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Francesco Petrarca - Quanta invidia ti, avara terra (XXIX)


Testo


Quanta invidia io ti porto, avara terra,
ch’abbracci quella cui veder m’è tolto,
e mi contendi l’aria del bel volto
dove pace trovai d’ogni mia guerra!
Quanta ne porto al ciel, che chiude e serra
e sí cupidamente ha in sé raccolto
lo spirto de le belle membra sciolto,
e per altrui sí rado si disserra!
Quanta invidia a quell’anime che ‘n sorte
ànno or sua santa e dolce compagnia
la quale io cercai sempre con tal brama!
Quant’à la dispietata e dura morte,
qu’avendo spento in lei la vita mia,
stassi ne’ suoi begli occhi, e me non chiama!

Parafrasi


Quanta invidia provo nei tuoi confronti, o avida terra,
che abbracci colei che non posso più vedere,
e mi impedisci la vista del suo bel volto
che durante i miei affanni, seppe infondermi serenità e calma.


Quanta invidia provo nei confronti del cielo, che abbraccia,
raccolto in sé così cupidamente
lo spirito delle sue belle membra
mentre si apre tanto di rado ad accogliere altre anime

Quanta invidia provo nei confronti di quelle anime beate
che hanno avuto la fortuna di godere della santa e dolce compagnia
che io, invece, ho sempre cercato con tanto desiderio

Quanto è spietata e dura la morte,
che dopo aver spento la mia vita nei suoi occhi sta nei suoi begli occhi
e non pensa a chiamarmi.

Commento


Il sonetto si snoda seguendo un’architettura molto efficace che appoggia su di un inizio identico (Quanta…..) delle quartine e delle terzine e sull’alternarsi dello stesso termine “invidia”. La terra è oggetto di un invidia così malinconica che non crea sdegno, ma piuttosto una forma di gelosia. Non percepiamo che Laura sia morta, quanto piuttosto il fatto che Petrarca continua a vederla nella fantasia come una bella creatura terrestre. Infatti, nonostante la coscienza della morte della donna amata, il sonetto si snoda sulla rievocazione della sua bellezza per cui possiamo affermare che prevale l’aspetto contemplativo che incontriamo anche in altri sonetti. Nel verso 3, il verbo “contendi”, lascia sottintendere un contrasto, come se il desiderio del poeta lottasse inutilmente contro una volontà che è più forte della sua. Il verso 8, esprime nostalgia. Scrivendo “altrui”, il poeta pensa a se stesso e prova il desiderio di morire per poter, così, raggiungere Laura.
Nei versi 9-11. appare di nuovo il tema della gelosia nei confronti di quelle anime beate in mezzo alle quali è salita Laura. I due aggettivi “santa e dolce” riferiti alla donna amata costituiscono un’eco stilnovista, ma la “brama” del verso 11 è tutta terrena.
La seconda terzina inizia con una sorta di invettiva contro la morte, ma ricorrendo poi ad un tono elegiaco, termina con un atteggiamento contemplativo che costituisce il nucleo fondante del sonetto.
Da notare che la morte perde il suo carattere spettrale tipico della letteratura ascetica medievale: nel sonetto, dominano i begli occhi di Laura che, già vittoriosi nella fantasia del poeta, restano tali anche nella morte. Inoltre il poeta non prova il desiderio di morire quanto piuttosto il desiderio di ricongiungersi a lei.
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