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Presidenze Cossiga e Scalfaro



Il presidente Francesco Cossiga trovò una situazione inizialmente tranquilla: il pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli) appariva in grado di guidare il paese. Ma quando anche questo cominciò a mostrare segni di crisi, alla fine degli anni Ottanta, Cossiga ritenne di farsi promotore di quel cambiamento istituzionale di cui si discuteva da dieci anni senza risultati.

Probabilmente il suo fu l’ultimo salvagente lanciato al sistema dei partiti che si era instaurato dal 1948: anche a causa dei suoi molteplici eccessi verbali, nonché delle sue denunce contro le vere o presunte invadenze della magistratura inquirente, il tentativo fu scambiato da alcune forze politiche e gran parte della stampa per qualcosa di diverso, ai limiti dell’eversione.
Del resto, sulle riforme non vi era consenso, sicché non solo la sua iniziativa non portò a nulla ma suscitò reazioni aspre, fino all’avvio del procedimento per la messa in stato d’accusa.

Cossiga avrebbe ricevuto riconoscimenti postumi.
Con la presidenza di Oscar Luigi Scalfaro le potenzialità della figura presidenziale si rivelarono in tutta la loro estensione. Drammatica fu la XI legislatura (1992-94), per la delegittimazione del vecchio sistema politico incapace di riformarsi, i tanti parlamentari sotto inchiesta, le stragi di mafia, la crisi valutaria. Nel 1993 Scalfaro nominò presidente del Consiglio per la prima volta un non parlamentare (il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi). Drammatica fu anche la XII legislatura (1994-96), sia per le conseguenze del voto con le nuove leggi elettorali sia per la breve durata (solo 7 mesi) del governo di centro-destra guidato da Silvio Berlusconi.