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La coscienza di Zeno
La coscienza di Zeno è un’opera scritta da Italo Svevo e pubblicata nel 1923. In quest’opera l’obbiettivo fondamentale dell’autore è quello di prendere coscienza dell’inettitudine, il suo stato consapevole, e smascherare la realtà borghese, in un periodo in cui le scelte politiche li erano così ambigue da renderlo scettico (egli era sfavorevole al Nazismo, Fascismo e Comunismo, era quasi un liberale moderato).In quest’opera sono presenti tutte le tematiche di quel periodo, come la psicanalisi, il flusso di coscienza e la mancanza di una trama, componendosi invece di vari nuclei narrativi che entrano in scena separatamente. La coscienza di Zeno non è un’opera autobiografica: essa delinea la vicenda dell’uomo comune.
Quest’opera si colloca dopo il 1898 (pubblicazione di Senilità). I venticinque anni nei quali si colloca il “silenzio letterario” sono per Trieste decisivi. Completamente mutato è il contesto culturale: non siamo più nell’epoca del positivismo, ma in quella dell’intuizionismo, della psicanalisi e della relatività. Da oltre un decennio sono nate le nuove avanguardie, il cui principale obbiettivo è il Naturalismo. Inoltre, la guerra mondiale era appena terminata ma l’entusiasmo dei triestini che avevano voluto l’entrata in essa dell’Italia è raffreddato dalla crisi economica dovuta proprio al suo esito vittorioso.
Il titolo del romanzo
Il titolo del romanzo riflette la consapevolezza, da parte dell’autore, del suo carattere sperimentale e d’avanguardia. Essendo un titolo ambiguo esso può alludere avari significati: in poche parole, la “coscienza di Zeno” può anche intendersi come “l’incoscienza” di Zeno.Il tema dell’inettitudine
Il protagonista della coscienza di Zeno è un inetto. L’inettitudine è un tema diffusissimo nel romanzo del Novecento. L’inettitudine insidia persino l’esteta e il superuomo dannunziani. Le ragioni di questa invadenza vanno ricercate in una precisione condizione storica, dominata dall’aggressività economica e dall’interesse economico individuale piuttosto che in quello sociale. (l’alternativa è diventare nevrotici o urlare con i lupi). Zeno è l’inetto che vive in una società borghese fallita.La coscienza di Zeno come “opera aperta”
Quest’opera è suddivisa in sette capitoli preceduti da una prefazione. Nei sette capitoli a scrivere è Zeno, che parla della propria vita e della “coscienza” che ne ha e ne ha avuta: c’è dunque un “io” narrante e un “io” narrato. L’ordine dei capitoli è più tematico che cronologico.Protagonista della prefazione è il Dottor S (Sigmund Freud). Quest’ultimo è uno psicanalista e ha come paziente un uomo sulla cinquantina chiamato Zeno, egli era nevrotico e tale condizione se l’era procurata fumando sigarette. L’unica cura che il dottor S aveva trovato per lui era la scrittura della sua storia in un diario, per alleviare la condizione mentale. Il Dottor S vuole smascherare l’inetto.
Tutta la restante narrazione è rivolta a Zeno. Zeno è, come abbiamo detto, un nevrotico, e nel nevrotico opera in modo particolarmente forte la rimozione. Quest’ultima comporta l’allontanamento dalla coscienza degli eventi più traumatizzanti. Essi vengono sepolti nell’inconscio dal quale riemergono mascherati nel linguaggio oscuro e simbolico dei sintomi, dei lapsus e dei sogni.
Altrettando inattendibile lo psicoanalista che lo ha in cura. Ne sono prova la sua scarsa ortodossia freudiana, il suo esibito carattere vendicativo, il suo dichiarato interesse economico e il ricatto a cui sottopone il suo paziente (se Zeno non avesse continuato la terapia egli avrebbe pubblicato apertamente il suo diario). Il dottor S è un deliberato rovesciamento ironico della figura dello psicanalista.
Al lettore non resta che avanzare delle personali ipotesi interpretative. La narrazione è quindi organizzata in modo da richiedere una continua collaborazione del lettore alla ricostruzione del significato di quanto sta leggendo.
L’opera aperta è un’opera il cui significato è, secondo le intenzioni stesse dell’autore, plurivoco, il cui lettore è invitato a collaborare alla costruzione del senso.
Assente è perciò una concezione generale di una vita. “La vita non è né bella, né brutta. E’ originale.
Lo stile e il tratto ironico
Lo stile è medio, colloquiale e basato su frutti psicologici (il romanzo Sveviano emula il colloquio). Il carattere aperto della narrazione è sottolineato dall’ambiguità, dall’ambivalenza e dall’ironia dei procedimenti formali e del senso stesso del racconto. Si fa uso dell’ossimoro e dell’ironia, un tratto costitutivo dell’opera e serve a rendere doppio il suo senso.L’io narrante e l’io narrato. Il tempo narrativo
Come detto prima, la coscienza di Zeno non è una autobiografia, ma un racconto che spiega la condizione sociale in cui un uomo comune era costretto a vivere, promuovendo la narrazione della genesi e del decorso di una malattia, in questo caso della nevrosi del protagonista.
Il livello di consapevolezza dello Zeno che scrive, quindi, si suppone, che sia più alto di quello dello Zeno di cui si scrive. Questo rappresenta un dislivello di consapevolezza tra l’io narrante e l’io narrato, una qualsiasi caratteristica di tipo costante e tradizionale.
Questo rapporto non è gerarchico, nel senso che l’io narrante è istituzionalmente superiore, per sua consapevolezza maggiore, all’io narrato. Ma l’insicurezza dell’io narrante produce alcuni dubbi e interrogazioni. Proprio per questo l’io narrante non è paragonabile a quello Ottocentesco, in cui la narrazione era oggettiva.
Nell’ultimo romanzo di Svevo il tempo della narrazione è interiore della coscienza; un tempo che è stato definito “impuro” e “misto”.
Il presente e il passato vengono insinuati
Ne segue che all’ordinato susseguirsi degli avvenimenti secondo una disposizione lineare subentra un loro continuo intersecarsi secondo diversi piani temporali: il presente si insinua nel passato, e viceversa. Inoltre è presente una particolare attenzione verso avvenimenti dettagliati: una mosca che ha ricevuto un colpo e cerca di rimettersi dritta sulle zampe ferite può attirare l’attenzione di Zeno. Di qui l’attenzione della narrazione per i fatti minimi, e soprattutto per quelli che si presentano come possibili sintomi della sua malattia e che per questo interessano morbosamente Zeno.Scrittura e psicanalisi. Il significato della conclusione del romanzo
Senza la psicanalisi, questo libro non sarebbe mai stato scritto. Per lo Svevo autore dei due precedenti scritti, determinanti erano stati Schopenhauer, Darwin e Marx. Un bisogno spinge Svevo, questa volta, ad accostarsi anche a Freud il quale proponeva una spiegazione causale dell’origine delle nevrosi, e in genere dei comportamenti umani, dato che non c’è nulla che separa il comportamento del nevrotico e quello dell’uomo cosiddetto “sano”.
Ma accanto a questa concezione freudiana, ce n’è un’altra più moderna: quella che non ha scoperto soltanto l’inconscio, ma ha studiato il linguaggio in cui esso si esprime. Per questo l’analisi è interminabile. E’ una costruzione che analista e paziente svolgono insieme, e questa è la parte che Svevo ha sentito più importante.
E’ importante come non è riconosciuto questo ruolo dello psicanalista, ormai accettato almeno nelle classi alte. Dalle opere più mature di Freud si ricava infatti che l’interpretazione è un’operazione sempre aleatoria, ovvero incerta: i sogni sono impenetrabili nel loro significato ultimo; della malattia possiamo solo tentare di decifrare i sintomi, che sono il linguaggio in ci essa si esprime.
Il romanzo si conclude con una guarigione solo apparente. La sua “malattia” viene a far parte della malattia di un’intera civiltà, destinata alla scomparsa per autodistruzione, in una realtà colma di menzogne.