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Francesco Petrarca – Quanta invidia io ti porto, avara terra


Quanta invidia io ti porto, avara terra,
ch’abbracci quella cui veder m’è tolto,
et mi contendi l’aria del bel volto,
dove pace trovai d’ogni mia guerra!

5Quanta ne porto al ciel, che chiude et serra
et sí cupidamente à in sé raccolto
lo spirto da le belle membra sciolto,
et per altrui sí rado si diserra!

Quanta invidia a quell’anime che ’n sorte
10ànno or sua santa et dolce compagnia
la qual io cercai sempre con tal brama!

Quant’a la dispietata et dura Morte,
ch’avendo spento in lei la vita mia,
stassi né suoi begli occhi, et me non chiama!

Canzoniere CCC

Parafrasi


O terra avida, nei tuoi confronti io provo invidia
perché abbracci colei che non posso vedere,
e di cui tu mi sottrai la visione del bel volto,
nella cui contemplazione trovai sollievo dalle mie passioni.

Quanta invidia provo verso il cielo, che chiude e stringe
e che ha raccolto in sé con bramosia
lo spirito libero dal bel corpo [Laura],
mentre raramente si apre a raccogliere le altre anime

Quanta invidia provo nei confronti di quelle anime a cui è stata dato in sorte
di avere nella loro santa e dolce compagnia
colei che ho sempre cercato con tanto desiderio!
Quanta invidia provo per la spietata e dura morte,
che avendomi sottratto la mia ragione di vita,
si è impadronita dei suoi begli occhi ed invece non chiama me!

Commento


Il sonetto che segue lo schema ABBA, ABBA, CDE, CDE, fa parte delle rime in morte di Laura, in cui ritorna sistematicamente il dolore per la perdita dell’amata.
In esso appare la contrapposizione fra componenti macabre e componenti spirituali. Le prime sono collegate all’immaginazione del corpo di Laura sepolto sotto terra, mentre le altre si rifanno allo spirito di Laura assunta in cielo fra le schiere dei beati. I termini terra e Morte (1.a e 4.a strofa) che ci fanno pensare ad un motivo macabro, incorniciano due altri termini, cielo ed anime, con valenza spirituale 2.a e 3.a strofa)
Da notare alcune metafore che si rifanno alla guerra, associate a delle chiare allusioni erotiche: la terra abbraccia il corpo di Laura e lo conquista nei suoi occhi e per questa si pone come un antagonista del poeta che si mostra quasi geloso del suo avversario. La metafora bellica si ha nelle espressioni et mi contendi che rappresenta il combattimento dei due contendenti – la morte e il poeta – per impossessarsi della donna amata. A ben vedere, il termine invidia che nel sonetto ricorre frequentemente non è altro che gelosia nei confronti sia della terra che del cielo perché entrambi gli hanno sottratto Laura, l’uno il corpo, l’altro lo spirito. La metafora del conflitto, con risvolti erotici, che riguarda il rapporto poeta/Laura e poeta/terra caratterizza anche la relazione Morte/Laura, in quanto la morte ha spento la vita di Laura che è la vita stessa del poeta e si è insediata da vincitrice nel corpo di lei. Il poeta, allora, per ricongiungersi finalmente in cielo con la donna amata vorrebbe morire, ma la morte è spietata perché gli nega questa ultima possibilità.
Nelle quattro strofe è sempre presente il poeta che prova invidia (da notare l’uso dell’anafora quanta all’inizio di ogni strofa) nei confronti di quattro destinatari di volta in volta di versi: la terra che può abbracciare Laura ormai morta, il cielo che ha ricevuto e tiene stretto lo spirito di Laura liberato dal corpo , le anime dei beati che hanno Laura in loro compagnia ed infine la Morte. Nei confronti della Morte l’invidia di trasforma in un severo rimprovero.
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