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Il governo parlamentare


La rigida separazione dei poteri tipica della forma di governo presidenziale viene meno nei sistemi parlamentari. Questi, infatti, incentivano forme di collaborazione fra esecutivo e legislativo e ciò consente di capire perché la loro creazione è direttamente collegata allo sviluppo della monarchia costituzionale.
I governi parlamentari si fondano sul vincolo fiduciario che esiste fra Parlamento e governo: quest’ultimo è legittimato dalla fiducia parlamentare, il cui venir meno implica lo scioglimento dell’esecutivo.
Le dimissioni del governo sono bilanciate dal contestuale scioglimento delle Camere (prerogativa spettante all’esecutivo: equilibrio tra i due poteri). Inoltre, il capo del Governo è formalmente nominato dal Capo dello Stato.
In origine, la monarchia parlamentare si affermò in via consuetudinaria. Storicamente, la sua formalizzazione viene fatta risalire al 1782, anno in cui il re inglese Giorgio III accettò le dimissioni di un Lord che riteneva di non godere più della fiducia dei Comuni.

A differenza di quanto avveniva nella monarchia tradizionale inglese, in quella parlamentare il re non si identificava più con lo stato, perché era solo una delle componenti che costituivano la forma di governo. Dopo la Glorious Revolution, infatti, i poteri del sovrano vennero ridimensionati e a lungo andare il Parlamento ottenne un’autorità superiore persino a quella del re: la Camera elettiva estese il suo controllo politico esprimendo votazioni di fiducia sui ministri del monarca e obbligando alle dimissioni quelli che non ne godevano.
In poco tempo, la forma di governo affermatasi in Inghilterra dopo la Glorious Revolution si consolidò in molti stati europei: in Francia durante il regno di Luigi Filippo (1830); in Piemonte in seguito all’entrata in vigore dello Statuto Albertino (1848) e in Belgio nel 1831.
Dopo il primo conflitto mondiale, le monarchie parlamentari si sono trasformate in democrazie parlamentari: il re ha perso ogni effettivo potere politico e oggi si limita a esercitare un ruolo d’indirizzo solo in situazioni di crisi (egli, ad esempio, è tenuto a scegliere il primo ministro nel caso in cui le elezioni non abbiano espresso una chiara maggioranza).
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