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Proemio della Gerusalemme Liberata


Come la tradizione vuole, è composto da protasi, in cui il poeta anticipa il contenuto del poema, e invocazione alla musa, che possa dare forza all’autore per raccontare ciò che deve. E’ presente anche una dedica ad Alfonso d’Este, e il motivo dell’encomio verso di lui viene esplicitato: questo è un elemento di novità, in più il fatto che vi sia un encomio determina la presenza di un piccolo genere dentro un altro genere.
Il tema fondante, il contesto generale, è quello della Guerra Santa, così chiamata perché combattuta per affermare la religione.
Nella prima strofa (protasi=in cui si espone il contenuto in maniera sintetica del poema generale) si espone da subito la materia, ossia le gesta di Goffredo di Buglione, poi eletto capo dell’esercito cristiano, che nel 1099 entrò in Città santa. L’incipit è noto alla letteratura in quanto ricalca perfettamente l’inizio del poema epico per eccellenza, l’Eneide (“Canto le armi e l’eroe”, arma virumque cano) , e l’Orlando Furioso (“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, io canto”), e pertanto gli permette di proseguire su un filo tradizionale. Al v.3 viene spiegato come Goffredo fece molte cose, e fu bravo sia a livello di ragionamenti sia di azioni. Nel v.4 si evince che soffrì nel conquistare Gerusalemme, e fu in’ impresa gloriosa perché Gerusalemme stessa era simbolo di gloria.
Nei v.5-6 vengono nominate varie popolazioni (Libia=arabi) , che combatterono invano perché persero. Al v.7 è presente una personificazione del cielo che rappresenta Dio, che ha assistito Goffredo nel riunire i combattenti che si erano persi durante altre battaglie. Il termine ERRANTI è un richiamo ad Ariosto per la doppia valenza di sbagliare e vagare; la situazione di uomo errante e perso è quella che ricalca Tasso stesso, anche emblema della società del tempo confusa per via della riforma luterana.
Nella seconda strofa si passa alla vera e propria invocazione alla musa, racchiusa tra la terza e la quarta ottava, e qui è presente in particolar modo attraverso l’anafora del “tu” . L’incipit con l’evocazione esplicita ricalca la classicità; nel v.2 c’è un riferimento al monte Elicona, in Beozia, dove risiedevano per antonomasia le 9 muse. Nel v.1 l’elemento dell’alloro che circonda la fronte, elemento che rimanda alla saggezza ripreso da Virgilio e Dante, che anche oggi rappresenta il raggiungimento di un traguardo (come la laurea), e che rappresenta anche le vittorie, che sono sfuggenti, dato che perde di vitalità. Cadùchi =qualcosa che ormai non ha più vitalità, non è più verdeggiante. La musa rappresenta un punto di riferimento per le altre stelle=muse, v.4. Dal v.5 in poi viene fatto un vero e proprio appello in cui Tasso prega la musa di fornirgli l’ispirazione giusta per celebrare l’opera e la materia, e chiede perdono per i suoi sbagli, che si concretizzano nell’inserire qualche elemento non proprio attinente alla realtà, dato che aggiunge il magismo e il meraviglioso; prova a essere oggettivo, ma chiede scusa perché non è uno storiografo e il suo stile si basa sull’aggiunta di elementi fantastici. S’adorno= se aggiungo elementi che non rientrano nella storia vera e propria, che non sono necessariamente veritieri.
Nella terza strofa viene nominato il Parnaso, monte sacro ad Apollo, dio della poesia, che dunque rappresenta tutta la poesia per metonimia. Tra i v.3-4 viene spiegato come la musa, attraverso i versi, sia riuscita ad avvicinare al testo poetico anche coloro che lo respingevano, e avevano un po’ di astio nei suoi confronti. Nella seconda metà dell’ottava è presente un parallelismo: allo stesso modo della musa, il poeta addolcisce l’animo, perché trattando della prima crociata deve necessariamente raccontare elementi cruenti ma attutisce la violenza della realtà attraverso il meraviglioso e la fantasia. E’ una dichiarazione poetica, perché viene spiegata la funzione della poesia che non solo ripercorre la storia ma addolcisce il cuore, metaforicamente mitigando la realtà.
Nella quarta strofa la stessa dimensione del “tu” si ripresenta per rivolgersi al dedicatario dell’opera, Alfonso d’Este, con un’apostrofe. Lui viene raffigurato come punto di riferimento che porta Tasso sulla retta via, perché egli è un pellegrino errante v.3 in quanto non è a suo agio nel contesto, dunque prova una grande sofferenza interiore, e chi peregrina è portato a vagare ma soprattutto a sbagliare: questo aspetto primeggia a causa dell’insicurezza, al rivedere sempre se stesso che lo porta anche a correggere continuamente i suoi scritti. Tra i v.7-8 è presente una predizione del futuro (già accaduto, come esilio di Dante) : scrive che la sua penna (metonimia per poesia) canterà e gesta di Alfonso che sarà protagonista di un’altra crociata, che può venire solo accennata perché ora come ora sta trattando riguardo la prima.
Nella quinta strofa sono presenti dei forti riferimenti alla cristianità (v.2) che fanno capire qual è il contesto che si sviluppa come cornice del racconto. Dice che in teoria è presente un buon proposito di giustizia nell’affrontare la crociata, ma la guerra non può mai essere la chiave per raggiungere la pace, e la cristanità poteva venire diffusa in altro modo. Con Trace v.3 si intende la Tracia, antica Costantinopoli, capitale della Turchia (oggi Istanbul), che possedeva tutto il mediterraneo, e viene scritta con la lettera maiuscola per questo motivo. Nel frattempo v.7-8 un grande eroe gode della poesia (carmi=carmina, latinismo) mentre prepara le armi per scendere a combattere, con lo scopo di trovare in questa coraggio e conforto. Il termine NOSTRI è un plurale maiestatis, che trasforma una 1 pers sing (mio, di Tasso) in pl, usato per accomunare una sua condizione personale a quella di una collettività.
Con la quinta ottava è come se si chiudesse il proemio, per via del taglio netto dato alla digressione nella sesta ottava in cui Tasso ricostruisce il contesto della crociata. Al v.1 compare “sesto anno”: in realtà gli anni di riferimento sono propriamente tre, dal 1096 al 1099, tuttavia usa questo escamotage per appesantire ciò che è stato subito dai cristiani aggiungendo enfasi. La tendenza ad amplificare è tipica del poeta, e in questo caso serve a rendere più importante il popolo cristiano in quanto coraggioso perché ha dovuto subire una grande tortura. Dal v.3 al 7 sono presenti numerosi punti di riferimento in Oriente, città che avevano subito le pressioni dell’esercito persiano (al tempo=ottomano, dei turchi, che ritornano dalla quinta ottava): tra queste si trova anche Nicea, dove nel 325 si era tenuto il Concilio di Nicea che aveva stabilito la centralità del cristianesimo rendendo eretiche le altre dottrine come l’arianesimo di Ario, diffuso in tutto l’oriente, che andava contro il cattolicesimo perché sosteneva la subordinazione del Figlio al Padre.
Nella settima ottava lo stile e la terminologia costituiscono dei riferimenti a Dante: la cristianità è al centro ed è presente un’invocazione a Dio che occupa il Cielo e dall’altro si assicura di ciò che avviene: è come se la crociata avesse avuto la protezione di Dio (concetto tuttavia religiosamente inaccettabile). I riferimenti sono, ad esempio, “basso inferno”, “stellata”, “gli occhi in giù volse” (Vita Nova) “mirò”: torna la tradizione, che coincide con la classicità.
Nell’ottava strofa tornano la figura di Goffredo da Buglione menzionata all’inizio (v.5) e i riferimenti all’Oriente con la Soria=Siria=Palestina. Il soggetto delle azioni è sempre Dio, che mostra la volontà di far allontanare da Goffredo gli EMPI PAGANI: coloro che non hanno aderito alla fede cristiana; il concetto di empietà è già stato visto in latino, indica ciò che non rispetta il volere di Dio (Lucrezio, critica al comportamento dei concittadini troppo esagerato) e va dunque contro la giustizia, rappresenta una ripresa della classicità romana. Negli ultimi due versi sono concentrati sostantivi che evidenziano gli elementi positivi di Goffredo e dunque del cristiano-eroe perfetto: pieno di fede, zelo =astuzia, intelligenza e gloria.
Nella nona strofa viene nominato il fratello di Goffredo insieme ad altre figure storiche distintesi durante la crociata. Ripercorre attraverso questi uomini la cristianità, perché sono quelli che maggiormente l’hanno rappresentata e difesa: ricorda in questo Sallustio, nei “Motivi dell’opera” del Bellum Iugurthinum nomina uomini di spicco come Annibale, Scipione, Massinissa, per ricostruire la seconda guerra punica.
Nella decima strofa, sempre Dio osserva in Rinaldo, personaggio inventato da Tasso come Goffredo, le qualità dell’eroe. Gli eroi tassiani, per quanto inesistenti a livello storico, sono verosimili: l’identità è frutto di fantasia ma le caratteristiche e gli atteggiamenti sono tipici dei cavalieri di quel tempo; l’elemento della verosimiglianza è fondante del romanzo storico, basti prendere a esempio Manzoni che inserì in un contesto reale personaggi fittizi ma verosimili.
Nell’undicesima cambia la perifrasi per indicare Dio, da “Padre Eterno” si passa a “Re del mondo”; Gabriele viene identificato come portavoce, messaggero di notizie positive, ed è considerato secondo arcangelo rispetto a Michele, di un gradino più basso. E’ il portavoce di Dio che gli riporta le preghiere, le azioni e i modi di pensare dei mortali.
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