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L’età ellenistica


Ellenismo è un termine coniato nel’Ottocento dallo storico tedesco Droysen, per indicare il periodo storico che va dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) alla conquista romana dell’Egitto (30 a.C.).

Si vengono a formare 3 grandi regni:
Quello di Macedonia, che comprende tutta la Grecia
Quello d’Egitto
Quello di Siria

I regni ellenistici erano governati da sovrani assoluti, e non sono più fondati sul consenso del cittadino ma sull’obbedienza del suddito.
Al centro dell’attenzione non vi è più la vita collettiva ma quella individuale.

Questo mutamento di mentalità influenza tutta la cultura, producendo la nascita di nuovi generi letterari e artistici.

Per quanto riguarda l’arte, nasce la ritrattistica e per quanto riguarda la scultura non vengono solo più rappresentate divinità e miti ma ci si comincia ad interessare ai temi della vita quotidiana.

In campo artistico appare un fenomeno che anticipa l’evoluzione del pensiero filosofico, l’eclettismo.
In campo letterario nasce la filologia ovvero la scienza che affronta in modo critico i testi letterari.
Non si producono più tragedie o grandi opere liriche sul modello dell’Odissea, ma componimenti brevi, eleganti e raffinati, destinati ad un pubblico colto e ristretto.

La filosofia nelle scuole


Il primo effetto della negazione delle libertà politiche, che caratterizza l’età ellenistica, è la trasformazione dei processi di elaborazione e trasmissione del sapere.

La pratica filosofica comincia ad essere intesa come insegnamento, e i libri diventano lo strumento fondamentale della diffusione del sapere.

Nasce la scuola, il luogo in cui ci si reca per ricevere dottrine già prestabilite.
Questa tendenza a ritenere indiscutibile le dottrine della propria scuola, porta al dogmatismo, l’atteggiamento tipico di chi rifiuta di mettere in discussione le proprie idee, ritenendole non opinabili.
Nasce una rigida sistemazione del sapere in 3 settori:
Logica
Fisica
Etica

I rapporti gerarchici all’interno delle scuole sono molto rigidi, dato che il caposcuola fornisce un insegnamento categorico ossia sottratto ad una libera discussione.
Solo gli studenti più avanzati negli studi hanno la possibilità di incontrare il maestro e rivolgergli domande in modo diretto.

Il suo prestigio è funzionale al proselitismo, ovvero l’assunzione di metodi propagandistici affinché la scuola attragga nuovi adepti; questo processo porta ad una vera e propria divinizzazione del caposcuola.

In contrapposizione con queste rigidi istituzioni, si sviluppano movimenti filosofici, fra i quali scetticismo e cinismo sono i più importanti.

Alla filosofia non è più assegnato un compito teorico ma pratico; più che la verità dell’essere, essa deve insegnare l’arte di vivere.
La filosofia tende a fondersi con la psicologia.
Lo scopo della filosofia è curare i mali dell’anima. Nasce così l’idea di filosofia come terapia esistenziale, che diventa un tratto comune a tutte le scuole.
La filosofia viene paragonata alla medicina, e il rapporto tra caposcuola e allievo sembra ispirarsi a quello tra medico e paziente.

Nell’eta ellenistica, si fa strada l’idea che la comunità umana non possa essere delimitata da alcuna frontiera linguistica, culturale o religiosa; si parla di cosmopolitismo proprio perché ogni cittadino si sente cittadino del mondo, non si sente solo parte di un piccolo stato ma dell’intera comunità globale.

Anche l’istituto della schiavitù comincia ad essere criticato.
Comincia ora l’dea di un’universale dignità di tutti gli esseri umani. Ciò non porta ad una fine immediata dello schiavismo, ma almeno comporta l’inizio di una battaglia contro i pregiudizi.


Lo stoicismo: tutto è logos


Il termine “stoicismo” deriva dal greco e significa “portico dipinto”, il luogo di Atene dove Zenone di Cizio, il fondatore della scuola, inizia a tenere le sue lezioni attorno al 300 a.C.

Si è soliti distinguere 3 periodi:

Stoicismo antico (III-II secolo a.C.) Zenone, Cleante e Crisippo
Stoicismo medio (II-I secolo a.C.) approccio eclettico (prende spunti diversi da pensieri diversi, unendoli)
Stoicismo tardo (I-III secolo d.C.) Seneca, Epitteto e Marco Aurelio (autori latini).

La filosofia stoica si caratterizza per un alto grado di sistematicità e di coerenza interna.
Questa sistematicità è una conseguenza dell’esistenza di un principio razionale immanente e operante a tutti i livelli.
Da questo logos, identificato con la divinità, discendono sia l’ordine del pensiero umano, sia l’ordine della natura, sia l’ordine del comportamento morale.


La fisica: organicismo e panteismo


Gli stoici chiamano fisica una complessiva visione della natura; il principio di base è: il mondo è un sistema totalmente razionale.

Nel linguaggio stoico è indifferente usare i termini “ragione”, “Dio”, “logos”, “spirito”, “vita”, “natura” o “pneuma”, sono tutti sinonimi.

Il logos è identificato con il pneuma cosmico, un “vento caldo e spirituale”, tramite il quale la divinità dà vita al cosmo nel suo complesso, e singolarmente ad ogni essere che lo abita, vivificandolo.

Per quanto sottile ed etereo, il pneuma è una sostanza corporea. Ciò significa che anche le cose all’apparenza immateriali sono, in realtà, corpo; lo stoicismo professa infatti un rigido materialismo.
Il pneuma non è altro che una quinta essenza; è sede dell’anima, sentimenti, emozioni, pensiero, logica e razionalità comprese.

La divinizzazione del pneuma porta al panteismo cioè la coincidenza di natura e divinità.


Il concetto “tutto è logos”, comporta organicismo cosmico.

Ogni cosa è un essere vivente, anche i corpi celesti; la Terra, la Luna, e i pianeti sono quindi esseri viventi.

È un approccio che oggi chiameremmo ecologico, in cui la natura e la Terra nel loro complesso sono considerate qualcosa di vivo, se non altro perché non possono morire.

La Terra come tutti i corpi celesti è un grande animale, sulla cui pelle si muovono gli uomini.


Vige una concezione ciclica del tempo e quindi un ripetersi della storia del mondo.
Ogni fine di un ciclo avviene attraverso il fuoco, in una conflagrazione universale che si verifica ogni 36.000 anni circa; gli stoici chiamano questo ristabilimento palingenesi.

Secondo gli stoici, sotto l’influsso del pneuma che lo anima, ogni essere si sviluppa secondo un piano prefissato, come un seme che dà origine ad una pianta.
Gli stoici spiegano questo concetto parlando di “ragioni o cause seminali”, quindi ogni mutamento è sempre predeterminato, ogni cosa non poteva non diventare ciò che è attualmente.

La conclusione è che nel fuoco primordiale sono già presenti, anche se non ancora operanti, tutte le cause che durante la crescita del mondo, produrranno ogni forma di divenire.


L’idea che il nostro sia solo uno dei tanti mondi che ciclicamente si susseguono, porta all’invenzione dell’eterno ritorno.
Nasce l’idea che gli avvenimenti che si svolgeranno nel futuro siano già inscritti e potenzialmente prefissati nelle cause seminali agenti nel presente.
Ogni uomo ha quindi un proprio destino.

Gli stoici ammettono quindi la mantica, l’arte della predizione divinatoria del futuro, come scienza possibile e almeno teoricamente giustificata.


L’etica: ragione e felicità


Alla base della proposta etica c’è l’osservazione che tutti gli esseri tendono a realizzare pienamente se stessi e raggiungono questo obiettivo ponendosi in sintonia con l’ordine divino e perfetto che regola la natura e l’intero universo.
Per l’animale ciò significa seguire l’istinto, per l’uomo seguire la ragione.

Il bene morale (virtù) è ciò che esalta il logos, il male morale (vizi) è ciò che lo danneggia.

Dall’uso pratico della ragione, deriva la felicità, un bene prezioso.

L’unica felicità possibile è la soddisfazione, la pace interiore, che nasce dalla consapevolezza di aver compiuto il proprio dovere, ossia di aver seguito la ragione.


Gli storici invitano a prendere il bambino come modello (questo non vuol dire che propongono un comportamento infantile), ciò che il modello dei bambini indica è che vi è in ogni individuo un innato orientamento verso il bene.

Secondo gli stoici un uomo adulto e sano di mente, non darebbe alcuna importanza a valori effimeri o negativi come la ricchezza o il potere.

La razionalità che nel bambino si esprime come un orientamento innato verso l’autoconservazione, diventa nell’adulto comprensione dell’ordine che regge il mondo, e quindi coscienza del proprio dovere.

Doverosi sono tutti gli atti che rispondono all’ordine razionale dell’esistenza, che esprimono un comando della coscienza.
Nella coscienza di aver sempre compiuto il proprio dovere, sta la vera e unica felicità concessa all’uomo.


Per gli stoici bisogna vivere esclusivamente secondo ragione.
Ciò comporta che emozioni e sentimenti dovrebbero essere estirpati dall’animo, o per lo meno tenuti sotto strettissimo controllo (si parla infatti di chirurgia delle passioni).

Non bisogna lasciarsi trascinare dall’odio, ma neppure dall’amore; si devono evitare le passioni, quindi i vizi dell’anima.
Ricercando l’apatia, ovvero l’eliminazione di ogni forma di turbamento emotivo, lo stoico affronta la vita lasciandosi guidare solo dalla ragione.

La felicità è l’assenza di ogni passione, la capacità di rimanere intimamente inalterabile; questo è il significato dell’imperturbabilità del vivere stoico.


La mentalità ellenistica, ipotizza una natura cognitiva delle emozioni, sottolineando la loro dipendenza da determinate credenze o convinzioni.
Contrariamente agli istinti, come la sete o la fame, dietro alle passioni vi sono sempre condizioni che le determinano.

Per gli stoici non c’è una parte irrazionale dell’anima che genera le passioni, ma esse sono generate da un cattivo uso della ragione.

Es.: ira
Essa è un’emozione distruttiva; essa si fonda su una serie di giudizi; perché l’ira scoppi bisogna che il soggetto sia convito:
Di aver subito un torto
Che si tratti di qualcosa di importante
Che ci sia stata la volontà di offendere
Che sia necessaria una qualche ritorsione

Se anche solo uno di questi giudizi viene a mancare o cambia, cessa o cambia anche l’emozione.
Ad esempio l’ira svanisce quando si scopre che il torto subito è stato inflitto senza alcuna malizia.


Ciò che si è detto per l’ira, vale per tutte le passioni.

Considerando che sono emozioni ma si determinano solo in rapporto a ciò che il soggetto razionalmente pensa, si basa la possibilità stoica di modificare il comportamento umano.
Si tratta di sottoporre a revisione critica il proprio sistema di valori: le emozioni cambieranno di conseguenza.


Se la valutazione di un aspetto etico di un’azione va attribuita solo alla competenza razionale, ne consegue che ciò che non ha relazione con la ragione, è estraneo all’ambito morale.

In genere consideriamo positive la salute, la bellezza, la ricchezza e si cerca di evitare la morte, il dolore…
Il saggio è completamente indifferente a tutte queste cose; egli ha una preferenza verso le cose positive.
Dovendo scegliere se essere ricco o povero sceglierebbe la ricchezza, ma non concederà un grammo della sua energia per diventare ricco.


La facoltà dell’assenso si esercita in 2 modi:
Come accettazione della necessità provvidenziale che governa tutte le cose di conseguenza.
Come rifiuto di ogni situazione in cui l’autodeterminazione razionale diventa impossibile, mettendo a repentaglio la dignità umana

Una tirannide politica può cercare di costringere i sudditi a comportamenti contrari al logos; come deve agire il saggio in queste occasioni?
Il valore dell’autodeterminazione va considerato superiore a quello della vita stessa e ciò rende doveroso il suicidii quando nessun’altra soluzione è possibile.

Importanti sono le dottrine stoiche relative all’impegno sociale e politico.

Proprio perché le passioni, origine delle angosce, nascono da falsi giudizi di valore socialmente acquisiti, è necessario l’impegno nel miglioramento della società.

L’uomo non è fatto per vivere nascosto ma è per natura un animale socievole e per questo realizza pienamente se stesso solo nell’ambito di una comunità.

Il saggio storico è quindi un buon padre di famiglia, si impegnerà nel miglioramento della comunità e la sua vita sarà attiva e piena.

Questa comunità di apparenza non coincide necessariamente con la cittadinanza.
Con gli storici si afferma per la prima volta nella storia dell’Occidente l’ideale cosmopolitico.

Il logos non ha sedi privilegiate in alcun popolo; non ci fa cittadini di questo o quello Stato, ma cittadini del mondo.
Gli storici affermano che non esistono popoli o individui schiavi per natura; esiste una fondamentale uguaglianza fra gli uomini, e tutti possono ambire alla virtù e alla felicità che ne consegue, nessuno escluso.

L’dea dell’essere umano come cittadino del mondo è intesa da alcuni storici come un incitamento ad abolire le nazioni e istituire un nuovo ordinamento mondiale.

Agli stoici spetta il merito di aver elaborato l’idea dei diritti naturali.
Se infatti le leggi positive degli Stati non sempre sono giuste, esiste un più profondo piano del diritto i cui principi sono eterni, universali e inappellabili perché conformi alla razionalità e quindi alla giustizia.

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