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L'educazione è solo trasmissione di conoscenze o è anche formazione morale e del carattere? È possibile insegnare a essere buoni e virtuosi o ciascuno lo apprende da sé? A chi spetta il compito di educare? Alla famiglia o alle istituzioni pubbliche? Che differenza c'è fra istruire ed educare? Questi interrogativi, aperti ancora oggi, sono al centro della discussione che si sviluppa in Grecia tra V e IV secolo a.C. sul significato della paidéia.

1. La kalokagathia come obiettivo della paidéia Il termine greco paidéia viene di solito tradotto con "educazione". Tuttavia il suo concetto non coincide esattamente né con l'educazione tipica degli anni dell'infanzia, né con l'istruzione scolastica, basata su un curriculum di studi. Questi due aspetti fanno certamente parte della paidéia greca, ma sono subordinati a un concetto più ampio di educazione, intesa come formazione complessiva della personalità, che coinvolge l'intero arco dell'esistenza.

Obiettivo dell'educazione è infatti, per i greci, la realizzazione di una vita «degna di essere vissuta». Il termine kalokagathia (da ka/6s, "bello", e agath6s, "buono" nel senso ampio di "pregevole" ed "eccellente") indica questo ideale di perfezione, fisica e morale, che costituisce per i greci la meta del processo educativo.

2. Paidéia e polis La paidéia greca si basa sulla fiducia nella capacità dell'uomo di vivere in modo attivo e consapevole. «La virtù non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile.» Queste parole di Platone, tratte dalla Repubblica, esprimono la convinzione, tipicamente greca, che solo all'individuo spetti di decidere che genere di uomo egli voglia diventare. Egli infatti è in grado di plasmare la propria vita, così come si plasma un materiale grezzo per ricavarne un'opera d'arte. Per i greci, tuttavia, l'educazione non è diretta alla realizzazione dell'individuo isolato, ma tiene sempre presente la sua natura di soggetto politico. Pertanto, la formazione intellettuale e morale è nello stesso tempo formazione civica, vale a dire formazione di uomini virtuosi finalizzata al bene dello stato: solo il riconoscimento ottenuto dalla comunità permette di misurare il valore personale di un uomo e, quindi, i risultati dell'educazione.

3. Formazione civica e virtù Anche se strettamente legata alla dimensione collettiva l'educazione greca è però fondamentalmente elitaria, ossia finalizzata alla formazione di un tipo di uomo che sappia distinguersi dalla massa ed eccellere su di essa. Ciò dipende dall'origine aristocratica del concetto di paidéia: il bisogno di educazione nasce infatti quando i ceti nobiliari iniziano a orientare l'educazione dei propri membri, al fine di formare un'umanità superiore ed eccellente. Con l'evoluzione della società greca, tuttavia, muteranno i criteri per l'individuazione della classe dirigente e al principio dell'appartenenza alla si sostituirà quello della superiorità spirituale. Questo cambiamento si riflette nell'evoluzione subita dal concetto di virtù (areté) In Omero' la virtù designa qualità (forza e coraggio in guerra, astuzia della mente, liberalità nei confronti degli ospiti) che sono proprie dell'uomo di nobile stirpe; in seguito essa sarà identificata con l'onestà del lavoro (Esiodo), poi con la virtù civica, intesa come dedizione alla patria (Tirteo) o come rispetto della legge (Solone). Infine, con i sofisti e con Platone' essa apparirà legata alle doti intellettuali della persona.

4. L'agonismo greco La paidéia greca è Pervasa di agonismo. Per i greci, l'educazione e concepita come una lotta che l'individuo conduce contro il destino, contro le proprie tendenze malvagie, lotta da cui pochissimi escono vincitori. Il poeta Simonide chiarisce questo aspetto della paidéia:

Difficile, sì, è divenire uomo veramente buono
quadrato di mani, di piedi, di mente
costituito senza pecca alcuna.
Impossibile è invece che malvagio non sia
l'uomo che irrimediabile sventura coglie.

ln Omero e in Pindaro la conquista della virtù avviene durante la battaglia o nei giochi olimpici; e anche Platone, che concepisce l'educazione come un fatto spirituale, descrive lo sforzo dell'individuo per acquistare la sophrosfie (temperanza) utilizzando le metafore della guerra o della gara sportiva. Il modello di uomo assunto dall'educazione greca non è astratto, ma si incarna sempre in un individuo concreto. Gli eroi omerici, gli atleti vittoriosi cantati da Pindaro, i dolenti protagonisti della tragedia, il Socrate dei Dialoghi platonici rappresentano altrettante personificazioni di un modello da imitare. Il fatto che siano uomini eccezionali e tali da includere in sé un elemento "divino", ma, nondimeno, siano mortali come tutti gli altri, permette di identificarsi con loro, di dare avvio a un processo di imitazione (mimesis). Di qui il particolare valore pedagogico che i greci affidano all'esempio.

5. La crisi dell'educazione aristocratica Mentre a Sparta l'educazione si mantiene, anche in epoca classica, nel solco della tradizione aristocratica ivi dominante, ad Atene le profonde trasformazioni della struttura sociale e politica modificano il concetto tradizionale di paidéia, imperniato sull'idea aristocratica secondo cui la virtù è propria solo di coloro che l'hanno nel sangue, e non può essere appresa né insegnata. Lo sviluppo dell'industria, dei commerci e della democrazia comporta una crisi non solo delle grandi famiglie aristocratiche, ma anche dei loro modelli educativi. Come esempio della concezione aristocratica dell'educazione, leggiamo alcuni versi del poeta Pindaro:

Pieno valore ha soltanto colui, cui pregio glorioso è innato.
Chi possiede soltanto
quanto apprese, vacillante ombra d'uomo
mai non s'avanza con saldo piede,
ma mille altre cose, con animo immaturo
non fa che assaggiare.

Pretendere di insegnare la virtù a chi non è nobile, secondo Pindaro e i cultori della tradizione, è vano e conduce soltanto a un'erudizione senza valore (a «mille altre cose non fa che assaggiare»). Una simile concezione della paidéia è tuttavia ormai incompatibile con le esigenze di una polis democratica come quella ateniese nella quale la formazione di un nuovo ceto dirigente, colto e attento agli interessi della città, impone che anche il cittadino comune sia provvisto di una virtù politica (oggi diremmo "educazione alla cittadinanza") tale da consentirgli di contribuire al bene collettivo. Si tratta insomma ormai di attivare, a vantaggio non di un'élite ristretta, ma di una parte consistente della cittadinanza, quella capacità di allevare uomini virtuosi che era stata propria delle famiglie di antica aristocrazia nei confronti dei loro rampolli.

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