Analisi del testo “Canzone al Metauro”


La canzone analizzata è suddivisibile in tre parti principali sia da un punto di vista metrico, in quanto composta da tre stanze, sia per la diversità delle tematiche esposte. La prima stanza si apre con un’apostrofe ad un fiume non direttamente nominato. Tuttavia esso è descritto con le coppie antitetiche “grande/picciolo” e “picciolo/glorioso” ad indicare la sua importanza storica piuttosto che la sua grandezza fisica. Il figlio dell’Appennino è il fiume Metauro, presso il quale l’esercito romano sconfisse il cartaginese Asdrubale, ottenendo una delle vittorie decisive per la sorte della seconda guerra punica. Il fiume citato si trova nel territorio delle Marche, vicino la città di Urbino, dove l’autore cerca disperatamente protezione auspicandosi, con la composizione di questa canzone, di ricevere salvezza. Egli descrive se stesso come un “fugace peregrino”, enfatizzando la sua precaria condizione con l’utilizzo del settenario e spezzando il ritmo dei versi precedenti. Tasso infatti si era già descritto in questo modo nel proemio della “Gerusalemme Liberata”, manifestando il proprio sconforto per le vicende politiche che si stavano svolgendo nel Cinquecento. Il motivo della canzone è dunque encomiastico, come si può notale dall’utilizzo del tono elevato ricco di figure retoriche e dalla celebrazione di personaggi illustri dell’epoca dell’autore. Difatti al verso 7, Tasso loda “l’alta Quercia”, i cui rami sono così grandi e possenti da recare protezione e riposo al poeta dopo la fuga dalla corte di Ferrara. L’insistenza è poi enfatizzata dall’anadiplosi “ombra/ombra” ai versi 10-11, in cui questa parola ha il significato di rifugio. La metonimia della quercia si riferisce allo stemma della casata dei della Rovere, famiglia molto potente nel territorio adiacente al fiume Metauro. Dal motivo encomiastico si passa a quello biografico. Egli dichiara di essere perseguitato da una “cruda e cieca dea” che, pur essendo cieca riesce a scovarlo dietro ogni nascondiglio o perfino nel buio della notte. Nella seconda stanza, che si apre con l’ interiezione “Ohimè”, seguita successivamente da “Ah” e “Lasso”, il tema centrale è quello del dolore e delle sventure capitate al poeta prima del suo arrivo nelle Marche. Continua la climax degli aggettivi riferiti alla dea citata in precedenza, aggiungendo “ingiusta e ria”; la dea fortuna, intesa nell’accezione latina di sorte, verrà nominata esplicitamente solo al verso 31, culminando l’andamento crescente. Il poeta percepisce la propria esistenza marchiata dal dolore, derivante fin dalla nascita. In giovinezza egli dovette lasciare la propria città e la madre con un straziante addio, per seguire il padre a Roma con “mal sicure piante”, sia perché i piedi e l’equilibrio di un bambino sono instabili e sia perché il futuro era ancora incerto. Nell’ultimo verso Tasso si paragona nientemeno che ad Ascanio, figlio di Enea che da piccolo seguì il padre in fuga da Troia. Infine la terza stanza riafferma come la sua intera giovinezza sia passata attraverso numerose sofferenze e “dura/povertà”, condizione enfatizzata dall’utilizzo dell’enjambement che separa l’aggettivo dal sostantivo. Egli fu costretto a maturare precocemente e il termine acerbità ha un diverso significato, al verso 45 si traduce con “amarezza”, mentre al verso 46 con “fanciullezza”. Successivamente il poeta vuole raccontare al lettore la malata e misera vecchiaia del padre, ma si pone alcuni domande che richiamano continuamente il tema della sofferenza, il pathos cresce ed è espresso anche dall’accumulo di termini legati all’idea di sventura come egra, danni, guai, pianto, lagrima e pene. Gli ultimi versi rievocano gli ultimi momenti di vita del padre, la sua morte non deve però essere motivo di lutto ma di onore. La canzone rimane incompiuta, ma già dalla sua pubblicazione riscosse molto successo tra i contemporanei che ne apprezzarono la cura stilistica e l’intensità del racconto autobiografico.

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Tasso, Torquato