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L’arcadia


Il Seicento fu un periodo che visse grandi trasformazioni dal punto di vista politico e culturale. Per quanto riguarda il contesto politico, dopo le guerre di religione come la guerra dei Trent’Anni che va dal 1618 al 1648 e vi è una prolungazione al 1659 dove vede due potenze grandiose europee quale Spagna e Francia scontrarsi, appunto la Spagna perde la propria potenza politica, economica e militare. Vedremo infatti la presenza della Francia che vuole imporre il proprio dominio assoluta nel continente Europeo, atto che verrà contrastato dai protestanti delle Province Unite e dalla potenza marittima inglese. Ecco perché in campo europeo vi saranno delle guerre di successione che coinvolgeranno la Spagna, la Polonia, l’Austria e con la pace di Aquisgrana del 1748 si rafforzerà il dominio dell’Impero asburgico mentre la Francia non è più padrona dei destini dell’Europa e la Spagna perde definitivamente tutti i territori europei. Grazia alla pace di Aquisgrana, in Italia vi si assestano i poteri del sovrano e delle dinastie fino alla discesa di Napoleone Bonaparte. Il territorio italiano è diviso dalla dominazione di più potenze europee, infatti a Milano abbiamo la presenza dell’Impero asburgico; in Sicilia e Napoli, dopo un breve periodo di dominazione austriaca, vi si installa il potere dei Borbone di Spagna che formano uno Stato autonomo; i Savoia ottengono il dominio del Piemonte e della Sardegna.
Arrivati al Settecento, il clima comincia a cambiare: abbiamo l’affermazione del potere assoluto e, grazie a questo fenomeno, nasce la burocrazia. Si vive in un momento in cui si priva l’emancipazione per colpa dell’assestamento sociale diviso in ordini, dove ogni individuo ha dei propri privilegi e ciò non permette la mobilità sociale, ma oltre questo vi è anche la perdita di potere della Chiesa che adesso è costretta a sottostare al potere del sovrano assoluto, sciolto dalle leggi. Durante questo periodo, l’Europa conosce un incremento demografico favorito dalla diminuzione delle epidemie di peste e delle guerre e inoltre si compie una rivoluzione agricola in Inghilterra.
In Italia invece si vive ancora in una situazione di arretratezza rispetto gli altri Stati europei, in quanto non gode ancora di un’egemonia politica nel proprio territorio, infatti alcune innovazioni tecnologiche vengono viste solo nei territori di dominazione asburgica. Nell’Italia meridionale vi è ancora la dominazione del latifondo, ovvero il controllo delle terre a una ristretta cerchia di proprietari.
Proprio in questo contesto storico, si cominciano a rifiutare le idee poetiche di Marino e dunque barocche per la produzione artificiosa nei contenuti ed eccessiva nell’ornamentazione retorica, anche se si considerava la meraviglia come fine dell’attività poetica come il tratto caratteristico della produzione lirica italiana. Dunque, invogliati da un ritorno alla concezione classicista e tradizionale della cultura Italiana, quindici letterari formarono il 5 ottobre 1690 presso San Pietro in Montorio l’Accademia d’Arcadia. Il nome viene dalla regione greca tradizionale “Arcadia”, nonché il luogo di ambientazione della poesia bucolica di Virgilio. Questa idea letteraria in realtà durerà poco, in quanto si vedrà l’accettazione delle idee illuministe, per cui l’esperienza dell’Arcadia può essere considerata come un’esperienza di nicchia, dove non c’è una condivisione letteraria ma uno scambio di esperienze letterarie. I membri dell’Accademia erano persone d’elite che si distaccavano dalla massa e che creavano una produzione letteraria capace d’allontanarsi dalla realtà concreta; essi venivano chiamati “pastori” per una serie di significati che si rifacevano alla tradizione pastorale della letteratura greca dell’Arcadia e anche perché Gesù Bambino venne scelto come protettore ed egli fu adorato per primo dai pastori, e tra i primi abbiamo Giovanni Mario Crescimbeni e Giovan Vincenzo Gravina. Crescimbeni mirava al recupero e alla difesa della tradizione poetica italiana, utilizzando come esempio per contrastare la corruzione espressiva del Barocco la stilistica petrarchesca.
Gravina espone, invece, la sua concezione di una poetica “mitica” e “filosofica”, che si concentra sul contenuto e sulle finalità della poesia e a differenza di Crescimbeni, egli mostra una grande ammirazione per Omero e per Dante. Dunque l’Arcadia si propone di recuperare il gusto classico opponendosi alla realtà Seicentesca che vede fiorire nella realizzazione letteraria la presenza di figure retoriche come la metafora e di tematiche innovative, ma anche l’assenza della tematica politica che sarà assente anche in quest’esperienza dell’Arcadia, per cui essa viene vista come una maniera di evasione rispetto la realtà politica dell’Italia e quindi in una realtà quasi ideale, che si può anche associare al nome “Arcadia” ovvero una regione greca idilliaca, ed è anche un mondo dove l’uomo può ritrovare il rapporto con la natura, tema particolarmente sentito nel contesto dell’illuminismo ma anche del Seicento stesso.


Il melodramma


Collegato a questo contesto storico vi è la nascita del melodramma che sarà un fiore all’occhiello della cultura italiana, infatti esso nasce in Italia dove avrà il suo sviluppo e diffusione. Come possiamo intendere dal nome stesso, il melodramma è una rappresentazione teatrale che mette insieme testo e musica, infatti porterà alla nascita dell’opera lirica. Il rappresentante di questa grandiosa riforma che porterà il melodramma ad essere considerato come il metodo più decisivo per la formazione di una lingua nazionale in quanto, a differenza della letteratura e della poesia, poteva raggiungere molte più persone sempre per la condizione di differenza sociale in cui si viveva in quel tempo che prevedeva l’avvicinamento alla cultura a solo una cerchia ristretta di famiglie colte e aristocratiche, sarà Metastasio, inoltre famoso per aver musicato una parte della Gerusalemme Libera di Torquato Tasso, soprattutto il duello tra Tancredi e Clorinda, perciò è riuscito a strutturare un testo musicale tenendo conto del testo letterario, trasformando la letteratura in musica. C’è da dire che ci troviamo in periodo in cui attraverso l’Accademia dell’Arcadia vi è un ritorno al classicismo, e dunque anche il melodramma si ispira alle opere classiche, per cui possiamo intendere tramite ciò che Tasso era già considerato un autore di un certo rilievo in quei tempi. Importante di Metastasio è la volontà di rifiutare il concetto di “catarsi” aristotelico, in virtù della quale il fine della tragedia è quello di suscitare passioni e sentimenti per “purificare” o “liberare” le coscienze degli spettatori: egli credeva invece che il dovere del poeta fosse di rappresentare azioni eroiche in ordine da fungere come esempi ideali agli spettatori. Il lessico utilizzato nelle rappresentazioni di Metastasio era armonioso e semplice in modo da rendere chiari i passaggi più sentimentali ma anche perché derivava dal linguaggio petrarchesco e da vari elementi linguistici di Tasso. La struttura inoltre era sempre la stessa: vi era la presenza di due coppie di innamorati che non riescono a coronare il proprio sentimento e la contrapposizione di un antagonista e il suo aiutante, generalmente personaggi maschili. Anche nel melodramma vi è la quasi totale assenza del tema politico, sostituito dall’esaltazione delle virtù civili, e ovviamente viene privilegiato l’elemento patetico e amoroso. La diffusione dell’Illuminismo porterà lo spostamento del centro culturale in Francia, ma fino a questo momento l’Italia si afferma in ambito culturale esattamente come fece nel Seicento, ove nonostante la situazione politica travagliata nacque il genere del Barocco che avrà dapprima una fama esclusivamente italiana per poi cominciare ad acquistare celebrità in tutto il territorio europeo.


Cesare Beccaria


L’esponente principale dell’Illuminismo in Italia fu Cesare Beccaria, autore del celebre trattato “Dei delitti e delle pene” dove il tema principale era la riforma del codice penale e l’amministrazione della giustizia. In esso, egli riprende il dibattito sui diritti naturali dell’uomo e fa una riflessione sul rapporto fra individuo e società, discutendo sull’abolizione della pena di morte. Egli afferma che uno Stato civile non può punire uccidendo un suo cittadino in quanto egli aveva rinunciato a una minima parte dei loro diritti delegando la propria sovranità a un potere maggiore che gli avrebbe garantito l’incolumità. Secondo Beccaria quindi, è necessario che le leggi siano chiare e che si capisca che la pena di morte non scoraggia il malintenzionato a smettere di compiere gesti che possano mettere in pericolo il resto della società in quanto già morto, bensì sarebbe meglio condannare il modo educativo che è proprio la base di un comportamento del genere.
Nel trattato celebre dell’autore, si fa esplicito riferimento al progresso economico e sociale introdotto dall’Illuminismo che da origine alla necessità di riforma del sistema giuridico. Abbiamo letto dei paragrafi dedicati alla tortura (XVI) e alla pena di morte (XXIII). Nel capitolo della tortura, Beccaria esprime l’inutilità della tortura in quanto crudele dato che in realtà una pena fisica non rimuove una colpa morale e non porta a confessare la verità bensì costringe a confessare la propria colpevolezza o quella degli altri: anche incolpare i complici è qualcosa di insensato in quanto i più ignoranti e deboli potrebbero inventare nomi in maniera di scappare dal dolore. Inoltre, la tortura va contro il contratto sociale di un individuo che si affida al sovrano, cedendo parte dei suoi diritti naturali in cambio di protezione personale. Nel capitolo della pena di morte, si affronta direttamente lo sbaglio di praticare un tale gesto: in un primo momento Beccaria afferma come si porti avanti così l’idea che la guerra sia giusta perché hanno insegnato a “spargere sangue umano”, quando invece sarebbe meglio che la società non portasse avanti questo esempio anche più crudele visto che ha dietro un’azione burocratica, quando invece politicamente parlando l’individuo dovrebbe essere protetto secondo le leggi del contratto sociale. Dice inoltre, che non vi è la necessità di uccidere un cittadino in quanto la morte di un solo individuo non impedirà gli altri di commettere reati.
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