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Riconoscimento dei diritti collettivi negli Stati europei


Durante il secondo dopoguerra, negli stati europei (a eccezione della Francia) si assistette alla progressiva accettazione dei diritti collettivi. Nel corso della seconda metà del XX secolo, gli stati europei mostrarono un interesse per le minoranze linguistiche fino ad allora mai manifestato. A tal proposito si possono distinguere due diversi modelli:
- il modello di tipo italiano, il più diffuso in Europa. L’articolo 6 della costituzione Italiana tutela le minoranze linguistiche attraverso la deroga delle leggi ordinarie a favore di leggi speciali appositamente pubblicate. In particolare, la costituzione contiene il divieto di discriminare i cittadini sulla base della minoranza linguistica cui essi appartengono (principio di uguaglianza in senso formale), ammettendo altresì la possibilità di attuare trattamenti differenziati, di tutela e preservazione, rivolti ai membri delle minoranze linguistiche (principio di uguaglianza in senso sostanziale);
- il modello tipico di Belgio e Svizzera, diverso da quello italiano per la logica fondamentale alla base dello stesso. Dal punto di vista costituzionale, i suddetti paesi non riconoscono le minoranze linguistiche, bensì più lingue ufficiali. In Svizzera, ad esempio, l’italiano non è considerato come lingua parlata da una minoranza linguistica, bensì come una delle tre lingue ufficiali (insieme al tedesco e al francese) della confederazione elvetica. Rispetto a quanto accade in Italia, in Belgio e in Svizzera la tutela linguistica è particolarmente forte in ambito amministrativo e burocratico (tutti i documenti ufficiali, ad esempio, devono essere obbligatoriamente tradotti nelle tre lingue ufficiali). Dal punto di vista locale, però, tale tutela presenta numerose debolezze: nei cantoni svizzeri di matrice tedesca, ad esempio, l’unica lingua ufficiale è il tedesco (principio della prevalenza della territorialità linguistica). Ogni cantone ha dunque la facoltà di regolamentare il proprio regime linguistico: la dimensione collettiva della tutela linguistica, dunque, prevale sulle esigenze e inclinazioni del singolo.
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