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Età ellenistica

L’età ellenistica è il periodo in cui nascono le grandi scuole filosofiche, è il periodo in cui, dopo la morte di Aristotele, ma soprattutto dopo la morte di Alessandro Magno, tutti i territori da lui conquistati si spezzano in vari regni tra cui: Egitto, Asia, Pergamo, Rodi… L’avvio di questa frammentazione politica aveva portato alla nascita di monarchie in cui s fonde la cultura orientale a quella greca. E’ per questo che da questo momento nascono monarchie orientaleggianti. Anche Alessandro era un cultore dell’orientalismo, infatti sposò molte principesse asiatiche. Così si ebbe un miscuglio di culture tra quella greca e quella orientale. Al cittadino libero della poleis si sostituisce il suddito dei territori dominanti. Infatti il caso tipico sarà l’Egitto che avrà come capitale e come principale circolo di cultura, Alessandria d’Egitto, che non a caso in questo periodo sarà il luogo della cultura nuova fatta dell’elite su cui graviteranno i filosofi del tempo ma soprattutto tutta la cultura proveniente dall’ex impero di Alessandro Magno. Alla decadenza politica, alla frammentazione politica si associa anche una frantumazione sociale delle classi, infatti, mentre prima vi erano i nobili e la popolazione (demos), adesso nasce anche nuovi arricchiti (borghesi) che lavoravano per i nobili ma producevano ricchezze per se stessi e creavano una classe sociale a parte il nuovo assetto sociale aveva portato ad una scissione tra individuo e società, l’individuo non aveva più a che fare con la vita della società, ma era la società che dava valore all’individuo che ne faceva parte, per ciò tramontano discipline come l’oratoria, la retorica o la politica stessa, ma nascono discipline settoriali che vengono sviluppate solo dal punto di vista teorico e non dal punto di vista pratico questo perché naturalmente la disciplina, se ha a che fare con qualcosa di pratico è svilita della sua essenza e della sua superiorità. Per ciò da questo momento in poi si distingue la classe degli scienziati da quella dei filosofi. Il filosofo ha a che fare da solo con la cultura e con il proprio sapere, si crea autonomamente il proprio sapere più teorico e riesce a comunicare solo con altri filosofi che riescono a comprendere il suo sapere (da qui l’immagine medioevale del filosofo come un uomo che sta sulla sua torre d’avorio a leggere e studiare). Ecco perché anche gli amanuensi comunicavano tra loro con epistole per non divulgare il loro sapere tra le piazze. Lo scienziato era colui il quale svilupperà discipline come la scienza e l’etica applicando più teoria che pratica. Quindi si ha un divorzio tra scienza e filosofia. Per cui la scienza si occuperà delle cose di stampo pratico ma che rimarranno sempre nel teorico, poiché tutto abbonderà di nozioni, invece la filosofia svilupperà i ragionamenti sempre più aulici e lontani dalla praticità. Ci sarà un’ulteriore separazione tra sapere e popolazione perché esso non sarà per tutti, la scienza è solo per coloro i quali si applicano e fanno delle ricerche specialistiche in quell’ambito e cominciano a scrivere delle trattazioni inducendo quel tipo di sapere a trattazioni metodologiche ben corpose. E’ in questo periodo che il sapere viene a confluirsi nella biblioteca di Alessandria. Già il desiderio di fare di Alessandria il luogo della cultura di prim’ordine era nato ai tempi di Alessandro Magno, ma poi successivamente con il ministro di Alessandro, Demetrio Falereo, viene creata una sorta di biblioteca costituita da rotoli del sapere provenienti da ogni parte del regno alessandrino. Ad Alessandria, quindi, confluì tutto il tipo di sapere, trascritto o non trascritto, e ciò fece della città una grande biblioteca e meta che almeno una volta nella vita doveva essere raggiunta da tutti i sapienti. Alessandria divenne quasi un museo (luogo di ispirazione delle muse), quindi tutte le ispiratrici delle arti si riunivano in questo luogo per dare origine allo sviluppo delle discipline. Infatti lì nascono osservatoti astronomici, giardini botanici… Ci sarà in questo periodo lo sviluppo di diversi filoni filosofici che rappresentano la frammentarietà e la fragilità che da questo momento in poi il cittadino dell’ex impero alessandrino sente sulla propria vita. Adesso non ci sono più le certezze che si avevano con Alessandro Magno.

Lo Stoicismo

Il primo filone di queste nuove scuole di pensiero è lo stoicismo, chiamato così perché tutti coloro che frequentavano questo pensiero filosofico appartenevano ad una scuola dove il portico, a differenza del peripatos aristoteliano, era soltanto dipinto. Il fondatore fu Zenone di Cizio di cui si sa poco, gli stoici furono parecchi e tutti portarono qualcosa di nuovo al pensiero e nacquero tutti nella zona di Cizio; Cleante di Asso e Diogene di Seleucia sono alcuni degli esponenti dello stoicismo. La produzione letteraria stoica era molto ampia. Non si segue un filone specifico se non per i concetti essenziali come la logica o la politica. Gli stoici avevano come scopo comune quello di fare dell’esercizio della filosofia un modo per arrivare alla felicità e quindi all’esercizio delle virtù. L’esercizio delle virtù diventa virtù stessa nel momento in cui è applicata nella vita quotidiana. Il concetto di filosofia è legato quindi a virtù come la virtù morale, la virtù razionale e quella naturale legate a sua volta dalla logica, dalla fisica e dall’etica.
La logica è basata sull’uso del logos e quindi l’uso della parola (infatti gli stoici sono famosi per i discorsi convincenti molto retorici e dialettici). La dialettica è legata alla grammatica, uso ben preciso di proposizioni e di termini singoli, e alla logica, che è legata al senso pieno di una frase che può trovare una modalità di senso oppure no. La logica si occupa anche dei meccanismi di legame tra le forme di ragionamento e la conoscenza dei concetti che ampliano la definizione di logica degli stoici. Gli stoici legano al criterio di verità la nostra conoscibilità. Loro ritengono che noi conosciamo attraverso le sensazioni fuori di noi per cui la nostra mente è come un foglio bianco sopra cui vengono incise tutte le sensazioni che provengono dalle impressioni fuori di noi. Questo ci porta a scandire la conoscenza in varie fasi attraverso il metodo della conoscenza catalettica. Queste fasi sono:
• Rappresentazione: registrazione dell’impressione di un oggetto (prima impressione) rappresentata come una mano aperta perché ancora la rappresentazione è aperta ad altre conoscenze.
• Assenzo: comprensione di ciò che si tocca/sente (mano leggermente contratta quindi comincio a creare un giudizio su ciò che ho sentito/ toccato)
• Rappresentazione catalettica vera e propria: si comprende con l’intelletto ciò che si ha toccato/sentito e anche il suo scopo (pugno chiuso quindi conoscenza compresa)
• Giudizio/scienza: lega la conoscenza vivida ad un tipo di sapere ed è la conoscenza che diventa scienza (le due mani si stringono)
L’accumularsi di queste impressioni porta alla prolessi (anticipazione) ovvero quando io vedo un oggetto uguale ad uno che ho visto prima e lo riconosco subito, poiché nel nostro cervello c’è già l’anticipazione del concetto.
I concetti sono artificiali, li creiamo noi attraverso il sapere e in virtù della nostra conoscenza, oppure naturali, prodotti dall’accumularsi delle rappresentazioni. La teoria del significato è relativa agli elementi che compongono i concetti. Nell’ambito di una frase bisogna distinguere tre elementi relativi ai segni:
- La cosa significante (la cosa attraverso cui significa)
- Il significato (evocato dal nome)
- La cosa significata (oggetto reale)
Questa commistione di significati porta ai ragionamenti anapodittici attraverso i quali è giusto distinguere i ragionamenti se sono veri o falsi. (leggere sul libro)
Uno dei concetti fondamentali degli stoici è la fisica che fa riferimento ad un ordine immutabile e razionale dell’universo perchè tutto segue una logicità. Quest’ordine è identificato razionalmente anche con un essere supremo che è Dio. All’interno della fisicità vengono introdotti 2 principi: attivo (Dio è causa attiva di ogni cosa) e passivo (causa materiale resistente a ciò che Dio mette nella materia per rendere le cose vive). Il corpo è tutto ciò che subisce una azione, quindi non reagisce ma subisce un movimento. Ogni cosa ha una ragione vitale identificata come pneuma (fuoco di vita in cui ogni cosa viene resa viva), che è ciò con cui s’intende l’anima che anche le pietre possiedono. Tutto va in contro ad un processo di maturazione ma anche di rigenerazione perché l’universo così creato non può durare all’infinito perché le cose con pneuma, dopo un inizio ed un ciclo, finiscono in un grande fuoco in cui tutto degenera per dare vita ad un nuovo mondo. Questo mondo rinnovato segue la ruota del fato (cammino già scritto) senza dover riferirsi a Dio o all’intervento dell’uomo che scegli tra bene e male, perché ogni cosa ha un proprio cammino tracciato. Il male viene visto in maniera diversa, come un intervento necessario, più che altro viene visto come una conseguenza necessaria. Questo finalismo viene retto su base antropocentrica, perché anche l’uomo, attraverso l’infanzia, la fanciullezza e la vecchiaia, va incontro a questa palingenesi. Tutto può essere spiegato attraverso la visione rigorosa dello pneuma di origine divina che può essere definita e viene visto come visione panteistica. Dio dava vita a delle cose materiali, ma gli stoici continuavano a credere agli dei tradizionali greci. Ritengono che l’anima umana esista e a parte del connubio con il corpo, inoltre essa ha moltissimo dello pneuma divino. L’anima rientra nella cose corporee perché muore insieme al corpo.

Ci sono 4 parti dell’anima:
- Ragione (capacità di comprensione)
- Capacità dei 5 sensi (solo agli uomini)
- Capacità spermatica del seme (poter distribuire vita attraverso la prolificazione degli uomini)
- Linguaggio (importane per dare significato alle cose e anche capacità di comprensione)
Gli stoici non parlano di libertà, per cui l’uomo non può avere libertà in un percorso contrassegnato dal destino. La libertà per gli stoici è capacità di adeguarsi alla razionalità, quindi non si parla di libero arbitrio. La parte più conosciuta è l’etica, alla base della quale c’è il senso di adattamento. Infatti gli stoici non parlano di cittadinanza o di senso di appartenenza a un popolo. Inoltre il vero saggio è colui che si adatta alle varie situazioni politiche e non ha una terra di riferimento, infatti viene introdotto il cosmopolitismo, ordine delle cose nel mondo. Non si è legati ad un solo posto o ad una sola forma di governo (oikoiesis: adattamento, momento in cui si mette in campo l’istinto). Si parla anche della ragione, attraverso cui si possono creare comunità. L’uso della ragione permette all’uomo di mettere d’accordo il proprio istinto con la natura in modo da potersi trovare bene nel mondo. Nell’ambito dell’etica, l’uomo ha il dovere di adattarsi alla razionalità del mondo, alla ciclicità dell’universo in cui si trova e vivere secondo la sua natura, e quindi sviluppare l’etica del dovere secondo cui tutto dev’essere funzionale. L’uomo non deve avere un’etica personale. La vita dev’essere vissuta secondo la propria natura e inclinazione di essere umano e quindi vivere anche secondo la ragione. Parlando di ragione, gli stoici introducono il concetto di virtù. Il bene è una virtù. La virtù, per gli stoici ha altri nomi, come ad esempio saggezza, temperanza… quindi la virtù viene definita in maniera diversa a seconda delle situazioni. La virtù, nelle sue varie facce, viene messa in campo come spirito di adattamento dell’uomo. Tra la virtù e il vizio non c’è una via di mezzo. L’uomo che non sa usare bene la virtù, è pazzo. L’uomo saggio è colui che usa la virtù con la giusta misura all’interno della propria vita. Nella vita, oltre alle virtù e ai vizi, ci sono le cose indifferenti che possono farci scegliere tra cose che hanno e non hanno un valore. Tra le cose indifferenti con valore ci sono ricchezza e bellezza. Tutto il modo di vivere dell’uomo dev’essere basato sulla conformità della legge reazionale del luogo in cui è inserito. Inoltre si fa riferimento ad emozioni particolari, infatti l’etica stoica nega il valore dell’emozione, infatti l’uomo deve rimanere imperturbabile dalle emozioni perché esse ci fanno cadere negli errori. Bisogna essere apatici. L’apatia permette la compostezza dell’anima e non porta ai vizi.


Epicureismo

La personalità di Epicuro è conosciuta anche ai nostri giorni perché quando si parla di lui, si parla della teoria del piacere che è abbinata alla sua filosofia. Epicuro figlio di Neocle nacque a Samo. La madre faceva riti propiziatori per le case. Aveva frequentato un platonico e un democriteo e aveva appreso i capisaldi sia dell’una che dell’altra filosofia, anche se poi se ne allontanò. Si racconta abbia frequentato delle lezioni di Aristotele, ma non è un’informazione sicura. Cominciò la sua attività di filosofo indipendente a 32 anni e fondò una scuola filosofica a MIlitene. Successivamente si trasferì a Lesbo, poiché il suo pensiero non era molto gradito a Militene, poi a Lampsaco e poi ad Atene dove fondò il giardino di Epicuro, una scuola chiamata così perché era all’insegna delle passeggiate filosofiche all’esterno. La scuola epicurea era per adepti ed era come una setta. Lui era il maestro, e i suoi discepoli dovevano seguire i suoi consigli e nessuno doveva superarlo perché tutti dovevano venerarlo alla stregua di un Dio (come ad esempio Lucrezio). I suoi discepoli vivevano nel giardino e alle attività che si tenevano lì potevano partecipare anche donne e schiavi. I discepoli portavano anche delle immaginette che raffiguravano Epicuro affinchè, dopo la sua morte, egli potesse proteggerli. I discepoli, quando non sapevano come comportarsi, si comportavano come Epicuro poteva consigliargli di comportarsi. Nelle loro azioni i discepoli si ispiravano a come poteva agire Epicuro. Tra i tanti seguaci di Epicuro c’è il poeta latino Lucrezio. I filosofi del kepos epicureo dovevano vivere secondo natura senza sregolatezza. Nonostante la filosofia di Epicuro sia stata tramandata come una filosofia all’insegna dell’abbondanza dei piaceri, in realtà il messaggio di Epicuro in realtà non è questo. Epicuro scrisse molte lettere che servivano da capisaldi per i discepoli lontani del kepos (giardino). Come importanti opere di Epicuro ci sono le sentenze e le massime capitali, ma anche “sulla natura”. Epicuro svolse un’indagine filosofica sui sensi, sulla conoscenza basata sulle sensazioni, sull’atomismo, su una visione religiosa simile all’ateismo (ci sono degli dei che non si preoccupano degli uomini). Per Epicuro, la filosofia è il raggiungimento della felicità attraverso la liberazione dalle passioni, quindi la filosofia non è intesa come raggiungimento della virtù . La filosofia ha una funzione strumentale e terapeutica e aiuta l’uomo a vivere secondo natura e ad allontanare ciò che potrebbe essere dannoso. Proprio perché la filosofia è terapeutica si introduce il quadrifarmaco (un farmaco con 4 potenzialità). Gli uomini hanno 4 paure: dei, morte, dolore fisico e dolore psichico. Queste paure vengono risolte con il quadrifarmaco che è una soluzione a questi problemi da mortali. Per quanto riguarda gli dei, loro vivono nell’intermundia e non si curano degli uomini perché hanno una vita felice e perfetta, per quanto riguarda la morte, non bisogna aver paura di essa perché quando la morte c’è noi non ci siamo, quando noi ci siamo, la morte non c’è, per quanto riguarda la mancanza della felicità quindi il dolore psichico, può essere risolto pensando al fatto che è possibile raggiungere la felicità poiché è l’obiettivo a cui tutti tendiamo e poichè è legata a piaceri utili; non bisogna avere paura del dolore fisico, perché se è troppo acuto porta alla morte, altrimenti possiamo portarlo dentro di noi degnamente. La filosofia di Epicuro si divide in:
• Canonica
• Fisica
• Etica
La canonica viene associata più che altro alla fisica. La canonica costituisce le regole della teoria della conoscenza, ovvero affidare all’uomo il criterio di interpretazione della realtà, ed è attraverso la rappresentazione della realtà che Epicuro fa ricorso alle sensazioni, perché le cose contengono degli effluvi che colpiscono i nostri sensi dando vita alle sensazioni e anche a delle rappresentazioni mentali quindi la creazione di un concetto generico o particolare che può essere considerata come un’anticipazione della conoscenza. Legata a questo criterio di verità c’è anche l’emozione, ovvero del piacere e del dolore legati a questa conoscenza materiale o schema mentale. Epicuro dice che l’errore che spesso fanno gli uomini è quello di sussistere le opinioni e quindi è l’opinione stessa a far cadere l’uomo nell’errore, mentre l’uomo dovrebbe essere oggettivo nella sua valutazione. Con questi tre criteri di verità: emozione, sensazione e anticipazione, l’uomo comincia a ragionare e dalla sensibilità arriva all’astrazione. La conoscenza mette a rapporto Epicuro con Democrito. Epicuro riprende l’atomo democriteo (tutto è fatto da atomi), infatti Epicuro è stato un discepolo di Democrito secondo cui tutto può avere spiegazioni meccanicistiche e materiali. Democrito riteneva che gli atomi avessero un moto perpendicolare. Secondo Epicuro non è così, altrimenti non potrebbero nascere gli oggetti casualmente, per cui essi si muovono secondo il climanem (moto rettilineo verso il basso, ma con deviazione verso la fine che favorisce l’incontro tra gli atomi e quindi la creazione dei corpi). Anche l’anima è formata da atomi più leggeri che si disgregano dal corpo alla sua morte. La corporeità dell’atomo persista anche negli dei, solo che essi sono perfetti. Gli atomi si disgregano alla nostra morte e quindi il fatto che ci sia la disgregazione degli atomi dell’anima, ci rende inermi e privi di sensazioni, quindi moriamo. L’obiettivo principale è quello di arrivare alla felicità, ecco perché l’uomo tende sempre di arrivare alla felicità. L’etica epicurea è intesa come etica della ricerca della felicità e del piacere (non necessariamente esagerato, ma puro e bastevole). L’opera principale di Epicuro è quella di puntare alla felicità attraverso il raggiungimento del piacere. La felicità nasce anche dal soddisfacimento di bisogni primari e necessari (bere, dormire). Ci sono altri bisogni naturali ma non necessari (mangiare sushi), ma ci sono anche bisogni non naturali e non necessari ma superflui (venire a scuola con la Ferrari). L’epicureismo intende stimolare negli uomini un calcolo di bisogni a lui necessari e collegarlo alla teoria dei bisogni. Questo calcolo si ha grazie all’atarassia, assenza di turbamento, e all’aponia, mancanza di dolore. Il bene a cui Epicuro fa riferimento non è spirituale ma è legato ai sensi. E’ il soddisfacimento dei sensi a portare al piacere. Epicuro si affida alla ragione dell’individuo affinchè i piaceri siano ben calibrati nell’individuo. Tra tutti i piaceri della vita, ci sono giustizia e amicizia. L’amicizia per Epicuro e più importante dell’amore, infatti esso è considerato dannoso per l’individuo perché porta al turbamento e quindi è eccessivo per l’uomo (porta al dolore). L’amicizia è più equilibrata, infatti l’amico viene ritenuto pari a se stesso in quanto l’amico viene trattato come se stesso. La giustizia è considerata la facoltà dei saggi poiché chi usa la giustizia, riesce a calibrare il bene e il male. Questa qualità è affidata a coloro che possiedono atarassia e aponia e quindi non eccedono nei piaceri. Inoltre l’atteggiamento che Epicuro crea nel suo kepos è quello basilare in ogni comunità umana, ovvero la solidarietà. Lui ritiene che a tenere uniti i suoi discepoli fosse appunto la solidarietà, infatti mettevano al servizio di tutti le ricchezze che ognuno di loro portava al giardino e quindi vivevano in comunità e condividevano. Di Epicuro ci rimangono molti frammenti delle sue dottrine tra cui l’atebiosos (vivi nascosto dai turbamenti allontanandosi dai piaceri).
ppunto
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