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Filosofia e politica secondo Platone (420 a.C - 347)


L’Insegnamento di Socrate è il presupposto del pensiero filosofico politico di Platone. Se in Socrate diventa essenziale l'esigenza morale di una continua ricerca della verità, in Platone diventa centrale il problema del fondamento oggettivo della conoscenza, cioè dei rapporti che sussistono fra questa la verità. L'esigenza morale diventa la ricerca della verità, diventa filosofia intesa come conoscenza dell’universale. Si pone così il fondamento della scienza, di una conoscenza oggettiva sottratta alla mutevolezza delle opinioni. Il rapporto fra la politica e la filosofia in Platone scaturisce dall'appassionata partecipazione al dramma di Socrate, che diventa quasi simbolo della crisi profonda che investe non solamente Atene, ma il mondo politico greco: la filosofia è l'impegno cogliere al di là degli avvenimenti. La polemica socratica nei confronti della riduzione della politica retorica diventa in Platone radicale contrapposizione fra la retorica e la politica fra il politico e il sofista. Nella reciproca conversazione della politica e della filosofia si fonda per Platone la politica come scienza.

Platone è allievo di Socrate e il maestro di Aristotele. È uno dei primi filosofi a scrivere. I suoi scritti presentano la forma del dialogo, la verità va cercata attraverso il confronto serrato, quindi la verità si trova sul attraverso ciò. Le opere che compone rispettano la forma del dialogo. La cultura precedentemente veniva trasmessa per via orale e la scrittura veniva vista come un sussidio per la memoria. Nella V secolo a.C si inizia scrivere, ciò viene visto come un farmaco che aiuta la fragilità della memoria. La scrittura di Platone interviene in questo processo. A differenza di Platone, per Socrate la scrittura era una cosa sbagliata. Solamente il dialogo porta alla verità: un argomento forte quando riesci a superare un’obiezione, se non ci riesce allora bisogna proporre nuove conoscenze. Socrate era il maestro della “maieutica” ( dialogo, dubbi E mettere in crisi l’avversario). Platone cercò di recuperare la bellezza del dialogo scrivendoli ed è grazie a lui se oggi noi possiamo avere una ricostruzione del pensiero di Socrate, il quale non ha lasciato nessun scritto.
Ora proponiamo la lettera settima in cui Platone evoca la sua esperienza e le sue considerazioni riguardo la politica. In questa lettera parla di governo di Atene che viene modificato. Platone era convinto che lo Stato sarebbe passato dall'illegalità alla giustizia, ma non fu così e lui rimane disgustato da tutto ciò che accade. Il potere crolla e in lui ritorna la passione, anche se pacata, nei confronti della politica. Il nuovo governo accusa Socrate per empietà lo condanna a morte. Secondo Platone È difficile mantenersi e dedicarsi alla politica in modo onesto, tutto si corrompe. Da un forte sentimento di entusiasmo si trova nauseato dalla politica, ma continua a interessarsene. I mali non avrebbero mai lasciato l'umanità finché una generazione di filosofi giusti non si fossero dati alla politica o quando la classe dirigente si fosse data alla filosofia. Platone arriva addirittura pensare che l’epoca precedente fosse migliore di quella attuale. Evoca la caduta della tradizione e afferma che l'unica soluzione possibile è di dare il potere ai filosofi, ma è comunque necessario l'intervento divino. Quindi tutto questo discorso sembra poco attuabile. Forse l'unica cosa sarebbe una buona dose di fortuna ( Fortuna intesa come sorte secondo Machiavelli).
Questa lettera è attuale del nostro presente. Platone è un uomo che ha viaggiato molto, che si è cimentato nell'attività politica, ma mai ad Atene. È un uomo che ha compreso il suo tempo, e attraverso la sua dottrina voleva frenare il processo di decadenza che avrebbe portato la morte della civiltà della polis. Nella polis l'azione politica è intesa come azione pubblica in cui tutti possono partecipare e lo scopo è “ il fine ultimo a cui ogni cosa tende” cioè il bene. Il bene è il fine ultimo di ogni cosa, ma non si sa cosa significhi la parola “ bene”.
Il Nomos (legge) inizia a frammentarsi nel V secolo a.C. La legge veniva concepita in modo unitario, essa coinvolgeva tutte le sfere della vita. L'idea di giustizia era cosmica, cioè non riguardava solo gli atti umani, ma coinvolgeva anche il cosmo. Il concetto di cosmo veniva inteso come universo e ordine. Molti filosofi si sono chiesti se l'ordine derivi dalla natura o sé l’uomo abbia intravisto l’ordine nel cosmo, poiché questo è un suo desiderio. La giustizia riguardavano non solo la vita politica, ma anche tutto l’universo. Il rispetto delle leggi della natura era considerato un atto di giustizia, quindi la giustizia è sia legge naturale che legge etica.
Nel 1442 a.C viene interpretata la tragedia in cui compare la prima attestazione scritta della legge naturale. La tragedia racconta che Polliniche non doveva opporsi al fratello maggiore e per questo motivo è andato contro la legge naturale. Per questo motivo viene ucciso e non gli viene data sepoltura come punizione per la sua trasgressione. Ma la sorella Antigone è contro tale decisione e sulla base della tradizione va a seppellire il fratello andando contro il re, che è suo fratello. Ma con il suo lato rispetta la legge naturale, e cioè che ogni essere umano devi avere una degna sepoltura.
Secondo Platone i sofisti sono responsabili della rottura del Nomos. Le leggi della polis e la loro obiezione sono un atto di giustizia, ma anche le leggi naturali lo sono. La giustizia cosmica non è più considerata tale perché non è più giusto obbedire alle leggi dello Stato. Le leggi della polis hanno un'origine consuetudinaria, cioè derivano dalla ripetizione di una determinata condotta che viene percepita come legge. Nell'età antica le leggi si erano formate spontaneamente dalla popolazione e quindi gli uomini erano anche legislatori. I sofisti insegnava a pagamento ( questo era visto come blasfemo) l'arte della retorica ai giovani aristocratici che avrebbero poi occupato un ruolo nello Stato. I sofisti insinuarono nei propri allievi il germe dello Scetticismo ( da questo momento in poi avremo la caduta della polis ad Atene). Con il termine scetticismo intendiamo che la persona mette in dubbio la verità. Lo scettico è colui che dubita l'esistenza della verità oppure afferma che essa esista, ma mette in dubbio il suo significato o il suo contenuto. Dobbiamo comunque dire che la proposizione “ la verità non esiste” è sbagliata perché da come presupposto ciò che nega è quindi una contraddizione. I sofisti tendevano a revocare in dubbio l'esistenza della verità, ma ciò significa anche mettere in dubbio il nomo e la sua esistenza. Lo scopo della retorica era quello di persuadere chi ascolta, ma persuadere che una cosa è bella non significa che essa lo è realmente. Quindi l'Importante secondi sofisti non era dimostrare che ciò che affermo è vero, ma importante convincere le altre persone. Il sunto del discorso è che chi è più abile in retorica sarà colui che farà prevalere la propria opinione. Colui è il più forte ed è colui che detiene potere politico.
Platone non ha mai scritto dei principi sommi universali perché rimarranno nella memoria e non verranno mai dimenticati. Colore che li hanno imparati non potranno mai dimenticarmi e se questi principi sommi venissero scritti potrebbero non essere illustrati nel modo giusto per poi non essere capiti o banalizzati da chi li legge. Per Platone la verità esiste e risiede nel’ Iperuranio ( mondo delle idee). L'idea e la sua essenza è la verità, ogni idea ha una sua immagine della realtà.
Ora tratteremo l'idea dello Stato (polis). L’interesse nei confronti della politica è sempre stato presente nella vita di Platone e a quarant'anni compone il suo capolavoro intitolato “La Repubblica”. I tre dialoghi più importanti presenti all'interno dell'opera sono:

La repubblica
Il politico
Le leggi (opera incompiuta)

Nel frattempo istituisce anche un'accademia in cui chi non è geometra non può partecipare. All'interno dell'Accademia fa fare una raccolta di tutte le costituzioni storiche delle polis greche.
Nella Repubblica vengono affrontati i dialoghi politici, ma viene comunque conservata una profondità filosofica. La Repubblica è ripartita in 10 libri. Il primo libro ha un carattere introduttivo e come oggetto del discorso affronta la costituzione della polis. I personaggi all’interno del dialogo sono : Socrate ( attraverso le sue parole apprendiamo anche il pensiero di Platone) Cefalo e Trasimaco. Viene introdotto il tema del dialogo, Socrate vieni interrogato sulla questione: che cos'è la giustizia? E tutti e tre propongono la loro visione:

Cefalo: secondo lui essere giusti significa trattare bene chi è amico avvantaggiandolo è svantaggiato il nemico e colui che non rispetta le leggi.

Trasimaco: la sua prospettiva di giustizia si ripropone nella storia. Secondo lui la giustizia è l’utile del più forte. Il giusto non è colui che agisce in vista, ma colui che detiene il potere politico esercitandolo per promuovere il proprio tornaconto personale. La sua concezione è radicale poiché secondo lui la sua affermazione è valida in ogni tempo e in ogni luogo, questo anche perché è un sofista. Comunque lui non ammette obiezioni. Colui che è più forte governa e attraverso ciò aumenta la sua forza, attraverso l’esercito per esempio. Tutto ciò avviene per natura e significa che questa massima non conosce eccezioni. Attraverso lo strumento della legge non trasmettono un valore di giustizia, ma lo fa solo per un suo interesse personale.

Introduciamo tre sofisti che però non partecipano a questo dialogo e poi vedremo l'intervento di Socrate nel dialogo:

Callicle: secondo lui la giustizia non è l’utile di chi è più forte, ma il perseguimento dell'interesse dei più deboli associandosi diventano i più forti nello stato e per questo motivo governano. La differenza con Trasimaco perché secondo lui la giustizia è un fatto di natura mentre per Callicle è una convenzione poiché giungono al potere per un proprio atto di volontà.

Antifone: secondo lui gli uomini agiscono sempre in vista del proprio interesse. Per questa ragione gli uomini assumono un comportamento diverso se sono in compagnia e sono visti da un’autorità. Nel secondo caso tendono a rispettare le leggi, se non sono visti invece non lo fanno. Quindi seguono le leggi solamente quando il conviene. Per esempio se c'è rispetto del limite di velocità in presenza di un vigile rispetto al limite, ma se non c'è posso decidere di rispettare il limite oppure no in base a miei interessi.

Ippia: lui sottolinea che gli uomini sono tutti uguali tra loro. Tutti gli uomini sono uniti da una fratellanza. Il potere politico non è una presente naturale E non servirebbe nemmeno. È la legge che separano uomini in governanti e governati.

Questi personaggi che abbiamo appena esposto non sono estranei alla massima di uno dei più grandi sofisti, Pitagora, “ l'uomo è misura di tutte le cose”. Si afferma che in questa frase ci sia la massima espressione del relativismo, perché pensa che l'uomo con il suo pensiero è misura di tutte le cose. Ogni uomo possiedo una misura diversa. Naturalmente in questo modo non possiamo avere una misura oggettiva, se non esiste un metro comune non esiste nemmeno la possibilità di comunicazione tra gli uomini. Il relativismo e lo scetticismo distruggono la Nomos.

Socrate: non accetta la visione di Trasimaco e lo guida a cogliere la fragilità della sua prospettiva. Lo fa per via indiretta e osserva che dire che chi governa lo fa solo per uno scopo personale sarebbe come dire che un medico cura il suo paziente solo per uno scopo personale ( fa un’analogia). Il medico cura i malati per motivi egoistici? Potremmo dire di sì perché dalla professione del medico si guadagna bene. Tuttavia Socrate ci indirizza a dire che il medico curi paziente con lo scopo di guarirlo. Lo scopo della medicina è la guarigione e allo stesso modo chi detiene potere politico lo fa per realizzare la giustizia dello Stato a prescindere dall'interesse del singolo. Bisogna cogliere la contraddizione per via analogica. Socrate viene sollecitata dire cosa sia la giustizia dai suoi interlocutori. Socrate accetta la domanda, ma in qualche modo invita i suoi interlocutori chiedersi, non quale sia l'uomo giusto, ma fare come fanno i miopi, che vedono male da lontano, ma bene da vicino. Invece di occuparsi della giustizia nel singolo uomo bisogna occuparsi della giustizia nello Stato e chiedersi se esso sia giusto. Passiamo dall'uomo allo Stato perché secondo Socrate e Platone non differiscono per ragioni qualitative, ma per ragioni quantitative. Con questo vogliamo dire che la polis è l'uomo in grande e l’uomo è la polis in piccolo. Quindi hanno la stessa struttura e indagando la natura dello Stato posso poi capire come è fatto l’uomo e potrà affermare in che cosa consista la giustizia. In questo modo viene introdotta una concezione organistica dello Stato. Anche lo Stato nasce-cresce-muore cambiando solamente la sua dimensione. Ne consegue che come uomo si inserisce nelle leggi della natura lo fa anche lo Stato. Gli uomini esistono per natura e allo stesso modo la polis esiste per natura. Essa è il frutto di uno sviluppo storico, ma nonostante ciò corrisponde ad un fatto naturale. Dunque essa non è il frutto dell'ingegno dell’uomo, sarebbe esistita a prescindere e quindi il potere politico appartiene alla natura.

Perché nel corso della storia si è istituita la polis?
Socrate fa una considerazione di tipo antropologico. La natura dell'uomo multiforme ed esso ha tanti bisogni che non sono solo di natura biologica, ma anche di ragione. L'uomo è dotato di ragione e ciò attesta che ha desideri che superano quelli biologici. Però l'uomo non può soddisfare da solo tutti i suoi bisogni. Ciascun uomo ha delle attitudini o abilità diverse. Detiene delle inclinazioni grazie alle quali può dare il meglio di sé. Per Platone se l’uomo conosce e coltiva le sue inclinazioni e utilizza i frutti in comune con gli altri uomini, tutti insieme potranno a pagare i loro bisogni. Dobbiamo sottolineare che gli uomini sono socievoli per natura E necessariamente hanno bisogno l'uno dell'altro formando la polis attraverso la divisione del lavoro in cui ciascuno farà quello che sa fare meglio. Quindi la polis si fonda o si basa:

. Sulla natura socievole dell’uomo.
. Sulla divisione del lavoro.

Da tutto questo discorso possiamo delineare le tre classi sociali fondamentali secondo Platone:

Demiurghi: sono i cittadini che si occupano dell'agricoltura e cioè coloro che mantengono in vita agli altri cittadini. Ci sono puoi anche gli artigiani. La loro abilità consiste nella temperanza.
Custodi guerrieri: il loro compito è mantenere l'ordine e difendere la città. La loro abilità sono il coraggio e la fortezza.
Custodi reggitori (filosofi): sono coloro che si occupano di governare e la loro abilità è la sapienza.

Questa abilità vengono definite da Platone virtù ( sapienza, coraggio, temperanza). Noi diremmo che manca la virtù della giustizia, ma secondo Platone essa costituisce l'armonia di questo tre virtù. Se l'uomo le svolge nel modo corretto ci sarà giustizia e armonia. Queste tre virtù formano le quattro virtù cardinali fondamentali nel medioevo.
Platone afferma che anche le donne possono ricoprire un ruolo nelle tre classi che abbiamo delineato. Naturalmente è necessario che nello Stato ciascuna classe contempli un numero adeguato di persone che si dedicano ad ognuna di queste virtù, ma com'è possibile?
Questo è possibile sulla base di una raffinata politica che viene condotta dei custodi reggitori, essi faranno in modo che il numero degli abitanti sia sempre giusto. Platone sottolinea che la classe dei demurgoi sia vicino alla vita familiare, e grazie ad essa possono comprare meglio la propria virtù. Tuttavia per Platone i custodi reggitori non possono avere ne famiglia ne proprietà. Il loro compito è quello di guidare gli accoppiamenti tra le vari classi sociali creando persone con determinate doti.
Ma per quale motivo i filosofi e i militari non possono avere famiglia e proprietà?
Secondo Platone tutto ciò è funzionale alla polis, coloro che governano lo possono fare al meglio solo se non distratti, ogni loro azione è legata al bene della polis. Che genere una famiglia si deve preoccupare, ma tutto ciò diventerebbe solamente una distrazione per i governanti. Per questo motivo Platone ritiene che questo cosiddetto semi-comunismo sia funzionale alla polis. Ciononostante nessuna città ha mai ammesso l'idea di una costituzione comunista, a prescindere dal pensiero di Platone, per il quale essa era non solo possibile, ma anche importante.
Quando un uomo è giusto? ( antropologia platonica)
Platone ritiene che nell'uomo ci siano tre principali funzioni vitali definite con il termine anima:

anima concupiscibile: essa a che fare con il mantenimento in vita della persona, per esempio mangiare, bere e dormire.
anima irascibile: essa ha a che fare con la dimensione dell’aggressività ed è portata a disciplinarla, per esempio lo studiare o il camminare.
anima razionale: essa è legata all'attività conoscitiva che disciplina tutte le anime.

Queste tre anime vengono corrisposte alle tre classi sociali. Ogni anima è prevalente in ciascuna classe e ne deve gestire gli impulsi.
Dobbiamo sottolineare che il termine fortezza, chi è diverso da forza, consiste in quella virtù che mi consente di essere temperato.
Attraverso un mito intitolato “ Biga alata” Platone propone le tre anime:
la biga è trainata da una coppia di cavalli:
cavallo nero: incarna l’anima concuiscibile e tende a volare verso la terra.
cavallo bianco: incarna l'anima razionale. Esso si viene guidato nel modo giusto va nell’ iperuranio, ma se viene trainata in modo sbagliato prosegue verso la terra non consentendo all'uomo di conoscere la verità.
auriga: rappresenta l'anima razionale ed è colei che tiene per le briglie i due cavalli.

Ma in quale modo la biga alata va verso l’Iperuranio?
Platone ce lo spiega attraverso un altro mito che si trova nel settimo libro della Repubblica, facciamo riferimento al “ mito della caverna”, grazie questo mito capiamo come viene processo conoscitivo nell’uomo:
“ alcuni uomini sono incatenati in una caverna e sono costretti a guardare la parete completamente al buio. Un po' di luce è assicurata dal fuoco dietro le loro spalle. Tra il fuoco alle spalle vengono fatte scorrere delle statue che rappresentano delle attività e in questo modo proiettano un’ombra sulla parete che gli uomini stanno guardando. Gli schiavi vivono una sensazione o un’esperienza visiva e per loro è l'unica capacità di conoscenza. Uno degli schiavi si libera e si gira vedendo le statue e il fuoco e capisce che la sua esperienza era solo un'ombra e non la realtà. Lo schiavo esce dalla caverna cercando di risalire con fatica l’uscita. Dopo tanto al buio naturalmente non può passare subito alla luce per questo motivo deciderà di uscire solamente di notte. All'esterno c'è una luna piena la quale si riflette nell’acqua di un lago. Lo schiavo non riguarda direttamente la luna, ma il suo riflesso. Nel frattempo si fa giorno e da questo momento lo schiavo può vedere e contemplare la realtà. Platone immagina che dopo ciò desideri ritornare nella caverna per raccontare agli altri ciò che ha visto, ma tendenzialmente gli altri dubiteranno e potrebbe anche esserci il rischio che venga ucciso per le sue affermazioni, questo perché spesso l'uomo non gradisce la verità.”
Attraverso questo mito possiamo delineare il passaggio di 4 fasi:

conoscenza per via di sensazioni ( le ombre). 20’anni
conoscenza legata alle opinioni ( lo schiavo vede le statue). 20’anni
Conoscenza di tipo matematico ( le immagini specchiate sull’acqua del lago). 30’anni
Conoscenza delle idee che sono la verità ( quando sorge il sole). 50’anni

Per Platone i custodi reggitori devono essere filosofi ed ed essi sono coloro che raggiungono il quarto stadio. Solamente colui che contempla e ha confidenza con la verità può governare e saprà mantenere giusta la città. Naturalmente egli non ha un compito semplice poiché questa elevazione comporta un cammino faticoso. Il vero filosofo è colui che rientra nella caverna, quindi colui che riesce a governare le persone che si trovano ai gradini più bassi della conoscenza. Platone sottolinea che si giunge a filosofare non in età giovanile, ma dopo aver percorso tutti i gradi della conoscenza, quindi alla raggiungimento dei 50’anni.
Ora affrontiamo un'altra questione, è possibile descrivere lo stato perfetto?
Noi abbiamo detto che filosofo conosce la verità, però egli non è in grado di esprimerla in modo completo. Possiamo allora affermare che Platone nella Repubblica non mantiene un atteggiamento razionale, cioè quell'atteggiamento secondo cui la ragione dell'uomo sia in grado di conoscere interamente la verità. Nella Repubblica egli spiega che se tale aspetto istituzionale, cioè il raggiungimento dello stato perfetto, venisse compiuto esso degenererebbe nel tempo. Esso non può durare è destinato a corrompersi. Quindi la sua posizione non è razionale, ma contraddittoria, perché se lo Stato fosse perfetto non si corromperebbe. Dobbiamo ricordarci che se la perfezione è vera essa dura nel tempo.
Ma per quale motivo degenera?
Secondo Platone perché i custodi reggitori compiono degli errori di calcolo nella pianificazione eugenetica, questi errori sono impossibili da evitare. Per esempio sbagliano gli accoppiamenti oppure non nascono filosofi. Un altro fattore è dato dal fatto che anche loro iniziano a desiderare gli oneri e quindi iniziano ad esercitare il loro potere per aggiungere degli scopi personali o per ottenere degli oneri. In questo modo si costituisce una classe di filosofi incompetenti che hanno solamente desiderio delle ricchezze. Quindi da una costituzione aristocratica si passa ad una costituzione timocratica, in cui gli uomini che sono al potere voglio raggiungere degli scopi personali. Ora vediamo il processo di disgregazione delle costituzioni:
Aristocrazia
( filosofi che conoscono la verità)
I
Timocrazia
( I filosofi commettono errori iniziano a pensare gli oneri)
I
Oligarchia
( poche persone hanno il potere e lo esercitano per raggiungere i propri scopi)
I
Democrazia
( il popolo si ribella)
I
Tirannide
( tutti fanno ciò che vogliono la verità non si conosce)

In tutto questo decadimento però l'idea rimane incorruttibile.
Riassumendo tutto quello che abbiamo detto ci potrebbe sembrare che Platone non tenga al bene degli individui. In un certo senso è vero perché il suo scopo è individuare e descrivere la polis giusta. L'unica cosa importante sono le virtù degli individui che servono per la formazione della polis, ma queste virtù non devono essere esaltate. Ciò non significa comunque che non ci sia mobilità sociale, ma Platone desidera la costituzione di uno stato etico nel quale il bene viene praticato da tutti.
Critica di Popper (‘900): lui ritiene che Platone aveva una visione totalitaria in cui tutto è funzionale al bene dello Stato. La giustizia non viene concepita come uguaglianza.
La sua critica è sbagliata perché se l'idea di Stato di Platone fosse il totalitarismo ciò comporterebbe l'identificazione di un nemico da eliminare, ma tale nemico non c’è.
Ora trattiamo l'altro dialogo più importante scritto da Platone cioè “il politico” , in cui i protagonisti sono Socrate e uno straniero. In greco la parola politico è “ basileus”. Il tema centrale in questo dialogo è il rapporto tra il politico delle leggi, ma prima di parlare di questo dobbiamo distinguere due tipi di politica:

la politica intesa come scienza teoretica: conoscenze che riguardano l'organizzazione della città in cui lo scopo è solamente conoscitivo.
Politica come scienza pratica: è l'arte di governare. Appartiene campo etico e morale quindi riguarda il comportamento degli uomini. Si tratta di un'arte architettonica che a che fare con la progettazione dello Stato e la realizzazione del progetto. Come l'architetto progetto un'idea e coordina gli uomini per la costruzione del suo progetto intervenendo quando si verificano dei problemi allo stesso modo agisce il politico. Attraverso la metafora dell’arte del tessere spieghiamo come agisce il politico: ogni tessuto è costituito da una trama, in questo caso le tre virtù. Il tessuto si costituisce attraverso il filo d'oro della giustizia e il compito del politico è guidare questo filo. Il suo scopo è quello di stabilire vincoli saldi tra gli abitanti in modo che la trama non si di soglia.

Tornando al dialogo la domanda fondamentale è: il politico dovrà subordinare la sua volontà alle leggi dello Stato o dovrà essere superiore alle leggi dello Stato?
Ai tempi nostri il rapporto tra governo e legge è subordinato, ma in Platone i filosofi non sono sottostanti alla legge e nemmeno subordinati. Sono superiori alla legge poiché loro attraverso le leggi cercano di introdurre nel miglior modo possibile le idee. Dunque il re-filosofo dirige la sua azione governativa attraverso la conoscenza della verità e il suo unico vincolo è costituito dalle idee. Dobbiamo però utilizzare altre due metafore per spiegare il il rapporto tra il politico e le leggi:

metafora dell'arte medica: il medico deve sempre attenersi a ciò che ha studiato o può' suggerire delle cure alternative? Secondo Platone può suggerire delle terapie diverse.
metafora del capitano della nave: che guida la nave può non seguire le rotte prestabilite per raggiungere la destinazione? Secondo Platone lo può fare l'unica cosa importante è raggiungere la destinazione.

Tuttavia Platone sottolinea che c'è un rischio. Il problema riguarda il fatto che il re-filosofo è anch’esso un uomo in quanto tale può farsi condizionare dalle sue passioni. Per Platone tutto ciò rovina lo Stato e per questo motivo per mantenere in vita lo Stato bisogna valorizzare le leggi ponendole al di sopra dell’uomo.
Nel “politico” Platone presenta una classificazione classica delle costituzioni Sulla base di due criteri:
il numero di coloro che detengono il potere
Infine che deve avere questo potere cioè il bene

In questo modo avremo delle costituzioni:

rette: il loro scopo raggiungere Il bene della polis.
corrotte: loro scopo raggiungere il proprio interesse personale.

Se congiungiamo i due criteri si vanno a delineare 6 forme di costituzione:

monarchia ( una persona) —> costituzione tirannide
aristocrazia ( i migliori governano) —> costituzione oligarchia.
democrazia ( tutti governano) —> costituzione democratica corrotta.

Questo schema di degenerazione della costituzione verrà rivisto da Machiavelli e Montesque. Possiamo osservare il rapporto tra queste costituzioni in modo ciclico.
Affrontiamo ora l'ultimo dialogo più importante di Platone cioè il dialogo “le leggi” in cui vengono esaminate le costituzioni di Sparta e Atene. I protagonisti del dialogo hanno il compito di scrivere la costituzione di Creta. Il significato del dialogo è che nell'ultima parte della sua vita Platone si interroga sul modello di Repubblica da lui proposto, e si domanda se esso possa essere realizzato. Già nel “politico” sottolinea i rischi che si possono presentare. Per questo motivo insiste sull'eccellenza delle leggi le quali sono importanti. Nella polis il governo è diretto verso la legge. Per avere uno Stato perfetto Platone afferma che i cittadini dovrebbero essere degli eroi o degli dei, ma dobbiamo ricordarci che i cittadini sono uomini e per questo motivo devono sottostare alle leggi.

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