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Il teatro barocco


Il teatro barocco è caratterizzato da un mutazione della percezione che l'individuo ha di sé e del mondo, dovuta alla caduta delle certezze umanistiche e delle nuove scoperte scientifiche. Nelle opere del teatro europeo troviamo temi ricorrenti. Nell'Amleto (1600) di William Shakespeare (1564-1616) troviamo il tema dello smarrimento che possiamo riscontrare nella prima frase del monologo del principe: <<Essere o non essere; questo è il problema>> (atto III, scena I). Secondo gli antichi l'uomo poteva reagire alla fortuna avversa agendo attraverso l'omicidio o il suicidio per ristabilire l'ordine. Per Amleto il suicidio non è contemplabile perché entra in gioco anche il tema della vita dopo la morte e della paura che suscita in ogni uomo. Perciò si ha uno smarrimento interiore del protagonista, che non sa come agire, che non sa se sia migliore vivere la vita fino in fondo, combattendo e quindi anche essere soggetti alla sofferenze che ne conseguono, o semplicemente sopravvivere. Lo stesso conflitto interiore lo troviamo nella Fedra (1671) di Jean Racine (1639-1699) la cui protagonista non riesce a sopravvivere all'amore e alla grande passione che prova per Ippolito: <<Lo vidi: rossore, pallore m'invase a quella vista;/ lo scompiglio entrò nell'anima perduta;/ i miei occhi non vedevano, non potevo parlare;/ sentii il mio corpo ardere e gelare.>> (atto I, scena III, vv. 121-124). E ancora: <<Circondata di vittime, cercavo/ nei loro fianchi, con furia, la mia mente perduta./ Illusori rimedi a un amore trascurabile!>> (vv. 129.131). Anche ne La vita è un sogno (1635) di Calderòn de la Barca (1600-1681) troviamo il tema dello smarrimento e inoltre quello dell'illusorietà della vita. L'opera narra che, alla nascita del principe Sigismondo viene predetto che egli sarebbe diventato una persona predisposta alla crudeltà e alla violenza. Per questo, il padre, il re Basilio lo fa rinchiudere in una torre, sotto la sorveglianza di Clotaldo. Dopo essere stato narcotizzato, Sigismondo viene condotto a corte per verificare la veridicità della premonizione, che è confermata, in quanto il principe inizia effettivamente ad avere degli atteggiamenti violenti. Narcotizzato nuovamente, viene ricondotto nella torre e qui il protagonista si interroga sui fatti accaduti, non riuscendo a capire se siano stati reali o solo frutto della sua fantasia. Degni di nota sono i versi: <<Se ciò che ho visto per certo/ è stato tutto sognato,/ tutto incerto è ciò che vedo;/ e quindi, ormai arreso,/ se vedo in pieno sonno,/ sveglio, non fo che sognare.>> (atto II, scena XVIII, vv. 54-59). Nell'opera viene sottolineata anche la fuggevolezza della vita e delle cose terrene con le seguenti metafore: <<Sogna il re il suo stesso regno,/ e vivendo in quest'inganno/ regna, dispone e governa;/ ed il plauso, che fugace/ riceve, lo scrive al vento,/ e la morte - sorte ingrata!-/ in cenere lo trasforma.>> (atto II, scena XIX, vv. 109-115). Un altro tema presente nell'Amleto è quello dell'ingiustizia, infatti il padre del protagonista, il re di Danimarca, un uomo buono e giusto, viene ucciso dal fratello Claudio, al contrario, un uomo ingiusto. Lo stesso tema lo troviamo ne La reina di Scotia (1628) di Federico della Valle (1560 ca-1628?/1629?). La protagonista è la regina di Scozia, Maria Steward, la quale, dopo una rivolta popolare guidata da John Knox, è costretta a trovare rifugio nella corte della cugina Elisabetta I, regina d'Inghilterra, che prima la farà imprigionare e poi uccidere. In particolare Maria Steward viene descritta come: <<[...] reina adorna/ di due chiare corone di due scettri,/ che resser ad un tempo Franchi e Scoti,/ figlia di re, moglie di re possente,/ discesa per lungo ordine da regi,/ e di re madre ancora,/ or chiusa in mura anguste, or prigioniera,/ legata a l'altrui forza, a l'altrui voglia, [...]>> (atto I, scena I, vv.86-93). Nell'opera viene presentato anche il tema dell'imprevedibilità della fortuna che ha fatto cadere Maria Steward in questa situazione: <<[...] a tanto colmo alzar mi volse il Cielo,/ perch'io cadendo poi precipitassi/a non essere più donna,/ neanco di me stessa,[...]>> (vv.143-146).
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