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Confronto tra Epicuro e Socrate


Epicuro condivide la struttura formale della sua etica filosofica così come è stata prospettata da Socrate e ripresa da Aristotele, ma ne cambia l’essenza. Socrate infatti riteneva che il bene morale del e per l'uomo non fosse altro che l’attuazione della sua stessa essenza, quindi indissolubilmente collegato alla dimensione ontologico-spirituale dell'individuo. Epicuro condivide questo pensiero, solo che cambia il fatto che, mentre Socrate e Aristotele l'essenza dell'uomo viene posta nella sua anima e dimensione spirituale, quindi il bene dell’uomo sono i beni connessi all'anima; nella diversa struttura antropologica epicurea l’essenza umana viene posta nella totalità corpo-mente dell’uomo, dunque il suo fine ultimo non possono che essere i bene e i valori che conducono al piacere. Il bene si rivela essere l’attuazione del piacere, il male è l’assunzione della prospettiva doloristica come visione dell'esistenza umana. Cicerone riesce molto bene a esprime questa concezione scrivendo che ogni essere vivente, appena nato, è propenso a tendere al piacere come sommo bene, seguendo il criterio della natura integra e senza corruzione. Epicuro nega che ci sia bisogno di argomentazioni per provare tutto ciò, trattandosi di un concetto connaturato. È oggetto di sensazione immediata.
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