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Canto VI dell'Inferno - Divina Commedia di Dante Alighieri

Versi di riferimento: dal 13 al 90


Riassumi il contenuto di questi versi, tratti dal Canto VI dell’Inferno di Dante, spiegando brevemente in quale cerchio degli Inferi ci troviamo, a quali spiriti si fa riferimento e quale pena del contrappasso è a loro destinata.

Dante si trova nel terzo cerchio e, insieme a Virgilio, incontra Cerbero, un mostro a tre teste, mentre abbaia e lacera la pelle delle anime, le quali continuano a rigirarsi sotto una pioggia battente. Distratto il mostro, i due stanno camminando tra le anime quando una all’improvviso si alza, chiedendo a Dante di riconoscerlo. Egli non è però in grado di ritrovarlo nei suoi ricordi, così l’anima si presenta, dicendo di essere un fiorentino, e che è a causa della “colpa de la gola” se si trova nell’Inferno. Dante inizia così a porgergli diverse domande di tipo profetico, sfruttando la capacità dei dannati di conoscere il futuro. Gli chiede cosa accadrà ai fiorentini, dopo tutti gli scontri, se c’è qualcuno che davvero voglia il bene di Firenze e la causa di tutto il male che la affligge. Ciacco spiega così quello che storicamente accadde, ovvero dell’alternanza tra la dominazione guelfa e quella ghibellina. Dante chiede così informazioni su alcune personalità politiche più o meno rilevanti da lui conosciute, tra cui Farinata degli Uberti. Ciacco, dopo avergli spiegato che sono tutte anime dannate, chiede al poeta di ricordarlo una volta tornato nel mondo dei viventi. Detto questo si accascia, ricadendo nel sepolcro nel quale si trovava.

Dante si trova nel terzo cerchio, dove sono condannati i golosi, coloro che cedettero al desiderio dei sensi, soprattutto a quello della gola. Secondo la legge del contrappasso per analogia, come in vita furono avidi nel mangiare, furono come delle bestie, ora vengono sbranati e squartati dal Cerbero, bestia infernale. Inoltre, secondo la legge del contrappasso per opposizione, come in vita erano abituati a vivere nel lusso e a consumare cibi sfarzosi, ora sono costretti a stare nel fango, putrido e puzzolente, sotto una pioggia battente di acqua sporca.

Scrivi la parafrasi dei versi dal 40 al 54.
“O tu che sei condotto attraverso questo Inferno”,
mi disse, “riconoscimi, se riesci:
tu nacqui prima che io morissi”.
E io rivolgendomi a lui: “L’angoscia che ti affligge
forse ti toglie dalla mia memoria,
così che a me sembra ti non averti mai visto.
Ma dimmi chi sei, che sei stato messo
in un luogo così doloroso, e hai una pena tale,
che anche un’altra maggiore non è così fastidiosa”.
Ed egli a me: “La tua città, così piena
d’invidia, a tal punto che il sacco già trabocca,

mi tenne con sé nella vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
a causa del grave peccato della gola,
come tu vedi, mi piego sotto la pioggia.

Chi è Ciacco? Quali ipotesi sono state fatte riguardo la sua reale identità?
Su Ciacco non si hanno molte notizie. Molto probabilmente non fu un uomo politico né ebbe gran rilevanza, ma secondo Boccaccio era un uomo nobile e cordiale, educato nei modi e nel linguaggio. Per queste sue caratteristiche probabilmente Dante gli ha dato la possibilità di parlare nella sua Commedia. Secondo altre ipotesi Ciacco era un giullare, un uomo di corte. Con molta probabilità aveva il vizio della gola (motivo dell’inserimento nel terzo girone dei Inferi). Diverse sono anche le ipotesi sul nome. Si pensa che “Ciacco” sia un diminutivo di Giacomo oppure un soprannome, che si rifà ad “acciaccato”, in riferimento ad un difetto fisico, che lo ritrarrebbe come uomo basso e tozzo, ulteriore prova del suo vizio della gola.

Spiega la similitudine presente ai vv. 28-33.
La figura retorica presente ai versi 28-33 è una similitudine e descrive la voracità di Cerbero nel sbranare le anime. Viene infatti paragonato ad un cane che abbaia accecato dalla fame, desideroso di ricevere il suo pasto e che, dopo averlo ottenuto, si calma, dal momento che ha usato tutte le sue energie nel divorarlo. Il latrare del Cerbero è tale da far desiderare alle anime di esser sorde.

Che tipo di figura retorica ritrovi al verso 75?
La figura retorica presente al verso 75 è un iperbato, in quanto “cuori” è stato interposto tra l’ausiliare “hanno” e il participio passato “accesi”, rompendo la forma verbale. È possibile ritrovarci anche un’analogia, in particolare nella parola “faville”, con la quale si intende la causa, la scintilla. “Faville”, ovvero “fiamme”, ci porta alla parola “scintille”, intesa come “cause”. Il paragone viene fatto sulla logica delle materia, in quanto le fiamme e le scintille sono sostanzialmente fuoco, parola che a sua volta completa il significato del verso, in quanto è un fuoco che ha “acceso” gli animi dei fiorentini. Infatti, il verso fa riferimento alla superbia, all’invidia e all’avarizia, i tre peccati che, secondo Ciacco, sono la causa del male nel mondo e in particolare a Firenze.


In questo canto siamo di fronte alla profezia di Ciacco. Parlane e spiega anche la differenza tra profezie vere e proprie e quelle post eventum. Ritrovi anche in altri canti la presenza di profezie?
In questo canto Ciacco profetizza diversi eventi a Dante, che accadranno nella sua città. È Dante stesso a chiedere all’anima di parlargliene, in particolare domandandogli il futuro dei fiorentini e della sua città. Ciacco profetizza un’alternanza tra la dominazione bianca e quella nera dei Guelfi, fatta di scontri sanguinosi e violenze, che finirà con l’affermarsi dei Guelfi Neri. Per la prima volta Dante fa riferimento al suo esilio, alludendogli soltanto. Secondo alcuni studiosi, quando Dante scrisse i versi profetici, si trovava già in esilio, descrivendo quindi eventi già accaduti. Questo tipo di profezia è detto post eventum e ha il carattere profetico solo nell’ambientazione dell’opera, non essendo di fatto una predizione reale. Secondo altri, però, si tratterrebbe di una profezia vera e propria, ovvero si ritiene che Dante abbia composto questi versi prima del suo esilio, facendo quindi una predizione a tutti gli effetti. Le varie ipotesi si fondano sull’assenza di citazioni esplicite di Ciacco riguardo l’esilio di Dante e dei vari Bianchi.
Nel III Canto è presente anche un’altra profezia. Caronte, accortosi della presenza di un vivo, Dante, lo ammonisce, dicendogli di andarsene, dal momento che sarà un “più lieve legno” a portarlo nell’aldilà, alludendo alla barca che trasporta le anime attraverso il Tevere fino all’isola del Purgatorio. Dante profetizza così che non sarà desinato alla dannazione eterna, ma al Purgatorio e quindi alla salvezza.

Un’altra importante profezia è quella del veltro, dove Dante prevede l’arrivo di una figura misteriosa e non individuata con certezza dagli studiosi, ma probabilmente di carattere religioso, che sconfiggerà la lupa, salvando, quindi, l’umanità dall’avarizia e dalla cupidigia.

Racconta la situazione politica di Firenze all’epoca di Dante
All’epoca di Dante, Firenze, come la maggior parte di comuni italiani, era in preda alle lotte tra la fazione dei Guelfi e quella dei Ghibellini. In particolare erano i Guelfi a detenere il potere, ma si erano creati due ulteriori schieramenti all’interno di questa fazione: i Bianchi e i Neri. I primi, provenienti dalla campagna, facevano parte della piccola nobiltà, ricoprendo cariche come artigiani. La famiglia dei Cerchi era la più importante tra i Guelfi Bianchi. I Donati, invece, erano dei Guelfi Neri, coloro che facevano parte dell’alta nobiltà e che, quindi, asserivano maggiormente ad ottenere il potere sulla città. Anche come viene descritto nella profezia di Ciacco, i Bianchi ebbero la supremazia per un breve periodo di tempo, quando i Neri, con l’aiuto di papa Bonifacio VIII, si imposero nel gennaio 1302. Questo avvenimento ebbe come conseguenza anche l’esilio di Dante, che non avrà più la possibilità di tornare nella sua città.

Nel VI Canto troviamo un essere mostruoso, Cerbero. Quali altri mostri hai incontrato nei primi sei canti dell’Inferno?
Nella Divina Commedia si trovano spesso dei mostri presi dalla mitologia greca e rielaborati un po’ dalla fantasia dantesca. Il primo che si incontra è Minosse. Descritto nel Canto V, egli è il giudice infernale. Posto all’entrata del secondo cerchio, le anime si confessano dinanzi a lui, il quale, dopo aver ascoltato, avvinghia la coda tante volte quanti sono i cerchi che l’anima deve scendere.

Alla fine del Canto VI, Dante e Virgilio incontrano il demone Pluto, guardiano del quarto cerchio e descritto nel Canto VII.
Una figura presa dalla mitologia, ma non propriamente un mostro infernale, è Caronte. Egli è un vecchio dalla barba bianca e dagli occhi infiammati, che traghetta le anime attraverso il fiume Acheronte.

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