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Il vizio


La virtù consiste nella selezione dei piaceri, non è una concezione dolorosa, non può esserci virtù senza piacere. Il vizio invece è il piacere dannoso, violento, eccessivo, che nel momento in cui diventa tale determina sofferenza. La virtù è dunque evitare il piacere eccessivo e smodato, che porta al dolore. Ciò che si deve cogliere è che vi è un abisso tra tale concezione e quella dell’etica cristiana, dove l’idea del piacere fine a se stesso porta quello della sventura e della morte. Per Epicuro non esiste invece virtù al di fuori del piacere, quindi il vizio è invece esattamente l’eccesso e la smoderatezza, non tanto il rifiuto di una legge morale impositiva, ma la scelta deliberata di una via dolorasa frutto dell’eccesso del piacere. Anche la morale epicurea affronta il tema dei vizi, solo che non li vede come trasgressione della morale, ma come trasgressione del piacere per sua smisuratezza e rifiuto del limite. Ciò che serve per la virtù è la corretta concezione del piacere, che la può offrire solo la filosofia e segnatamente la phronesis. Il dover essere è perseguire il piacere in modo corretto. Diversamente da tutte le altre morali che separano i piaceri dalle virtù, secondo Epicuro questa operazione fa sì che la virtù diventi estranea dalla nostra natura, mentre Epicuro ha aperto una strada in cui la pratica della virtù non è separabile da una propedeutica dei piaceri. Dunque ne deriva l’inedita concezione del vizio come dolore, non aver praticato correttamente il piacere. Una morale essenziale e semplice, ma non per questo facile da applicarsi, ma per lo meno alla portata dell’uomo.
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