Analisi del sonetto – Erano i capei d’oro a l’aura sparsi


1)Svolgi la parafrasi del sonetto
I capelli d’oro erano sparsi all’aria
Che li avvolgeva in mille nodi,
e l’incantevole luce ardeva oltre misura
di quei begli occhi, che ora ne sono privi;

e il viso mi pareva farsi pietoso nei miei confronti,
non so se per pietà o per illudermi:
io (e di me) che avevo l’esca amorosa al petto,
quale meraviglia è da rilevare se arsi subito (d’amore)?

Il suo incedere non era cosa mortale,
ma di una creatura angelica, e le parole
suonavano diverse da qualsiasi voce umana.

Uno spirito celeste, un vivo sole
Fu quel che io vidi; e anche se ora non è più così
La piaga (d’amore) non si cura nonostante l’arco si allenti.

2)Il poeta ci informa sulla sfioritura della bellezza di Laura nell’ultima terzina (v.13 “e se non fosse or tale”).

3)La ripresa del verbo “ardere” alla fine dei versi 3 e 8 stabilisce un rapporto tra gli occhi di Laura, che ardono, per l’appunto, di una luce incantevole, e l’animo del poeta, in preda alle fiamme dell’amore.
4)Nel verso 12 si individua la figura retorica del chiasmo (“Uno spirto celeste, un vivo sole”), che crea una certa armonia di suono e sintassi, grazie anche al sapiente uso dei fonemi.
5)La funzione espressiva dell’enjambement nei vv.12-13 (“un vivo sole/ fu quel ch’i vidi”) assicura una composta fluidità e una continuità alla fine del componimento. Sicuramente la scelta di questa figura retorica suggerisce il desiderio, da parte del Petrarca, di trarre le conclusioni finali da ciò che viene detto nelle prime tre strofe, e l’enjambement ricorre in aiuto per esprimere un bilancio chiaro della figura di Laura, ancora in grado di far ardere il poeta nonostante la vecchiaia.
6)Nella metafore “piaga per allentar d’arco non sana” (v.14), la piaga fa riferimento alla pena d’amore che consuma Petrarca, l’arco e il suo allentarsi indicano, rispettivamente, il dardo gettato dagli occhi della giovane durante il suo primo incontro col poeta il 6 aprile 1327 e l’indebolimento della stessa fiamma d’amore dovuto al trascorrere del tempo, ma che comunque, nonostante ciò, non si annulla affatto (mancato risanamento).
7)Il sonetto contiene numerosi vocaboli attinenti all’area semantica della luce, come “capei d’oro”, “vago lume”, “angelica forma”, “spirto celeste” e “vivo sole”, tutti collegati alla donna di Petrarca, che la connotano in un modo squisitamente stilnovistico, che non manca però di originalità e novità provenienti dallo stesso autore, come la soggezione di Laura al trascorrere ineluttabile del tempo. Ad ogni modo, grazie a questi vocaboli, si avverte in qualche modo la eco di sonetti del pieno Stilnovismo (Tanto gentile e tanto onesta pare o Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira), dominati dalla figura lucente ed eterea della donna angelicata.

8)Esaminando tutti gli elementi che convergono nel sonetto petrarchesco, si nota che la vicenda sentimentale di Petrarca è imbevuta di una scrupolosa stilizzazione, da un evocativo simbolismo e da una usuale trasfigurazione del vissuto: non è raro trovare nel poeta aretino l’attenta operazione di labor limae già rilevata in altri sonetti, preceduta dalla selezione e dall’idealizzazione; anche la simbologia è un chiaro richiamo al poetare di Petrarca, basti pensare agli occhi di Laura, dardi che vanno a conficcarsi nel petto del poeta, o alla sua figura prospettica, simbolo di purezza e luminosità che spinge al trascendentalismo; oltre alla donna, anche il locus amoenus in cui si muove e gli eventi del Canzoniere sono fortemente trasfigurati per apparire limpidi il più possibile, soprattutto grazie ai classici, unici filtri per la materia torbida e scomposta trattata dal poeta.
Analisi del testo poetico – La vita fugge, e non s’arresta un’ora
1)La caducità della vita, il trascorrere del tempo e l’incombere della morte sono inevitabili, perciò l’autore aretino sente il peso delle cose presenti, passate e future, che non gli danno tregua interiore, e he tuttavia non lo spingono al suicidio per la troppa pietà verso se stesso. Quindi, come ultimo tentativo, Petrarca cerca di ripescare dalla propria memoria qualche evento felice passato, ma rivede soltanto la tempesta della propria vita e il proprio “beccheggiare” in un mare burrascoso, con la ragione non più in grado di accompagnarlo e la mancanza degli occhi di Laura che erano per il poeta come la Stella Polare per i naviganti: una guida.
2)Il componimento rientra nella sezione dei versi “in morte di laura” e lo si desume dall’ultimo verso, nel vocabolo “spenti”.
3)La fuga inarrestabile del tempo è particolarmente evidente nelle prime due quartine, partendo da subito con una successione di proposizioni collegate per polisindeto che trasmettono un seno di angoscia, causata dall’effimerità delle cose terrene e dell’importanza che queste perdono al cospetto del tempo. Sono ricorrenti anche dei verbi di movimento che suggeriscono la corrosione della vita a causa del tempo: “fugge”, “non s’arresta” e “vien dietro”.
4)Nel componimento entrano in gioco tutti e tre i piani temporali, verso i quali Petrarca nutre solo tristezza e sconforto, dato che né passato, né presente, né futuro danno la speranza di qualche avvenimento felice. Le espressioni che ritraggono questo stato d’animo sono contenute nella seconda e nella terza strofa.
5)La nota angosciante del suicidio suggerisce una tendenza e un’astinenza da Parte di Petrarca nel compiere un’azione estrema come questa, poiché da un lato l’incombere della morte vanifica il senso del vivere, dall’altro il sentimento di pietà nei confronti di se stesso sottrae Petrarca al donarsi alla morte; e la vecchiaia non è altro che una tempesta incessante contro la quale la ragione (il nocchiere) non può più combattere, inappagata ulteriormente dal desiderio impossibile di scorgere ancora una volta gli occhi dell’amata Laura.
6)Le proposizioni coordinate per polisindeto sono rintracciabili nella prima quartina e nella seconda terzina, costituendo, per i sonetto, una cornice dal tono affannoso che evidenzia la fuga del tempo. (7)
8)Dal momento che Petrarca tratta della fuga del tempo, appaiono lampanti vari verbi di movimento che ne sottolineano il motivo, soprattutto nella prima quartina (“fugge”, “non s’arresta”, “vien dietro”, “dànno guerra”).
9)Le opposizioni binarie che compaiono nel sonetto si individuano negli accostamenti “e le cose presenti e le passate”, “e ‘l rimembrare e l’aspettar” e “or quinci or quindi”. Le opposizioni binarie non fanno altro che esprimere quel dissidio interiore che gonfia dentro il poeta, verso dopo verso.
10)La metafora della vita come navigazione in balìa della burrasca è tracciata dal poeta attraverso immagini di forte impatto: venti contrari che si vanno a scontrare e che rendono più arduo il compito del nocchiero, senza dimenticare l’improvviso spezzarsi degli alberi della nave che l’abbandonano in preda alle onde.
11)Il classicismo petrarchesco è controllo e ordine della caotica materia interiore, riflettente il Romanticismo, e di cui il poeta aretino si avvale utilizzando i classici latini come filtro di compostezza e perfezione per un ricettacolo naturalmente torbido come l’animo umano. Ecco che allora, leggendo un sonetto di Petrarca (La vita fugge, e non s’arresta un’ora; Movesi il vecchierel canuto e bianco), non si è di fronte a quell’immediatezza e quell’impeto scomposti, lampanti in Leopardi o Foscolo, ma a una perfezione formale, sintattica, linguistica e stilistica, che presuppongono una febbrile operazione di labor limae.
Analisi del testo poetico – Se lamentar augelli, o versi fronde
1)L’espressione “’l ciel ne mostrò” si deve intendere come “il cielo ci ha mostrato lei”. Petrarca si riferisce a Laura, ormai passata alla fase delle “rime in morte”.
2)L’espressione “di sì lontano” allude al Paradiso, dove Petrarca pensa sia andata a finire la sua donna.
3)L’espressione “Di me non pianger tu” si può parafrasare con “Non piangere per la mia morte”.
4)La struttura sintattica del sonetto appare simile a una spirale continuativa, favorita dall’uso congegniato dell’enjamebment (vv.1-2; vv.3-4; vv.7-8; vv.10-11; vv.13-14), volto ad una lettura fluida e scorrevole.
5)Il verbo “udire” posto in poliptoto (vv.4 e 7) esprime il combacio tra i suoni della natura e la voce soave di una Laura più gentile e compassionevole nei confronti di Petrarca.
6)L’antitesi del “paradosso” cristiano, secondo cui la vera vita si colloca oltre la morte, viene espressa nell’ultimo verso (“quando mostrai de chiuder, gli occhi apersi”), a prova del fatto che è Dio la vera vita e la vera luce, mente le cose terrene sono caduche e prive di senso.
7)Il sonetto appartiene alle rime “in morte di Laura”, perciò sono rintracciabili, nella figura della donna, elementi di novità e distacco rispetto alle rime in vita, ad esempio la manifestazione di Laura che risponde ai sospiri dell’amante, la compassione e la tenera premura nei suoi confronti e il desiderio di consolarlo e di fargli accettare il dolore, purificandolo. La Laura in vita, al contrario, si dimostra spesso scostante nei riguardi del poeta, gli nega i suoi sorrisi e i suoi saluti, facendo piombare Petrarca in un amore inappagato, che si risolve comunque in una voluptas dolendi, nel piacere di una sofferenza interiore senza soluzioni.

A cura di Federica Maria Rotulo

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