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Leonardo Sciascia - Il giorno della civetta


Nella fase più matura del Neorealismo, tra il 1945 e il 1950 compaiono racconti ispirati alla attualità storica e alla realtà del sottosviluppo meridionale.

Tra questi, Leonardo di Sciascia indaga gli aspetti del fenomeno mafioso e della povertà della Sicilia.
Le sue opere offrono alcuni ritratti degli abitanti dell’isola attraverso il genere del "giallo-poliziesco", come nel romanzo Il giorno della civetta (1961) in cui denuncia con lucida razionalità l’omertà mafiosa e le complicità del potere politico.
Ne deriva un’immagine della Sicilia specchio ed emblema delle contraddizioni e dei mali dell’intero Paese.

La letteratura per Sciascia è conoscenza della realtà, sostenuta da un razionalismo di stampo illuministico e da un pessimismo che affonda le sue radici nella tradizione meridionalista (da Verga a De Roberto, da Pirandello a Brancati).
Il pessimismo di Sciascia è stato definito da Panebianco "pessimismo dialettico", perché nelle sue opere la delusione per la sconfitta della ragione non si risolve in una resa incondizionata agli eventi.
Proprio per questo motivo, già la sua prima produzione, che si colloca negli anni ‘50-60 (Le favole della dittatura 1950, Le parrocchie di Regalpetra 1956, Gli zii di Sicilia 1958) è caratterizzata da una presa di distanza dal documentarismo a vantaggio di una volontà critica di conoscenza della realtà siciliana, storicamente travagliata dallo sfruttamento e dall’oppressione della mafia.

Con il giorno della civetta (1961), incentrato sul fenomeno della mafia e la sua infiltrazione negli apparati dello Stato, Sciascia abbandona gli stilemi neorealisti e dà inizio a una serie di romanzi che si avvalgono di un particolare uso della struttura giallo-poliziesco, genere che Sciascia adottò a partire dagli anni Settanta.

Nel clima dell’emergenza terroristica degli anni Settanta Sciascia scrive il romanzo breve “Todo modo” (1974) in cui indaga con lucido pessimismo le trame oscure che legano le forze eversive ad alcuni settori dello Stato e del potere economico.

Il giorno della civetta


Il titolo allude al giorno (metafora di luce della ragione) in cui la civetta (uccello notturno, metafora di morte e di delitto), canterà, ossia la "mafia canterà" -> Titolo profetico se pensiamo all’odierno fenomeno dei "pentiti" di mafia. Il romanzo è costruito come un giallo.
Un giorno di nebbia, all’alba, viene assassinato Salvatore Colasberna, proprietario di una piccola ditta di costruzioni edili che ha rifiutato la protezione della mafia.
L’indagine viene affidata al capitano dei carabinieri Bellodi, emiliano ed ex partigiano, definito "continentale" dalla gente di Sicilia. Animato da convinzioni democratiche e da un forte senso della giustizia, Bellodi da avvio alle indagini, ma si scontra con l mentalità mafiosa e con le trame occulte tessute ai danni della giustizia.
Poco dopo viene ucciso anche un contadino, Paolo Nicolosi, che ha visto fuggire uno degli assassini, un certo Zicchinetta, soprannome dell’ex-detenuto Diego Marchica.
Un confidente dei carabinieri, Calogero Dibella, detto Parrineddu, indica Don Mariano Arena come il mandante.
Due boss mafiosi decidono di sopprimere il traditore Dibella, ma Bellodi riesce ugualmente ad arrivare al potente "padrino" don Mariano Arena e lo fa arrestare insieme agli esecutori dei delitti. Questi, nel corso dell’interrogatorio condotto con lo stratagemma del falso verbale, finiscono per accusarsi a vicenda.
Il fatto provoca allarme negli ambienti politici romani compromessi con la mafia.
La stampa siciliana, opportunamente manovrata, sostiene che l’indagine ha seguito la pista sbagliata.
A Roma, durante un dibattito parlamentare, un sottosegretario afferma che la mafia non esiste "se non nella fantasia dei socialcomunisti". Tornato nella sua Parma in congedo per malattia, il capitano Bellodi apprende dai giornali che la sua indagine è stata vanificata da una serie di deposizioni che forniscono alibi falsi agli esecutori dei delitti. Don Mariano, trionfante, viene scarcerato. Il capitano però non si arrende e decide di tornare in Sicilia per fare giustizia a tutti i costi contro la mafia. "Mi ci romperò la testa" sono le sue parole che chiudono il libro.
Il tema di fondo del romanzo è l’omertà, unito al problema delle "scelte che ciascuno come individuo e come cittadino compie nei confronti della collettività e dello Stato. Il capitano Bellodi non si arrende alle false testimonianze e alle trame occulte: è con questo personaggio, è attraverso la letteratura, che Leonardo Sciascia sceglie di affermare la verità contro i soprusi e gli inganni del potere".

Panebianco scrive che il giorno della civetta non segue lo schema tradizionale del poliziesco. Infatti: "iI giallo classico è un genere di evasione, si legge per il gusto di sapere come va a finire, e la lettura risulta appagante per il lettore, perché l’equilibrio sconvolto dal delitto viene ristabilito e l’investigatore, riordinando gli indizi, consegna alla giustizia il colpevole". Nel romanzo di Sciascia lo schema è ribaltato, perchè l’indagine conduce a una verità che paradossalmente non è possibile affermare e il colpevole si salva protetto dall’omertà del Potere. Da qui il carattere impegnato di questo giallo-inchiesta, che fonde storia, intrigo poliziesco e realtà.
Il narratore è esterno alla storia e alterna alla focalizzazione esterna quella interna.
Lo stille è asciutto e rapido, prevalgono la paratassi e il discorso diretto dei personaggi, vivace e dinamico.
Nel romanzo compaiono espressioni del parlato, anche del gergo mafioso, e anche termini dialettali.

Il capitano Bellodi sottopone a interrogatorio il "padrino" don Mariano Arena: il dialogo rappresenta il momento centrale del romanzo.
Il boss nega ogni responsabilità, ma sostiene la sua visione "mafiosa" del mondo, tutto teso ad affermare la propria superiorità, al di là delle leggi e delle regole civili. Riconosce comunque in Bellodi un avversario degno di stima, e Bellodi a sua volta preferisci il padrino ai politici ammanigliati con la mafia.

Bellodi individua nella ricchezza accumulata in modo illecito e criminale (le tangenti per controllare l’economia, le raccomandazioni agli amici per infiltrarsi nelle imprese edilizie) il punto su cui si potrebbe far leva per incriminare Don Mariano.
Tuttavia Don Mariano ostenta una tranquillità assoluta al riguardo: l’aspetto dell’inadempienza fiscale non lo preoccupa. Evidentemente sicuro di farla franca, sposta il confronto sulla sua visione dell’umanità, che divide in cinque categorie.
Al vertice stanno gli "uomini" come lui e il capitano Bellodi. Nel gradino più in basso stanno i "quaquaraquà", quello che starnazzano e parlano troppo.

-> Don Mariano è simbolo del sopruso e della violenza, segue il tradizionale codice di comportamento della mafia, cataloga l’umanità, dividendola come in una piramide rovesciata, e prova stima per Bellodi, di cui riconosce la statura di "uomo" indipendentemente dal suo ruolo di "sbirro".
-> Bellodi è il simbolo dell’Italia democratica e del mondo della legge, e sia pure con disagio è costretto a riconoscere nel capomafia un avversario degno di stima, comunque superiore a quei ministri e onorevoli complici della mafia.

Carlo Salinari ha osservato che i due protagonisti assumono ancora un altro significato emblematico:
• Bellodi, ex partigiano, rappresenta l’Italia uscita dalla Resistenza, che aspira a raggiungere una più moderna organizzazione civile, fondata sulla giustizia e sulla libertà -> quindi è un eroe positivo, che crede in alcuni valori e lotta per farli trionfare.
• Don Mariano rappresenta l’Italia arcaica, feudale, fondata sulla prepotenza e sul privilegio, che però ha saputo intrecciare un occulto sistema di alleanze con il potere dello Stato.
Bellodi è il portavoce della visione del mondo pessimistica di Sciascia, la cui polemica è non solo contro la mafia, ma più in generale contro il potere politico meschino e corrotto.
La lucidità d’indagine di Bellodi rispecchia la lucidità intellettuale di Sciascia: la sua ipotesi di una complicità tra mafia, alta finanza e i vertici della politica italiana (la necessità di controlli incrociati tra banche e fisco per "confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso) fa del romanzo una pietra miliare della storia letteraria e della storia politica del nostro Paese -> nel 1962, un anno dopo la pubblicazione del romanzo, venne istituita la Commissione antimafia per la lotta al potere mafioso.

Sciascia denuncia i legami tra mafia e potere politico nel racconto Filologia.
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