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Quaderni di Serafino Gubbio operatore


In questo originale romanzo di Pirandello si alternano due filoni narrativi. Da una parte abbiamo il dramma passionale che coinvolge l’attrice Varia Nestoroff, divoratrice di uomini, e il Barone Nuti, folle di amore per lei; vicenda che sfocerà nell’uccisione della donna sul set da parte del Barone, il quale verrà a sua volta ucciso da una tigre che si trovava lì per fattori di scena. Il secondo filone, invece, riguarda la storia di Serafino e il suo percorso interiore: è un intellettuale emarginato che, per problemi economici, è stato costretto ad accettare il lavoro di operatore presso una casa cinematografica e ad asservirsi così alla macchina.
Serafino sfrutta il suo lavoro di operatore cinematografico per osservare con sguardo critico il mondo che sta intorno a lui: il suo sguardo diventa il filtro fondamentale attraverso cui rappresentare una realtà che appare profondamente straniata, perché straniante è questo occhio della macchina da presa che osserva tutto.
Serafino guarda con occhio critico la modernità: se in un primo tempo sembra farsi coinvolgere dalle stupide vicende dei due amanti (la cui storia d’amore sembrano ricalcare un tema trito e ritrito sia della letteratura che del teatro), in un secondo momento Serafino diventa improvvisamente cosciente (alla vista dei volgari ritratti nella casa della donna), si rende conto cioè della volgarità e della banalità della storia in cui si è mescolato, capendo che in un’epoca come questa (la modernità) non c’è spazio per l’autenticità dei sentimenti, ma c’è spazio solo ad una letteratura, ad un cinema, ad una serie di oggetti di consumo che possano soddisfare l’industria dello svago. Serafino, con l’occhio critico della macchina da presa, critica fortemente la modernità industriale che è impastata di volgarità, banalità, stupidità, conformità squallida.
Il romanzo, come il “Fu Mattia Pascal”, si conclude con la stessa impossibilità di pervenire a dei valori positivi: l’unico modo per scampare all’inautenticità della vita è alienarsi, adeguandosi alla propria condizione di “mano che gira la manovella”, poiché nella vita non c’è possibilità di valori autentici, come la fratellanza o l’empatia (a differenza del romanzo “Uno, nessuno e centomila” che si conclude con un trionfo vitalistico, ovvero con un’affermazione gioiosa di inesauribili possibilità di essere).
Il set dunque è la metafora della vita, poiché come c’è finzione nel set, allo stesso modo c’è finzione nella vita: ogni individuo quando vive in società è costretto ad indossare una maschera, nel tentativo di fissarsi entro certi parametri come personalità unica (cosa impossibile, poiché la vita è un’inarrestabile fluire che impedisce di essere sempre la stessa persona nel corso del tempo e che inevitabilmente ci costringe a cambiare). Gli uomini per Pirandello si adeguano tutti a questa finzione senza esserne consapevoli.
In Serafino Gubbio abbiamo due simboli:
-il simbolo dell’intellettuale declassato, costretto ad adattarsi ad una letteratura e ad un cinema di consumo)
-il simbolo dell’uomo frustato dalla modernità che si rende conto dell’impossibilità di ritrovare valori autentici nella vita: ed ecco che le pagine di questo romanzo pullulano di critiche che testimoniano questo scetticismo nei confronti della modernità e delle macchine.
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