Il ruolo della donna nella Repubblica di Platone


Nel quinto libro della Repubblica, Platone, affronta la questione della diversità dei sessi e assume posizioni piuttosto aperte, soprattutto se si tiene in considerazione il tempo in cui è vissuto, tempo in cui l'attività manuale, per esempio la coltivazione dei campi, era predominante: Platone sta tratteggiando il suo stato ideale, visto come una grande famiglia, caratterizzato dall'abolizione della proprietà privata.
L'ingresso della figura femminile, nello scenario del libro V è affidato ad una sequenza drammatica del dialogo, ad una riapertura del discorso. Socrate vorrebbe continuare con la sua disamina delle costituzioni, cominciata alla fine del libro IV, ma i suoi interlocutori, lo interrompono. Adimanto, in particolare, lo accusa di essere stato evasivo sulle donne e sui figli, lasciando cadere il discorso e limitandosi a dire che, riguardo le donne e i figli saranno comuni le cose degli amici. L'esplicitazione richiesta, circa l'assunto di Socrate, verte sulla generazione e l'allevamento dei bambini, una questione di importanza vitale per la politeia.
Il riconoscimento della rilevanza di questo problema non rappresenta certamente una novità, dal momento che la discussione costituisce un luogo comune diffuso nella cerchia socratica e che rimanda alle trattazioni di Senofonte sull'educazione femminile.
Socrate si rallegrava di aver esaurito la discussione sulla politeia, ed era ben consapevole di quello che gli interlocutori stavano risvegliando con queste domande, nonostante la loro inconsapevolezza.
Beni e donne in comune: è l'idea che incuriosisce Adimanto. Socrate risponde, dicendo che questa è solo una, e la meno scandalosa, delle tre teorie rivoluzionarie del suo pensiero. La prima è l'identità di compiti e di educazione tra uomini e donne, da realizzare poiché le differenze tra i due sessi non sono tali da comportare e spiegare differenze di occupazione; le donne sono solo in media più deboli degli uomini, ma questa differenza non pregiudica il loro operato. La seconda teoria è quella sulla comunanza delle donne e dei figli, che permette ai guerrieri di liberarsi degli affetti privati per dedicarsi esclusivamente allo stato. I matrimoni devono essere combinati dai governanti, affinché la popolazione rimanga costante; la qualità della prole deve essere migliorata, garantendo ai migliori e ai guerrieri vittoriosi più possibilità di generare figli. L'età adatta per avere figli è di 20-40 anni per le donne e di 30-55 per gli uomini; superata questa, l'eventuale prole deve essere necessariamente allevata dalla classe degli artigiani. La nascita da genitori guardiani non assicura l'appartenenza alla stessa classe, i bambini vengono allevati insieme in orfanotrofi statali e lì vengono indirizzati alla classe di appartenenza; vengono favoriti i migliori mentre i peggiori sono allevati come artigiani. I governanti, unici a conoscere i veri rapporti di parentela, impediranno ogni incesto.
La terza, e più importante, teoria prevede "che i filosofi governino o che i governanti facciano pura e autentica filosofia". Ciò è necessario poiché solo i filosofi possiedono la giusta conoscenza per guidare lo stato.
Socrate arriva a dire che perfino le donne e i figli devono essere in comune. Quest'affermazione, chiaramente, suscita scalpore presso i suoi interlocutori, i quali lo travolgono di domande: Socrate si trova decisamente in difficoltà e prende come esempio, per spiegare ciò che intende, il mondo dei cani, ipotizzando che le femmine debbano svolgere le stesse mansioni dei maschi: andare a caccia e fare tutto ciò che fanno i maschi.
Se ogni attività deve essere comune, è ovvio che dovranno avere la stessa educazione, lo stesso allevamento impartito ai maschi, l'unica differenza sarà che i maschi saranno più vigorosi, secondo Socrate, che comunque è chiaramente consapevole della divergenza della natura dei due sessi.
Il nodo teorico fondamentale resta da sciogliere: la donna è in grado di condividere i compiti dell'uomo, a cominciare da quello bellico? Si apre, così, la problematica della possibilità, che si pone al livello logico della coerenza con il principio del "dovere fare le proprie cose". Già nel II libro della Repubblica, mentre si inaugura il processo di fondazione della polis, si asserisce che ciascun individuo deve svolgere la sola funzione che gli è propria secondo natura. L'obiezione formulata da Socrate mette in luce la grande differenza naturale che sussiste tra l'uomo e la donna. Socrate, infatti, durante il dialogo fa notare la contraddizione dei suoi interlocutori, i quali sostengono che gli uomini e le donne debbano fare le stesse cose, pur avendo una natura nettamente distinta.
Evidentemente, nature diverse dovrebbero svolgere funzioni diverse, secondo la logica più tradizionale, ma Socrate è convinto di poter dimostrare che le cose non stiano necessariamente in questi termini, chiedendosi se le persone calve e quelle chiomate abbiano la stessa natura. Qualora abbiano natura opposta, se i calvi fanno i calzolai, di conseguenza i chiomati non possono fare i calzolai: ma è assurdo. Il problema consiste nel chiedersi in quale senso usiamo i termini "diverso" e "identico", quando li poniamo in connessione con il termine "natura". I calvi è vero che sono diversi dai chiomati, ma forse ne consegue che ai primi spettano compiti totalmente diversi da quelli che spettano ai secondi. Naturalmente, tutti i membri del genere umano hanno delle differenze, Platone lo sa bene. Ci si può chiedere se esistano differenze rilevanti a tal punto da determinare una radicale disuguaglianza e distinzione di funzioni e attività. Non va poi dimenticato che, in età moderna, una di queste differenze rilevanti sarà ravvisata nel colore della pelle come motivo per giustificare l'esistenza della schiavitù. Platone, invece, usa il concetto di "differenza naturale" solo in connessione all'attitudine a svolgere determinate funzioni: in questo senso si può correttamente dire che un medico è diverso da un falegname, ma non che il sesso maschile è diverso da quello femminile. Rispetto alla determinazione delle funzioni, da svolgere all'interno di una città giusta, quale quella che Platone si propone di tratteggiare, perde dunque totalmente rilevanza il diverso ruolo svolto da maschio e femmina nel processo riproduttivo. Secondo Socrate e Platone, infatti, i maschi differiscono dalle donne per il fatto che esse partoriscano, mentre gli uomini fecondano: dunque, per quel che riguarda funzioni quale la difesa della città, per esempio, entrambi i sessi possono attendere alle stesse occupazioni. Tuttavia, Socrate fa notare come in tutti i campi l'uomo risulti superiore alla donna, per la forza fisica, nonostante ci siano anche donne superiori a certi uomini (Platone, nel dialogo, compie una generalizzazione intorno a una totalità, il genere; non fa un'affermazione distributiva, relativa a ciascuno, ai singoli). Così, per quel che riguarda l'amministrazione statale non c'è occupazione che sia propria di una donna in quanto donna, nè di un uomo in quanto uomo; ma le attitudini naturali sono similmente disseminate nei due sessi, e natura vuole che tutte le occupazioni siano accessibili alla donna e tutte all'uomo, ma che in tutte la donna sia comunque più debole dell'uomo, osserva Socrate (che si riferisce all'inferiorità della donna e alla sua debolezza, esclusivamente per la peculiarità riproduttiva e il vigore fisico). Così, come per gli uomini, ci saranno donne più portate per la ginnastica, altre più portate per la musica, altre più portate per la difesa dello stato e così via; una donna portata per la difesa dello stato, difenderà lo stato meglio di un uomo non portato per la difesa dello stato, e viceversa: ma nel caso di un uomo e una donna entrambi portati per la difesa dello stato, allora l'uomo risulterà superiore.
L'aspetto importante di questa tesi socratica è il seguente: il fatto che pochi - o anche numerosi - esemplari di una categoria siano inferiori nel grado di eccellenza in una data attività, non è un motivo per escludere l'intera categoria da quella attività. La natura di una persona si rivela solo se viene messa alla prova. La natura non è qualcosa che viene in luce sempre relativamente, cioè sempre in relazione a un qualche criterio particolare, che spetta a noi chiarire. Perciò, se riceveranno la stessa educazione degli uomini, ci potranno essere, in vario grado, donne inclini alle occupazioni più varie; donne mediche, musicali, ginnastiche; donne guerriere, filosofe e regine. Nulla impedisce che le donne siano ammesse nelle due classi superiori della polis ideale, anche perché è interesse della polis che i cittadini - uomini e donne - siano il più possibile eccellenti.
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