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Le sorti del Romanzo Europeo del Novecento

Nella prima metà del Novecento, grazie anche all'esperienza delle avanguardie, il romanzo europeo va incontro a una profonda evoluzione e tende ad abbandonare la forma organica, ben calibrata e conclusa, che aveva assunto nel secolo precedente, nelle opere di impostazione "realistica", basate sull'idea che la letteratura rispecchiasse la realtà della vita; questa idea aveva avuto la sua massima espressione con il Naturalismo, i cui rigidi principi, teorizzati da Emile Zola, avevano trasformato il romanzo in un sistema completamente "chiuso". Si esaurivano, in questo modo, le potenzialità, espressive e conoscitive, di questo genere letterario, che è per sua natura aperto, in continuo divenire, non soggetto a regole fisse e a schemi precostituiti.
Rompendo appunto questi schemi, la grande narrativa novecentesca introduce inedite e impreviste aperture, capaci di accogliere le prospettive generate dalle scoperte scientifiche più rivoluzionare e strettamente collegate alle nuove concezioni filosofiche.

Nel romanzo si introducono le dimensioni della soggettività e dello scavo interiore, per portare alla luce la condizione esistenziale dell'individuo; Emergono in questo modo le lacerazioni di una crisi che separa il soggetto dalla società e dalla storia, ne sottolinea l'alienazione e rende oscure, se non incomprensibili) le ragioni dell'agire umano.
Si sviluppa così la grande tematica dell'assurdo nell'opera di Kafka, ma i processi dello straniamento sono evidenti anche in molti altri narratori, come James Joyce e Virginia Woolf; anche l'oggettività di certi autori americani come Ernest Hemingway sottolinea soprattutto l'impossibilità di comprendere le cause che determinano il comportamento dei personaggi.

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