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La rivoluzione industriale porta nel XIX secolo a un grande sviluppo economico e a un notevole progresso nel campo della scienza e della tecnica. A partire da questo momento un nuovo protagonista entra a far parte della vita dell’uomo. La macchina.
Un avvenimento di tale portata ebbe delle ripercussioni anche in ambito letterario, come testimoniato dalla produzione del periodo, in cui la macchina è generalmente vista come simbolo del progresso.
Di rifiuto è invece la posizione di Svevo, che, per professione, delle macchine e della tecnologia ha una conoscenza diretta. Sono infatti numerosi i riferimenti polemici presenti nelle sue opere, per esempio nel finale aperto della Coscienza di Zeno(1923). Nella figura dell’uomo ammalato che piazza l’ordigno per far esplodere il mondo è racchiusa la paura di chi intuisce dietro il progresso delle macchine il pericolo di uno scenario in cui la tecnologia prende il sopravvento sull’uomo. Svevo quindi intuisce dunque gli aspetti più inquietanti dell’avvento della tecnologia nella società, anticipando alcuni dei temi chiave che emergeranno nella letteratura successiva, al tempo della società di massa.

Il tema della macchina nella letteratura italiana appare quasi esclusivamente nella produzione del secondo dopoguerra, in concomitanza con la ricostruzione e con il boom economico. La nascita e lo sviluppo delle industrie negli anni ’50 e ’60 fanno sì che l’argomento di molti romanzi sia spesso quello della vita in fabbrica, di cui si sottolineano soprattutto gli aspetti negativi che sorgono nel momento in cui la vita dell’individuo è dettata dal ritmo dell’industria.
Primo su tutti fu la tematica dell’alienazione. In un ambiente come la fabbrica all’uomo viene impedito sia il contatto fra gli operai sia la comprensione stessa del proprio lavoro, poiché spesso esso consiste nel compimento di una piccola parte all’interno della catena di montaggio, che assume un valore reale solo se osservata da in punto di vista globale, estranea al singolo operaio; l’alienazione indica una condizione di divisione dell’uomo rispetto alla sua stessa essenza di uomo, che si esplicita nel lavoro creativo, libero. Invece l’operaio è costretto ad un lavoro ripetitivo, che ha la forma di un lavoro forzato, in cui egli è uno strumento per fini estranei. Il suo prodotto infatti non gli appartiene e si pone come una potenza dominatrice nei suoi confronti.
A causa del continuo ripetersi di movimenti al servizio della macchina, perde il senso del suo lavoro e di se stesso, regredisce da artefice a strumento di produzione, divenendo in pratica un’appendice della macchina stessa. Il lavoratore, per cui, si estrania da se stesso, non riconoscendosi più nei prodotti della sua personale attività.
La tematica viene presa in considerazione ed espressa da svariati autori. Verrà analizzato Paolo Volponi: che approfondisce questo tema in tre romanzi: Memoriale (1962), La macchina mondiale (1965) e Corporale (1974). Attraverso questi tre romanzi Volponi affronta l’argomento da una prospettiva differente, lo scopo dell’autore non è più quello di descrivere la vita in fabbrica. Ma, per una forma di impegnata denuncia sociale, egli compie un’operazione che consiste nella scelta di un protagonista che entra in contatto col mondo industriale da “malato” e non da sano.

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