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Cautio fructuaria nel diritto classico


Dal diritto di usufrutto derivano sempre delle obbligazioni, definite dalla cosiddetta «cautio fructuaria», che si configura come una promessa di contratto fatta in presenza di garanti (satisdatio). Essa prevede tre distinte clausole, individuate da Carlo Augusto Cannata in tre passaggi:
1. Tramite la cautio usufruttuaria, l’usufruttuario si impegna a disporre del bene in conformità alle disposizioni dell’arbitrium boni viri. Molti giuristi hanno tradotto quest’espressione come «giudizio dell’uomo onesto»; secondo Cannata, però, il termine «arbitrium» attiene concretamente alla presenza fisica di un arbiter, cioè di un moderatore che desse indicazioni all’usufruttuario affinché disponesse nel modo migliore del bene;
2. Egli si impegna a restituire la cosa dopo averne fatto uso;
3. La morte e la capitis deminutio fanno cessare il diritto di usufrutto.

Come testimonia Gaio, inoltre, il senato romano introdusse il «quasi usufrutto», che riguardava l’usufrutto del denaro, bene consumabile per eccellenza.
Strettamente connesso all’usufrutto è l’uso, disciplinato anche dal nostro codice civile. Esso si configura come diritto con l’uti (la possibilità di disporre di un bene altrui) senza il frui (è assente la possibilità di percepirne i frutti). Giustiniano apportò una modifica importante: chi aveva il diritto di uso poteva usufruire di una parte di frutti equivalente a quanto era necessario per provvedere al sostentamento della sua famiglia. Questa disposizione è stata conformemente ripresa dal nostro Codice civile (articolo 1021: i frutti dei beni costituenti il fondo patrimoniale sono impiegati per i bisogni della famiglia).

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