestarsi, non pongo a tema l'intenzionalità della coscienza.
Husserl chiama questa sorta di "cecità" nei riguardi dei fenomeni intenzionali "atteggiamento naturale" o anche "tesi generale del mondo": per colui che vive nell'atteggiamento naturale, il mondo esiste fuori di noi e indipendentemente dalla nostra coscienza. Che le cose siano indipendenti dal loro modo di apparire è qualcosa di ovvio e, in questo senso, di "naturale". Il fenomeno e la fenomenologia, presentano dunque un carattere, per così dire "innaturale", ossia paradossale, giacché per cogliere i fenomeni occorre compiere l'operazione esattamente inversa a quella che compiamo naturalmente quando percepiamo qualcosa. Occorre, per l'esigenza di fondare in modo assoluto la logica e più in generale il principio del pensiero scientifico, abbandonare l'atteggiamento naturale e passare a quello che Husserl chiama "atteggiamento fenomenologico". Mentre l'atteggiamento naturale scinde la correlazione tra dato e modo di datità, l'atteggiamento fenomenologico pone a tema proprio questa correlazione. E per porre a tema la correlazione, la fenomenologia, secondo Husserl, deve sospendere la tesi naturale del mondo come esistente oggettivamente, deve cioè astenersi dall'assumere che il mondo sia indipendente dalla coscienza. Husserl dice anche che il fenomenologo "mette tra parentesi" il senso oggettuale che le cose hanno secondo la coscienza naturale. La "sospensione" o "messa tra parentesi" o anche con il termine greco "epoché fenomenologia" della validità del senso oggettuale del mondo, serve ad ottenere una certezza maggiore ed è il primo passo del metodo fenomenologico.
Non è difficile a questo punto, notare la componente cartesiana del ragionamento di Husserl. Secondo Husserl, Cartesio ha avuto il merito di comprendere che per giungere alla certezza assoluta, occorre dubitare di tutto. Dubitando di tutto, emerge l'indubitabilità del dubbio stesso: l'io che mette in atto il dubbio universale non può essere esso stesso oggetto del dubbio e risulta indubitabile. Riprende esplicitamente questo celebre ragionamento con cui Cartesio deduce il carattere assoluto, innegabile del "cogito" (io penso). Il primo passo del metodo fenomenologico conduce così al secondo passo: "la riduzione fenomenologia". La sospensone della tesi o naturale, dice Husserl, lascia un "residuo fenomenologico". Husserl ricorre alla metafora della "purificazione": mettendo tra parentesi il senso oggettuale del mondo, la coscienza si purifica, giunge a osservarsi come pura e semplice coscienza, non intaccata ancora dai fenomeni propriamente detti. Il residuo, ciò che, per così dire, rimane al fondo di questo processo di purificazione, è la "coscienza pura" o "coscienza trascendentale". La riduzione fenomenologica, o riduzione trascendentale, dunque è il procedimento metodico per mezzo del quale il fenomenologo giunge alla coscienza pura o trascendentale quale "sfera di datità assolute": ciò che si dà al fenomenologo per mezzo della riduzione fenomenologica, i puri vissuti di coscienza, è assolutamente certo e cioè al riparo da ogni dubbio.
Husserl tiene a ribadire esaminando la coscienza pura, che qualsiasi atto conoscitivo, sia quello rivolto dall'interno verso l'esterno o dall'interno verso l'interno, nonostante possano sembrare diversi, sono sempre atti di oggettivazione. Come ogni oggetto, infatti, anche l'io psicologico si manifesta grazie ad un vissuto intenzionale di coscienza ossia a un io di cui la psicologia empirica non sa e non può sapere nulla. La psicologia, a causa del suo atteggiamento naturalistico, rimane ignara delle operazioni di coscienza che rendono possibile il manifestarsi di qualcosa in quanto oggetto. Ma per quale ragione occorre abbandonare l'atteggiamento naturale per assumerne un altro, come quello fenomenologico, così lontano dal buon senso? La ragione è l'esigenza razionale di raggiungere una sfera di datità assolute, apodittiche, innegabili. Per capire questo punto, torniamo all'esempio del libro, quello che Husserl considera come l'esempio paradigmatico della percezione compiuta nell'atteggiamento naturale: la percezione di una cosa nello spazio. Quando percepisco qualcosa nello spazio, la cosa mi si presenta necessariamente da un solo lato, ossia sempre secondo una determinata prospettiva d'osservazione. Per quanti sforzi faccia di approfondire la percezione, otterrò solo vedute parziali, diversi vissuti di coscienza, che non sono il libro, ma rinviano al libro.
Il libro in se stesso, si presenta sempre come qualcosa che sta al di là dei suoi modi di datità: la cosa nello spazio è essenzialmente trascendente rispetto alla coscienza. Ciò significa: l'apparire del libro (i suoi modi di datità) non è l'essere del libro (il dato). La separazione tra l'apparire e l'essere della cosa, rende la percezione di un oggetto trascendente, essenzialmente incerta, esposta al dubbio. Una determinata visione può ingannarci. Non diversamente stanno le cose riguardo all'introspezione psicologico-empirica. Anche in questo caso, l'io è afferrato come oggetto e di conseguenza è necessariamente trascendentale rispetto all'atto con cui lo si afferra. In modo diverso si presenta invece il vissuto percettivo una volta che sia stato sottoposto alla riduzione trascendentale: qui siamo nella "sfera della pura immanenza", il dato è cioè immanente alla coscienza. Questa immanenza garantisce dal dubbio, perché il dato immanente non rinvia a niente che stia al di là del suo stesso darsi: nella sfera della pura immanenza, il dato coincide con il suo modo di datità, l'essere è l'apparire stesso di ciò che appare.
E' una sorta di idealismo trascendentale, Husserl non concepisce altro essere che non sia essere di coscienza. Infatti, coerentemente con la propria impostazione idealistica, Husserl considera il carattere oggettuale o trascendente che caratterizza la realtà nell'atteggiamento naturale come il risultato di una "attribuzione di senso" operata dalla coscienza.
Nel passaggio da un vissuto di coscienza all'altro, il loro senso trascendente è rimasto immutato, sono cambiati solo i contenuti immanenti della mia coscienza e ciò, secondo Husserl, è avvenuto grazie al fatto che noi abbiamo attribuito un senso a quest'oggetto, per cui indipendentemente dalla prospettiva con cui lo guardiamo e indipendentemente da se lo vediamo o no, l'oggetto trascendente rimane perché l'abbiamo dotato di senso. Ogni trascendenza ha cioè origine nell'immanenza della coscienza. Ogni cosa che è fuori dalla mia coscienza, ogni cosa che possa qualificarsi come un oggetto, è trascendente ma ha origine nell'immanenza della mia coscienza, perché io devo dare un senso a qualcosa. Una cosa per noi esiste solo se ha un senso e questo senso viene dall'immanenza. Quest'operazione viene chiamata da Husserl "costituzione": la coscienza trascendentale è "coscienza costitutiva" e l'indagine fenomenologia è di conseguenza "analisi costitutiva". La percezione del libro, è la sintesi di molteplici modi di datità. E' un eterno rinviare, è un susseguirsi di rinvii che mi danno l'oggetto. Grazie all'attribuzione del senso oggettuale trascendente, gli attribuisco un senso e grazie all'attribuzione del senso vedendo il lato anteriore, sono persuaso che il lato posteriore che ho visto prima è ancora là. Presuppongo che anche quello che non vedo, che non arriva alla mia coscienza è ancora là, perché gli ho dato un senso. Husserl dice che "la percezione è sempre un intreccio", tra i modi di datità attualmente presenti e modi di datità che sono stati presenti. Ciò che vedo attualmente rinvia a qualcosa che non vedo direttamente. Non può dunque esistere che per Husserl, una percezione singola e isolata di un oggetto singolo e isolato. La percezione, accade sempre in contesti intenzionali: la percezione del libro è connessa alla percezione del tavolo e quella del tavolo a quella della stanza, quella della stanza a quella della casa e così via.
Nelle parole di Husserl: ogni "coscienza tematica", che ha cioè qualcosa a tema, è accompagnata da una coscienza non tematica di altri vissuti possibili. L'insieme dei vissuti possibili connessi a quello attualmente presente, è chiamato da Husserl "orizzonte". La coscienza d'orizzonte è la coscienza non tematica della serie dei possibili vissuti intenzionali connessi a ciascun vissuto intenzionale attualmente presente. Il senso trascendente attribuito dalla coscienza ai propri vissuti ha una struttura complessa. La coscienza, ha a che fare non soltanto con singoli oggetti trascendenti, bensì anche con gli orizzonti entro i quali si danno singolo oggetti trascendenti. In altre parole, a ogni singolo oggetto percepito, fa da sfondo un orizzonte non tematicamente presente, che può tuttavia essere tematicamente presente. Si osservi la singolare dinamica che questo processo di "tematizzazione dell'orizzonte" inevitabilmente mette in atto. Se pongo a tema l'orizzonte non tematico della mia percezione attuale, sono sempre rinviato a un orizzonte ulteriore. La coscienza è consapevole della infinità dei suoi vissuti possibili. Senza bisogno di percorrere di fatto la serie infinita degli orizzonti che fanno da sfondo a ogni mia singola percezione, io so già che c'è un'infinità di orizzonti possibili. Ciò significa che la coscienza suppone costantemente l'esistenza dell'orizzonte unitario che abbraccia tutti gli orizzonti, cioè dell'orizzonte universale, con l'espressione più tradizionale: il mondo.

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